LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE COME SNODO EPOCALE
considerazioni attuali e inattuali

A cura di: Vito Sibilio
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Tra le conquiste più enigmatiche della nostra epoca vi è di sicuro la fecondazione assistita. Le biotecniche che permettono all'uomo di riprodursi al di fuori della copula sessuale, realizzando l'incontro dei gameti al di fuori dell'utero femminile, e addirittura facendo svolgere le primissime fasi della vita prenatale in provetta, per poi impiantare l'embrione nel grembo materno, rivoluzionano la nostra stessa concezione di genitorialità e socialità.

E' dalla preistoria che l'homo sapiens non acquisiva un controllo così radicale sulla natura: ad una simile scoperta possono essere paragonate solo la nascita dell'agricoltura, per cui la nostra specie acquisì il controllo dei processi naturali di riproduzione delle piante, mettendole consapevolmente alla base di una catena alimentare pianificata, e la capacità di accendere il fuoco, ancora più antica, che è il presupposto di qualsiasi tecnologia che non sia la scheggiatura della selce.

Se la riproduzione è l'atto sociale per eccellenza, in quanto spinge l'individuo al di fuori della sua singola solitudine perchè, trainato dall'istinto, cerchi il proprio completamento biologico in un'altra individualità, è altrettanto vero che dalla biotecnologia della fecondazione in vitro emerge una forma nuova di socializzazione, che scinde la sessualità dalle sue conseguenze naturali. Pone perciò un interrogativo: che significato ha, antropologicamente, la capacità di selezionare asetticamente le modalità e le possibilità dell'incontro tra gli spermatozoi e l'ovulo che essi dovrebbero contendersi nell'utero femminile? La questione è tutt'altro che irrilevante per la società, in quanto essa nasce proprio dal sesso, non solo perchè l'incontro uomo-donna crea la più elementare comunità, ma anche perchè essa si allarga inevitabilmente tramite la generazione, e soprattutto perchè essa è la sorgente di ogni esistenza. Per cui la modifica delle modalità riproduttive investe anche lo statuto della sessualità, della socialità e della riproduzione.

L'unica maniera perchè la tecnica non stravolga la natura creando delle situazioni nefande è quella di farla fungere da supporto alle leggi naturali, per cui essa, terapeuticamente, supplisca a delle carenze oggettive create dal caso.

In effetti, se da un lato è comprensibile che attraverso queste tecniche alcuni cerchino di sopperire alla sterilità o ad altre problematiche sessuali - e comprensibile non vuol dire certo che tutti debbano condividere una tale scelta - dall'altro è impossibile che si utilizzino le innumerevoli possibilità della scienza per sperimentazioni che, prima ancora di essere biologiche, sarebbero sociologiche e morali, vere e proprie prove tecniche della mostruosità. Penso particolarmente alle fecondazioni eterologhe, in cui la funzione naturale della genitorialità viene arbitrariamente scissa in fasi in cui operano soggetti diversi gli uni dagli altri. Si vede spesso - grazie al Cielo all'estero - gente donare anonimamente il proprio seme, o anche mettere a disposizione i propri ovuli, per una concezione in un corpo altrui. Per cui molti sono generatori di vite delle quali per principio non vorranno e non dovranno più occuparsi. Abbandonano cioè il frutto del loro concepimento ad altri, con un gesto che se fosse compiuto dopo il concepimento stesso, sarebbe perseguito dalle leggi di tutti gli Stati del mondo, ed esecrato in ogni sistema morale, ma che oggi molti non esitano schizofrenicamente a considerare legittimo e auspicabile. Di rincalzo, alcune - credendo che essere madri sia solo fornire il gamete femminile - offrono ospitalità all'ovulo fecondato di altre per gestarlo nel proprio grembo, quasi fossero delle incubatrici viventi, e dimentiche che l'accrescimento dell'embrione è - a pari merito della fecondazione passiva - una parte indispensabile della maternità. Peraltro, molte delle emozioni provate reciprocamente nella gravidanza segneranno il rapporto madre - figlio, che non è solo un fatto affettivo, ma un processo di formazione psicologica. Coloro che separano la fecondazione dalla gestazione operano una divisione arbitraria nel processo della maternità, e creano una situazione mostruosa, in cui non solo un figlio ha più madri, ma anche le vede disposte in una gerarchia pretestuosa, in cui una di esse esercita una preminenza giuridica priva di titoli biologici. E così il più naturale dei rapporti vede moltiplicati i protagonisti per il capriccio di scienziati desiderosi di emulare un Prometeo dissoluto. E il caso più estremo si ha nello scambio di funzioni tra parenti, per cui le madri sono a volte anche nonne o zie o sorelle, per cui nell'ultimo futuro dell'uomo ritorna di fatto lo spettro dell'incesto che accompagna l'origine della specie, e che è eternato nelle primissime pagine del Genesi. In effetti il rimescolamento delle funzioni di fatto crea un'incestuosità che non passa più per l'unione carnale, ma che tuttavia raggiunge l'esito dell'unione stessa, quella che ha fatto sempre orrore: una nascita che rimescoli le parentele in ruoli stravolti. Credo non sia necessario dire che ciò che si condanna in un rapporto sessuale normale a maggior titolo vada deprecato nelle biotecniche: una madre non può delegare una funzione genitoriale alla propria madre o ad una figlia o ad una sorella, senza fare di esse un'altra madre e quindi senza creare dei mostri.

A queste tecniche spesso ricorrono coloro che non possono più avere figli per ragioni ben più radicali della sterilità. Donne in età avanzata, omossessuali, nubili. Che senso abbia generare un figlio magari a sessant'anni, perchè se ne abbiano ottanta quando lui ne avrà vento, penso sia una questione da porsi in modo retorico. Peraltro il fatto che donne nubili vogliano generare utilizzando una partnership in vitro, appare altrettanto scabroso, perchè implica la volontà di scegliere per i nascituri una vita senza padri. Certo spesso capita di perdere uno dei genitori, a volte pure prima di nascere. Ed è una sorte che tutti considerano sfortunata. Ma che qualcuno scelga questa sorte per i propri stessi figli, arbitrariamente, è orrendo. Un nascituro con un padre troppo egoista per guardare ciò che il suo sperma genererà in provetta, e con una madre troppo egoista per vivere la sua solitudine in dignità. In quanto alle coppie omosessuali, attestano contro se stesse di non essere fatte per la riproduzione. Altrimenti non dovrebbero ricorrere ai semi degli altri. Peraltro, anche se molti omosessuali di sicuro potrebbero essere genitori più affettuosi di tanti eterosessuali, rimane il fatto che lo sviluppo psicologico dei bambini esige il confronto con una personalità maschile e con una femminile che svolgano entrambe una funzione genitoriale. Non a caso la psicanalisi classica metteva ben in evidenza l'importanza del complesso edipico o di quello elettrico nello sviluppo della personalità maschile e femminile. E una coppia omosessuale di donne non potrebbe mai fornire entrambe le funzioni. E non potrebbe fornirle per principio in nessun caso. Infatti una coppia di genitori può rompersi per la morte di uno dei due, e il bimbo rimarrebbe senza uno dei suoi referenti. Ma è una possibilità più o meno probabile. Nel caso di una coppia omosessuale sarebbe una certezza. Eppure irresponsabilmente molti omosessuali adiscono alle tecniche di fecondazione assistita laddove le leggi lo permettono. Con un atto ancor più grave se si pensa che l'omosessualità, nelle sue forme più estreme, è anche una distonia tra identità psichica e fisica, per cui si ha un corpo femminile ma ci si sente uomini. In questi casi estremi l'impatto sulla psiche del bambino, da formare con il proprio esempio, sarebbe devastante.

Cosa spinga l'umanità oggi a pretendere di arrogarsi tali diritti verso la natura e la morale, oltre che verso coloro che dicono di amare tanto da volerli generare ad ogni costo, è presto detto: una concezione stirneriana della libertà, fine a se stessa e non più strumento ma realtà che si autorealizza compiendo qualsiasi sua possibilità, indipendentemente dalla loro valutazione. Esse sono buone solo perchè attuabili. E' questa la sovversione assoluta di ciò che chiamiamo morale, ossia della valutazione logica delle azioni in base alle conseguenze sui diritti comuni a tutti gli uomini. A questo si aggiunge un dissidio profondo, quasi un complesso psichico collettivo, nei confronti della morale tradizionale, identificata arbitrariamente con quella cristiana, da contraddire ad ogni costo in nome di una laicità che in realtà è un laicismo intollerante i cui criteri etici altro non sono che la negazione di quelli religiosi. Peraltro, la riprovazione della fecondazione eterologa - che accomuna tutte le Chiese cristiane e molte altre confessioni religiose - può essere agevolmente fondata - come ho fatto sommariamente anche in questa sede - su motivazioni schiettamente razionali, ossia può essere assolutamente autoreferenziale e non eterodiretta. Quindi può essere condivisa da chiunque indipendentemente dalla professione di una fede o di nessuna. D'altro canto certe mostruosità accadono perchè qualcuno ha sempre il cuore inclinato al male, ossia ad un'azione ingiustificabile eticamente. Ed è per sopperire a questa inclinazione che gli Stati dovrebbero impedire sempre e comunque la fecondazione eterologa, dinanzi alla quale bisogna inorridire come di fronte alle sperimentazioni genetiche naziste o staliniste: tutte vengono da una cultura totalitaria, ossia da una cultura in cui ad un solo principio sono sacrificati unilateralmente tutti gli altri. E vi è un totalitarismo della libertà e dell'individuo come ve ne è uno dell'autorità e della collettività. Se il mondo dovesse scegliere la strada della fecondazione artificiale eterologa, probabilmente il nostro futuro sarà simile a quello descritto nei romanzi di Isaac Asimov nel Ciclo dei Robot. In esso, specie ne "I Robot dell'Alba", il grande romanziere fantascientifico ipotizzava la nascita di una colonia umana extraterrestre i cui abitanti generassero figli che poi venivano abbandonati ed allevati dallo Stato; in tale società genitori e prole erano irriconoscibili gli uni agli altri e praticavano anche senza volerlo l'incesto. Invece in "Fondazione e Terra", del Ciclo delle Fondazioni, egli immaginava un'altra colonia interstellare isolata da tutti gli altri mondi raggiunti dagli uomini, in cui gli abitanti, separati rigorosamente gli uni dagli altri, si riproducevano per variazione genetica su gameti autofecondati. Sono chiaramente figure letterarie di un possibile modo di vivere, che dobbiamo augurarci rimanga confinato sempre nell'irrealtà.

L'altra fecondazione, quella omologa, si accompagna anch'essa ad altre polemiche. Essa infatti, nelle sue tecniche più diffuse, esige la produzione di più embrioni e il congelamento e la successiva distruzione di quelli eccedenti. E' noto infatti che solo un embrione può attecchire nel grembo materno. Si pongono allora alcuni quesiti:

Come valutare la tecnologizzazione della riproduzione in se stessa?

Come considerare l'embrione in quanto essere vivente?

Comincerei dal secondo quesito. Il fatto che l'uomo, penetrando i segreti della biologia, abbia saputo riprodurre i meccanismi della generazione che la natura ha automaticamente realizzato nell'intimo del corpo delle donne, ha fatto sì che la provetta prendesse il posto della Magna Mater nella psiche collettiva, e l'ha munita del diritto arbitrario di selezionare i viventi, stabilendo chi sopravvive e chi no nella corsa che dal concepimento porta alla nascita. Tale selezione avveniva attraverso gli aborti spontanei in passato, mentre oggi accade sotto la selezione degli embrioni, volontariamente predisposta ma non determinata in relazione ai singoli. Potremmo dunque considerare ineluttabile e accettabile la perdita degli embrioni se la loro produzione seriale fosse indispensabile per la procreazione assistita. Ma non lo è. Si possono produrre più embrioni insieme, ma anche uno alla volta. La domanda allora da porsi è questa: quale dev'essere il criterio per questa scelta? Fino a quando l'embrione era considerato "pars matris corporis", allora la valutazione dello statuto dell'embrione era ovviamente diminuita. Ma la biologia moderna ha messo bene in evidenza che esso è uno stato, sia pure assai primitivo, dell'evoluzione dell'unica vita umana, che inizia dall'ovulo fecondato, passa proprio per l'embrione, prosegue nel feto, sbocca nella nascita, quando l'individuo è autonomo biologicamente, e trapassa attraverso l'infanzia, l'adolescenza, la gioventù, l'età adulta, la vecchiaia, arenandosi nella morte. La continuità è data dalla presenza del genoma, che è il progetto su cui si costruisce l'insieme delle trasformazioni umane, e il fatto che un embrione, se non soppresso, inevitabilmente diventa un umano formato è la prova del fatto che esso è già umano in sè. L'embrione è già vita umana. Biologicamente questo è indiscutibile, e anche se la mancanza di una epistemologia chiara in materia rende difficile una determinazione "filosofica" del concetto di vita, da un punto di vista scientifico non ci possono essere dubbi. Tutte le obiezioni vengono da pregiudizi anche legittimi, ma non fondati sulla biologia, e non più fondati di quelli che consideravano inumani gli Indios dopo la scoperta dell'America, o gli schiavi ai tempi di Aristotele. Per esempio si dice che l'embrione non corrisponde al concetto di persona umana. E così si stabilisce un'equazione tra persona umana e vita umana. Equazione infondata, perchè esistono esseri umani che non hanno un'identità personale, come quelli che nascono senza encefalo, ma che certo sono individui; oppure pericolosa, perchè implica una gerarchia di vite umane in funzione dello sviluppo della personalità: per cui un minorato psichico, a seconda della sua maggiore o minore consapevolezza personale, non sarebbe che più o meno simile a un adulto pienamente cosciente - ma un discorso analogo potrebbe essere impostato per i bambini, o per gli anziani con qualche obnubilamento della coscienza più o meno forte, e persino per gli adolescenti. Inoltre andrebbe definito cos'è una persona umana. Molti dicono che essa è legata ad una forma, ossia ad un ordinamento razionale della materia organica. Quanto più questa forma è peculiare dell'umanità, tanto più siamo certi di avere una vita davanti. Per cui l'uomo nascerebbe nello stadio di feto. Ma questo è contraddittorio, perchè se è vero che il feto è lo stadio in cui le caratteristiche specifiche si distinguono chiaramente, mentre nell'embrione esse sono talmente generiche da essere riconducibili a quelle di altre forme di vita non umane, è altrettanto vero che il passaggio dall'embrione al feto è inevitabile, e nessun feto potrebbe formarsi se non da un embrione, in cui peraltro la forma del genoma, che è proprio di ogni individuo, è già tutta presente. Nel suo formarsi, la vita umana individuale ripercorre in nove mesi il cammino che l'evoluzione della vita in genere ha fatto in miliardi di anni: da organismo monocellulare a embrione a feto di una specie evoluta, ma questo non significa che queste fasi primordiali siano meno umane. In realtà ogni vita ricapitola tutto il processo dello sviluppo biologico nella storia naturale. Altri ancora dicono che l'uomo è tale solo quando addiviene alla ragione, la facultas addita della tradizionale antropologia classica. Ma siccome questo implicherebbe una disumanizzazione persino della primissima infanzia, allora si identifica la razionalità con il sistema nervoso e con il cervello formato. Ma anche qui va rilevato che un cervello si forma solo in un embrione che può arrivare a trasformarsi in feto, ossia che esso non è il quid che fa l'uomo, ma un punto di arrivo fondamentale del processo che lo compie. In poche parole, è un elemento naturale come gli altri, che è potenzialmente contenuto nel corredo genetico, e che infallibilmente verrà fuori se lo si lascerà nascere. La stretta connessione tra processi neurologici e facoltà del pensiero e della volizione, ben messa in evidenza dai recenti studi scientifici, ha fatto giustizia della concezione che fa della ragione un elemento estrinseco che umanizza l'individuo dall'esterno, e mostra quest'ultima come una proprietà eminente dell'umanità, ma non come la sua stessa sostanza. Discorso poi strettamente religioso è quello relativo al momento dell'infusione dell'anima nell'uomo. Per chi crede nell'esistenza del principio spirituale individuale, determinare il momento della sua unione al corpo significa capire quando nasce l'uomo, ossia quando la materia vivente si ominizza. Per cui, se si crede che l'anima è creata in corrispondenza del feto, si può considerare non personale l'esistenza dell'embrione. Ma non è questo un principio scientifico, ma metafisico. Inoltre nella nostra cultura la religione cristiana, legata al retaggio dell'aristotelismo, per cui l'anima è forma del corpo, individua il momento dell'ominizzazione avvalendosi delle conoscenze biologiche, volendo legarla all'inizio della conformazione delle strutture vitali. Esse infatti non si strutturerebbero senza la loro forma. Va da sè che dunque oggi l'anima si creda che venga infusa nel momento della formazione del genoma, che è la struttura più intima e quella basilare di ogni esistenza individuale. Senza di essa, i geni non potrebbero agire. E che i geni dell'uomo siano il segno e il fondamento della personalità di ogni vita, è il punto di arrivo di ogni onesta riflessione sull'argomento. Per cui l'embrione può ragionevolmente essere considerato una persona. Perciò appare barbaro produrne molti per farne attecchire uno. Specie potendo sintetizzarne uno alla volta.

Certo si tratta di una tecnica più dolorosa e rischiosa per la donna, ma non si può negare il diritto alla vita dell'embrione per rendere meno impervia la gravidanza. Piuttosto, si dovrebbe rinunciare a produrre più embrioni dopo i primi innesti fallimentari, se si dovesse porre un problema di salute per la gestante. Solo così entrambi i diritti alla vita sarebbero tutelati.

Naturalmente questo esclude anche, a lume di logica, che gli embrioni possano essere usati per sperimentazioni scientifiche, ossia come cavie. Il loro status di viventi umani lo esclude. E in un'epoca in cui ci si batte per ridurre al minimo la sperimentazione su cavie animali, appare schizofrenico volerle incoraggiare su embrioni umani. Fare appello alle dolorose vicende di persone malate che aspetterebbero il soccorso dalla inevitabile dissoluzione degli embrioni in più cellule, magari ambite perchè staminali, è scorretto, sia perchè contrappone un dolore visibile ad uno invisibile (la morte nell'utero fa meno notizia di quella in ospedale), sia perchè omette di ricordare che numerose ricerche sono possibili sulle staminali prelevate dagli adulti. A meno che non si voglia creare un mondo in cui per un solo individuo formato esistano decine o centinaia di biodroidi da tenere in uno stato di sospensione biologica e da cui sottrarre a piacimento cellule per varie necessità. E' francamente una prospettiva terrificante. Il fatto che la sensibilità collettiva avverta più facilmente l'umanità di un individuo formato piuttosto che di un embrione non è un'attenuante ma un'aggravante: è l'eterna propensione degli umani a riconoscere come pienamente appartenenti alla propria specie solo gli individui che corrispondono ad una concezione ideale di essa, per cui handicappati, malati, persone poco belle o intelligenti, e quindi pure gli embrioni sono sentiti ai margini. E alimenta questo pregiudizio la mentalità comune laicista che, in nome dell'autodeterminazione assoluta, rivendica il diritto presunto delle donne di disporre dell'embrione come parte di sè, non pienamente umana.

Quetso apre un nuovo fronte della discussione: può una società dove l'aborto è pressochè ovunque legalizzato capire e accettare il concetto di un embrione come persona umana? Non a caso in Italia il dibattito sulla legge sulla fecondazione assistita ha spinto alcuni a dire che l'attuale impianto legislativo mina i presupposti giuridici della 194. Altri ancora hanno descritto la difesa dell'embrione come un attacco travestito ai diritti della donna, nella cui intimità l'embrione cresce. D'altro canto, non si può negare che la mentalità abortista prepara l'eugenetica spicciola che è alla base della fecondazione eterologa, della criotecnologia, della generazione di molti embrioni. Se l'embrione può essere ucciso nel grembo della madre, può anche essere prodotto in serie, può essere selezionato in una batteria di propri simili, può essere conservato e può essere ucciso. Perchè non è vita umana personale. E se fosse così, sarebbe più che logico agire in questo modo. Tra l'altro, siccome è una vita potenziale, può essere anche selezionato attraverso la scelta di spermatozoi e di ovuli diversi da quelli dei genitori legali. Ma non è necessariamente detto che un abortista debba condividere questa concezione. In effetti molti fautori dell'aborto rigettano l'eterologa. Ma la mentalità che nega all'embrione lo status di persona collega tra loro l'aborto e la fecondazione assistita nella forma oggi più praticata, ossia con più embrioni. Ma proprio il progresso biologico che ha permesso queste sofisticate tecnologie ha fatto aumentare la conoscenza che abbiamo della stessa vita umana individuale, per cui oggi non si può liquidare alla leggera la questione dell'umanità dell'embrione come si faceva quando si approvò la 194. L'aborto, che toglie una vita, può anche illudersi che essa non sia umana. Ma la fecondazione artificiale, che mira a crearla proprio perchè umana, non può ignorare di averla ottenuta. Creando più embrioni per salvarne uno, attesta che tutti sono uomini, almeno potenzialmente. E attesta che quindi eliminarne tanti è immorale. E indirettamente che l'aborto è un omicidio.

Del resto, si può essere abortisti e contrari alle forme estreme della fecondazione almeno partendo dal principio che l'aborto stesso è accettabile in casi di incompatibilità tra la vita del nascituro e quella della madre (come un suo grave rischio di morte nel parto), per cui esso sarebbe lecito, mentre la fecondazione artificiale, creando più embrioni e scegliendone sempre e solo uno, seleziona delle sia pur potenziali vite per un fine obiettivamente fatuo come una maternità a tutti i costi. In questo caso, sarebbe la vita della madre un pericolo per quella del bambino! E' questo un paradosso, ma vorrei che facesse riflettere. Anche sul'altro anacronismo ideologico a sostegno della fecondazione artificiale con più embrioni: quello che ne fa una battaglia femminista.

Che l'aborto fosse una battaglia da vincere per il femminismo radicale, è pacifico. Indipendentemente dalla valutazione che si dà sia dell'aborto che del femminismo. In effetti con la possibilità di disporre dello spazio del proprio utero, la donna acquista una libertà oggettiva, a prescindere dalla sua legittimità morale. Ma la fecondazione artificiale, in che cosa è pertinente esclusivamente alla donna? Le madri controvoglia hanno sempre abortito, magari di nascosto, attestando che la loro gravidanza era, di fatto se non di diritto, una questione privata. Non a caso molte abortivano anche da sole. Lo Stato, legalizzando l'aborto, lo ha reso un fatto pubblico, per cui esso non è più neutrale in una vicenda che afferma essere privata, ma parte in causa a favore della madre. Ora la fecondazione artificiale nasce addirittura come potenzialità esterna alla natura e quindi al ciclo biologico della maternità individuae. I gameti si fecondano in provetta. L'embrione è prodotto in serie e poi impiantato da medici. Quelli eccedenti sono congelati dai tecnici. Quando vengono distrutti, lo sono per decreto degli Stati. Cosa c'è di personale in questa faccenda? Nemmeno l'aspetto privato di fatto è sopravvissuto in questa riproduzione postmoderna! Le donne si appropriano di un embrione che per definizione nasce fuori del loro utero, e condannano alla sospensione della vita e alla morte embrioni che in loro non sono mai stati. O almeno si dice che questo avvenga per le donne. Ma in realtà avviene anche per gli uomini: anche loro sono sterili o impotenti e hanno bisogno di queste tecniche. Il concetto femminista dell'embrione come parte del corpo della madre qui non ha più nessun luogo neanche pretestuoso. Non c'è rapporto tra i diritti della donna e la fecondazione assistita, che è per definizione un fatto sociale. Dunque nessuno può rivendicarla per la donna in quanto tale, e può legittimare l'abuso sugli embrioni per essa. Un abuso che andrebbe riprovato solo perchè compiuto su esseri umani, ma che in questo caso va anche condannato perchè falsamente ricondotto alla dimensione privata della madre. Una dimensione la cui evocazione appare ancora più grottesca in relazione all'eterologa: per i diritti della donna come individuo si richiede l'intervento dello sperma di uno sconosciuto, o dell'ovulo di un'estranea o di un utero in affitto. Una miriade di individualità deresponsabilizzate per il presunto diritto di una sola di esse.

Chiaramente, in questo sistema di valori che ho espresso, anche l'idea di eliminare l'embrione per una diagnosi prenatale è riprovevole, per cui una diagnostica orientata in tal senso è assurda. Gli esseri umani sono tali anche se malati e non possono essere uccisi per questo, neanche nel grembo materno. Sarebbe una falla troppo grande nel sistema del nostro codice morale, e di fatto ha aperto la strada allo spettro dell'eugenetica.

Queste riflessioni sono chiaramente stimolate anche dal prossimo referendum quadruplice sulla nostra legge italiana sul tema. Chi scrive non ha certo fatto mistero delle sue opinioni e chiunque abbia la pazienza di leggere l'articolo in questione può immaginare cosa io farò nel segreto dell'urna. Ma non si pensi che queste riflessioni siano solo uno strumento di propaganda ! In un paese come il nostro, in cui "la toilette è sempre di sinistra mentre il cesso è sempre in fondo a destra" anche una questione complessa ed elevata come questa è lottizzata nel dibattito ed è combattuta per ragioni di politica inferiori a quelle che dovrebbe stimolare. Lungi dall'essere pregiudiziale per comporre coerentemente una visione della società e quindi politica nel senso più alto del termine, è invece trattata alla stregua di un postulato di altri principi, teoreticamente inferiori. Per esempio, basta essere cattolici per essere contrari - ma la bioetica non è una disciplina che può fondarsi eteronomamente su una morale rivelata: il problema esiste pure per i non cattolici, e chi pretende di darne la soluzione deve argomentare razionalmente e non solo appellarsi all'autorità, sia pure sacrosanta, della religione. E invece spesso il dibattito pro diventa mellifluo, patetico, lacrimoso, sermocinante: risulta perciò sgradito a chi non accetta la pregiudiziale di una bioetica confessionale. Essa infatti con la sola forza della ragione - che non esclude la fede, che dal canto suo la coonesta - deve imporsi a tutti. E in effetti così è, essendo impensabile che l'eterologa sia, ad esempio, lecita per alcuni e illecita per altri. In quanto all'argomentazione contro, basta essere di "sinistra". Interpretando la sinistra come progressismo, il progressismo come progresso e il progresso come categoria morale, se ne deduce che la sinistra stessa debba accettare tutto ciò che la scienza permette come moralmente lecito, specie se da occasione di rinfocolare il sentimento anticristiano e laicista. Ossia un sentimento pregiudiziale: l'opposizione del nuovo al vecchio, dell'individuo alla società, del diritto alla morale, della libertà alla norma. Chiaramente è una caricatura grottesca del dibattito ideologico, e gli esiti lo dimostrano. Non c'è niente di meno comunista di una battaglia individualista come quella per la fecondazione assistita eterologa o con più embrioni: presentarla come una lotta per i diritti della donna o quant'altro appartiene piuttosto alla visione del radicalismo liberale - non a caso, rimanendo a casa nostra, i Radicali sono i maggiori fautori della deregulation in materia. Al massimo il comunismo potrebbe rivendicare la fecondazione artificiale come strumento di dis-individualizzazione, separando la riproduzione da quei sentimenti personali legati all'amore, al sesso e alla gestazione. Si tratterebbe tuttavia di un estremismo ideologico stalinista che non è mai stato realizzato perchè l'URSS è caduta prima che il problema si ponesse come fatto di massa. Ma è significativo che nei laboratori segreti della Corea del Nord, forse della Cina popolare e probabilmente dell'URSS prima del crollo si siano fatti esperimenti genetici - e che a Pyongyang se ne facciano ancora - sinistri e senza il controlllo dell'opinione pubblica mondiale.

E tuttavia la tradizione socialista occidentale, laicizzata dei propri dogmi di progressismo marxiano, ha subito la contaminazione della cultura radical-chic, che per ragioni culturali opposte sostiene proprio queste tecnologie biologiche, avendo peraltro un'ampia influenza sull'opinione pubblica, attraverso un notevole conformismo mediatico. Ragion per cui i socialismi patrii e stranieri sono - incomprensibilmente - allineati su una posizione ultraliberale, ossia assolutamente estranea alla loro tradizione. Ma in verità il conformismo del pensiero debole non ha più confini rispettati, nemmeno e soprattutto nei confronti delle vecchie ideologie.

Altrettanto incomprensibile è l'acquiescenza del movimento ecologista internazionale alla fecondazione assistita in genere: non vi è niente di più artificiale, e date certe altre posizioni fondamentaliste da esso assunte, non si capisce proprio da dove venga tale disponibilità. Se poi pensiamo quale genere di esperimenti spesso le società multinazionali - tanto esecrate da queste frange politiche - compiano su embrioni di cui possano - illegalmente o no - disporre, ancor più assurda appare questa posizione.

In genere, stupisce trovare sul fronte del proibizionismo le destre nazionaliste, spesso razziste e quindi eugeniste. In effetti esse dovrebbero essere favorevoli alla fecondazione assistita per ragioni diverse da quelle della cultura radicale, ma l'odio ideologico verso la società ultraliberale fa delle destre delle conservatrici in materia.

Ma è giusto parlare di conservatorismo per i proibizionisti ? Non sono forse stati trent'anni circa di far west mondiale in materia a mostrare che bisogna modificare mentalità, prassi e leggi ? E questo non è forse il contrario del conservatorismo? Chi oggi nel mondo è conservatore in materia? Chi vuole attardarsi sulla situazione dominante o chi vuole modificarla? E cosa è liberale in materia ? Estendere i diritti ai non - nati oltre che ai nati ? O conservarli solo a questi ? Assumere le moderne conoscenze biologiche nel quadro di una nuova concezione giuridica, o tenerle fuori dalla porta grazie alla demagogia?

Appare dunque fuorviante una lettura del problema in chiave dell'eterno dissidio bipolare della politica italiana, questa volte di una bipolarità trasversale. Ma è fuorviante qualsiasi bipolarità, pure su scala mondiale: tra credenti e atei, tra repubblicani e democratici, tra laburisti e conservatori. Le categorie politiche non servono a catalogare eventi come la scoperta della ruota o dell'accensione del fuoco. E quindi neanche a catalogare quella delle biotecnologie. E il problema rimarrebbe anche se tutto il mondo legalizzasse ogni forma di fecondazione assistita.

Verso quale mondo andiamo? E' difficile dirlo. La manipolazione genetica, specie in vista della prevenzione delle malattie ereditarie e del miglioramento delle caratteristiche psicosomatiche della specie, come pure la clonazione terapeutica per risolvere i problemi dei trapianti, lasciano presagire un mondo in cui, se non di diritto almeno di fatto, la fecondazione assistita, tappa indispensabile su questi percorsi, sia accettata almeno nella forma omologa, pressochè da tutti. Peraltro, anche questa forma di biotecnica è altamente discutibile, e non si può escludere che essa presto risulti invecchiata in vista della manipolazione genetica o della clonazione terapeutica, così da risolovere parecchi dilemmi di coscienza. In ogni caso, la responsabilità dell'individuo, con la riflessione e l'azione, per un mondo più umano e consapevole, è ineludibile. E' per essa che dobbiamo sempre batterci, indipendentemente dai risultati. Infatti la causa dell'umanità vive e trionfa proprio in chi batte per essa: vuol dire che è sempre viva.


Theorèin - Febbraio 2005