GIULIO ARISTIDE SARTORIO (Roma 1960-1932) 
A cura di: Antonio Leone
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 "La Gorgone e gli Eroi" (1899 - Olio su tela, 300x425 cm)

Poniamo l'attenzione, in questo articolo, ad una grande opera del pittore fotografo e cineasta Giulio Aristide Sartorio, opera esposta alla III Biennale d'Arte di Venezia del 1899 e successivamente acquistata dallo Stato italiano, che la conserva attualmente, presso il Museo Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Le opere del Sartorio, noto tra l'altro come autore del fregio centrale che decora l'aula parlamentare di Montecitorio, e del corpus di disegni e olii, sono state recentemente esposte nelle mostre tenutesi a Roma e San Donà di Piave "Impressioni di guerra (1917-1918)", eseguiti durante la I° Guerra Mondiale, in cui combattè come volontario, in prese diretta o in seguito a foto scattate in proprio. 

L'opera, appartenente al genere mitologico, rappresenta una figura femminile nuda eretta in posizione instabile su tre figure maschili giacenti, con diversa colorazione della pelle l'uno dall'altro; le figure sono presentate in ambiente marino (spiaggia) in cui regna una atmosfera quasi irreale, provocata dalla colorazione del cielo e del mare poco famigliare alla comune percezione. 

L'immobilità della scena è dinamizzata dal movimento della figura femminile in atto di una semitorsione, con una posa molto elegante e femminile. La Gorgone Medusa, identificata nella fig. femminile, è, contrariamente alla tradizione del mito, rappresentata in un bellissimo nudo, idealizzato nella fattezze e nell'atteggiamento; il simbolo della Medusa, mostro mitologico che uccide al solo guardarla, viene modellata su un ideale di bellezza frutto dell'evoluzione dal pre-raffaellismo, conosciuto in Inghilterra, al "naturalismo idealizzato", maturato dall'autore, anche in virtù dell'adesione al simbolismo decadente dell'epoca; si proietta il concetto della donna fatale, tanto desiderabile quanto pericolosa per l'uomo, anzi indifferente alle vicissitudini umane (ben evidenziato nell'atteggiamento distaccato della Gorgone nei confronti degli uomini giacenti ai suoi piedi); al pari della donna di D'Annunzio, viene a rappresentare lo stimolo necessario all'uomo per scoprire le proprie debolezze ed accedere, poi, a dimensioni più spirituali dell'esistenza.

Gli Eroi vengono a simboleggiare le razze umane, e quindi, l'umanità giacente sotto un'entità malefica in quanto ambigua, ovvero abbagliante esteriormente per permettere, in seguito, alla vera natura distruttrice di operare nel concreto; si percorre l'inquietudine di fine secolo nutrita da eventi sociali, economici e politici contraddittori o funesti, e la conseguente frustrazione di chi credeva in ideali di conquista o di giustizia sociale. La sinergia con l'opera di D'Annunzio frutta l'impegno nella causa della rivalutazione della bellezza in contrasto con la barbarie presente (ben espressa nel Verismo), l'ispirazione al mito come l'unica sorgente di valori universali a cui attingere e a cui tendere.

Il carattere onirico della rappresentazione, comprendente anche l'altra opera "Diana d'Efeso e gli schiavi" costituente il dittico originale, riproduce esattamente l'ispirazione data all'autore da un verso di Shakespeare per cui "..siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni.." (intuizione che verrà approfondita, successivamente da C.G. Jung nell'identificare il simbolo e il mito come appartenenti all'Inconscio collettivo, e quindi al sogno).

Nell'aspetto formale si evidenzia un particolare contrasto tra il realismo delle figure, in particolare quella della Medusa, e il quasi impressionistico trattamento dello sfondo, che rivelano, comunque, l'assimilato stile dei pre-raffaelliti e paesaggisti conosciuti in Inghilterra; le figure sono ben delineate nel disegno e quindi ben individuabili nello spazio, il quale ,invece, è indefinito e vuoto. Predominano i colori neutri-caldi delle terre in varie tonalità; l'unico tratto di colore freddo, blu chiaro, è dato dall'acqua immediatamente dietro la Gorgone, che viene risaltata dal contrasto con la capigliatura rossiccia, e dalla contrapposizione della propria figura chiarissima con lo scuro dell'eroe giacente e dell'atmosfera dominante della scena, in cui le ombre costituiscono la base illuminata da sprazzi di luminosità. La tecnica usata si sviluppa dalle ampie pennellate, con sfumature di toni accese da sprazzi di colore, dello sfondo, affinandosi nelle figure maschili disposte a spirale, per giungere al culmine della accuratezza nella figura femminile, la quale ,così, domina il quadro per luminosità e classicità della forma; è protagonista, inoltre, anche per essere l'unico elemento verticale e, per giunta, in movimento, della scena, inquadrata a costituire il "terzo" del quadro.

Il dipinto rappresenta il più importante cambiamento di stile di Sartorio, il quale fino ad allora esprimeva composizioni prive di movimento, con figure immobili; ancora una volta si impone la Medusa con la sua figura "danzante"; si impone, in realtà, tutto il quadro rispetto all'altra opera "Diana d?Efeso e gli schiavi", con la quale costituisce il dittico originariamente chiamato "Gli uomini e le Chimere", anche per la carica di ambiguità che trasmette e la capacità di sintesi di molteplici valori contrastanti. In origine Sartorio aveva elaborato un unico dipinto a partire dal 1890, ma presto incertezze stilistiche e i soggiorni a Londra, rallentano la realizzazione del quadro e portano il lavoro verso un ispirazione più idealizzata dei simboli espressi; poco prima della esposizione alla mostra di Venezia del 1899, il pittore decide di dividerlo in due parti uguali per correggere la antiestetica ripetizione delle due figure verticali e parallele e smussare la differenza stilistica fra le due parti dell'opera.

Due parti per due aspetti della esistenza umana: Diana come Madre Terra che nutre l'uomo, con una corona di mammelle, evocando quindi il riferimento stabile ed eterno dei valori terreni, naturali, e la Gorgone che attira e distrugge gli uomini, a rappresentanza della altrettanta eterna predisposizione umana all'ignoto e all'immaginifico, irto di possibilità e di catastrofi Diana riflette la tendenza di Sartorio alle sue abituali composizioni immobili, e contrasta ancora di più con l'altra figura femminile, per la propria pesantezza e staticità. 

Quindi si assiste evidentemente alla dicotomia, che l'artista riflette in modo personale, presente nella società a cavallo dei due secoli, che vede la tradizione, l'accademia ormai contrapposti irreversibilmente alle nuove sensibilità e alle nuove visioni, coinvolgendo tutti gli aspetti culturali dai quali poi si sviluppò l'incessante susseguirsi di correnti e avanguardie, particolarmente evidenti nell'arte figurativa, caratterizzando così in modo inequivocabile tutto il '900.


Theorčin - Marzo 2004