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Il restauro dei beni culturali è argomento densamente discusso, soprattutto
nell’ultimo secolo, e del quale oggi abbiamo cognizioni abbastanza delineate,
pur con variegati caratteri suscettibili di continui sviluppi e precisazioni.
Le molteplici tipologie delle manifestazioni artistiche, hanno ovviamente suggerito diversi approcci allo studio della conservazione delle opere, e dei rispettivi contesti ambientali. E’ importante sottolineare che nel novero dei cosiddetti "beni culturali" rientrano, ormai, alla luce delle più recenti valutazioni di tali beni, tutto ciò che la civiltà ha prodotto ed elaborato nel corso del tempo e che ha riconosciuto come significativa espressione della propria identità culturale nel senso più ampio del termine; abbiamo quindi accanto alle opere d’arte, le manifatture della "arte applicata" (l’antica arte minore), le opere architettoniche, i beni librari e documentari, i beni musicali, i beni ambientali, i rivalutati beni "gastronomici" (l’arte culinaria come espressione tipica di una certa civiltà), ecc. Tra i protagonisti della elaborazione di un comportamento etico-scientifico riguardo la conservazione delle opere artistiche è senza dubbio quel Cesare Brandi che nel suo lavoro alla gestione dell’Istituto Centrale del Restauro ed il suo noto "Teoria del restauro", uscito nel 1963, pose un'importante pietra per la costruzione di una prassi teorico-pratica che ispirò varie generazioni di studiosi e restauratori, (si richiesero ristampe successive - Einaudi, 1977 -). Focalizzando lo sguardo sulle problematiche del restauro architettonico, uno spunto di riflessione nasce dal concetto espresso, a suo tempo, da Brandi, riguardo il rifacimento di un complesso architettonico o di una parte di esso. Tenendoci ancorati alla natura duplice dell’opera in quanto testimonianza artistica e storica, il Brandi enunciò il cosiddetto 2° principio di restauro: "Il restauro deve mirare al ristabilimento dell’opera d’arte, purchè ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo". Egli affrontò il problema della copia e del rifacimento ponendo gli esempi del Campanile di San Marco (VE) e del Ponte a S. Trinita (FI) e rifiutando, in ultima analisi, la sostituzione dell’originale distrutto, con una copia, in quanto espressione di un falso storico; concetto, questo, ormai assimilato dall’opinione generale come uno dei valori principali fondanti l’etica della conservazione. Tuttavia abbracciando
un altro valore importante, ovvero quello per il quale non esiste una prassi
conservativa generale e univoca per tutte le occasioni, ma bensì,
è fondamentale studiare caso per caso il comportamento migliore
da adottare, il rifacimento del Ponte a S. Trinita offre lo stimolo
alla seguente riflessione: in un affresco, o in una scultura, il valore estetico è fornito oltre che
dalla progettazione (idea) e costruzione (disegno) anche dalla testimonianza
dell’esecuzione manuale dell’artista, ovvero dalla propria individuale
e irripetibile capacità-sensibilità a rendere tangibile l’atto
creativo;
Possiamo integrare il tutto con una particolare rivalutazione del "sentimento popolare" che permea l’esistenza di tale ponte, il quale nella sua triplice qualità storico-estetico-funzionale è sempre stato un protagonista nel vissuto umano della collettività fiorentina; è forse il caso di dire che il sentimento collettivo spesso costituisce la balia al quale è affidata l’opera nel corso del tempo, e come tale ha tutti i diritti a rivendicare una sua valenza culturale. In conclusione, il Ponte S.Trinità non dovrebbe essere considerato un falso ma semplicemente un suo rifacimento fedele che non toglie nulla al suo valore intrinseco, in quanto rispetta le principali prerogative della sua specifica qualità : funzionalità, testimonianza storico-estetica soddisfatte esclusivamente dal suo disegno, e funzione simbolica sociale, caratteristica della città e della sua storia.
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