Da Lorrain a Schifano
A cura di: Antonio Leone
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Da Lorrain a Schifano

Durante alcune osservazioni, un particolare è balzato all'attenzione di chi scrive ed ha suscitato una piccola riflessione.

Si è visualizzato, cioè, un filo rosso (l'ennesimo delle vicende artistiche) che lega la produzione pittorica del periodo contemporaneo con il sec. XVII.

Promossi dalle osservazioni, in separata sede, di Federico Zeri e Giorgio Verzotti, sono protagonisti rispettivamente Claude Lorrain e Mario Schifano.

Analizzando il percorso figurativo degli anni '60-'70 di quest'ultimo, Verzotti scrive: (1)

“La pittura non ricopre uniformemente la superficie, che si ritrova costellata di aleatorietà e di imperfezioni.../ Più che saturare la superficie, si può dire che il colore vi viene liberato... A volte il supporto, la carta, viene lasciato visibile in alcune sue parti, e viene posto ad interagire come valore cromatico... oppure contribuisce alla costruzione del dipinto...”


M. Schifano, Ai pittori d'insegne, 1965, olio su tela (da: v. nota 1)

La sostanza del commento appare come una “scoperta” di una modalità tecnica ed espressiva relativamente nuova nei lavori finiti, adottata in questo caso in maniera accentuata ed esplicita da Schifano.

Diventa una riconferma di un metodo già praticato in passato, se si valutano alcune puntualizzazioni di Federico Zeri:(2)

“...Claude Gellée, detto Claude Lorrain, artista di origine lorenese, il quale si stabilì a Roma prima del 1630 e a Roma rimase per il resto della sua vita./..il Gellée eseguì una grande quantità di disegni che sono tra le prove più alte del paesaggismo europeo.../... la consumata abilità dell'artista sia tale da amalgamare il bianco del foglio al tessuto formale della rappresentazione.

...una veduta del Tevere... il lento scorrere del fiume durante la stagione estiva sia realizzato utilizzando la carta stessa;...

Curioso che un disegnatore di questa potenza non sia un pittore della stessa levatura".

Claude Gellée (Claude Lorrain), Disegni, Londra, British Museum.(da v. nota 2 )

Quest'ultima affermazione, tra l'altro, porta all'attenzione la frequente dicotomia scoperta nel lavoro di molti artisti, nei vari secoli, che mostra in modo significativo le differenze tra l'espressività del disegno, e delle bozze preparatorie, dalla “compiutezza” (anche “compostezza”) del lavoro finito, che sia affresco, tempera od olio.

Note a riguardo sono, ad esempio, le sinopie preparatorie emerse durante i lavori di strappo di affreschi sottoposti a restauro, come quelle del Camposanto di Pisa.

Queste infatti rilevano la scioltezza e la relativa maggiore spontaneità del disegno che in vari casi si discosta in modo più o meno significativo dalla stesura pittorica finale.

Ambedue questi aspetti, ossia il dinamismo espressivo prodotto dalla maggiore libertà del pittore nel disegno preparatorio, e la tecnica ricordata dell'uso della carta-supporto come parte integrante dell'opera, suggeriscono il comprendere di come nei vortici storici delle mode e dei cambiamenti nell'arte, si dipani, almeno sottotraccia, modalità espressive comuni nel tempo, che in periodi alterni viene considerata secondaria o valorizzata come valenza artistica in se.

Altro esempio di ciò (approfondibile successivamente in questa sede) può essere rappresentato dall'arte “grafica” orientale di ispirazione zen.

In questo caso le opere più o meno note di maestri zen dediti al disegno-pittura a china, o alla calligrafia mostrano una straordinaria e lucidissima sintesi formale anticipando di secoli, in molti casi ispirando, opere contemporanee partorite dall'astrattismo, l'informale ecc.

Inoltre creano un precedente nella particolare metodologia, nella predisposizione individuale per la creazione artistica, suggerite dai concetti dell'arte “automatica” di correnti surrealiste o dalle performance dell'action-painting, quando si considera il precetto zen per cui l'atto del dipingere costituisce la manifestazione somma (previo un “addestramento meditativo” continuo ) di una mente libera ma pienamente consapevole dell'atto stesso, un atto in cui non vi è separazione tra la persona e la materia: non sono permesse correzioni, significherebbe falsare un atto creativo puro.

Una conferma, questo esempio, che aiuta a considerare la storia dell'espressione artistica come un processo apparentemente lineare ma in realtà (corrispondendo anch'essa allo sviluppo storico generale) complesso nella sua struttura, a strati interconnessi, e “plurimo” nelle sue direzioni; verrebbe da dire che ogni istante storico dell'arte potrebbe essere raffigurato tridimensionalmente, dove l'aspetto più evidente rappresenta solo una faccia del solido, quella che si materializza al nostro sguardo , e a volte anche alle nostre aspettative.



(1) P. Tazzi – G. Verzotti, Schifano '60 / '70, pp. 4-5,Milano, 1990
(2) F. Zeri, Dietro l'immagine, p. 86,Milano, 1987

Theorčin - Anno 2003