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La struttura sociale della specie umana affonda le sue radici non in forme più o meno arcaiche e semplici di convivenza di gruppo, nè in scelte più o meno libere di associazione tra individui, ma nel fatto che, biologicamente, essa si strutturi in due sessi che necessitano di completarsi, non soltanto a livello fisico - cosa per cui sono predisposti anatomicamente - ma anche a livello psicologico. E questo perchè la differenziazione sessuale si stratifica dal livello puramente corporeo sino a spingersi a quello dell'identità mentale, costituendosi come una duplice identità biopsichica. La sua interazione costituisce dialetticamente la specie umana. E' proprio da questa naturale e istintiva azione di completamento che scaturisce la perpetuazione della specie, ossia l'atto sociale per eccellenza, quello da cui tutti veniamo e che garantisce il ricambio ai membri mortali della comunità umana, che altrimenti sparirebbe in una generazione. Possiamo dunque dire che la socialità umana scaturisce dalla sua istintualità, e ne è la realizzazione consapevole e volontaria, di una volontarietà che deve e perciò vuole assecondare l'inclinazione naturale. A questo livello, nella socialità non vi è distinzione tra scelta e bisogno, tra ragione e istinto, tra individuo e gruppo. Essa è quella che noi chiamiamo un'esigenza naturale, nel senso più profondo del termine, proprio dell'organizzazione razionale che si riscontra nel complesso dei viventi e che sovrintende al loro essere nel cosmo, inteso come realtà ordinata. I singoli possono scegliere anche di non vivere questa socialità primordiale, ma la specie si fonda sull'ineluttabilità di questa scelta nella maggioranza degli individui, e sul fatto che almeno in parte tutti debbono sperimentarla. L'individuo che sceglie di non costituire una coppia in ogni caso è il prodotto biologico di un rapporto di coppia, che attesta contro di lui il primato socio-ontologico della socialità, in quanto essa può generare individui perpetuandosi, mentre gli individui non possono produrre altri individui se non mutando il proprio stato e associandosi ad altri. Inoltre il singolo individuo che sceglie di non strutturarsi esistenzialmente sulla base della sua inclinazione sociale e che quindi non costituisce nessuna coppia stabile, difficilmente farà a meno di tutti gli aspetti della vita di coppia: forse formerà una coppia che durerà solo una parte della sua vita; forse si riprodurrà per caso in un rapporto occasionale; forse avrà rapporti sessuali; ma in ogni caso sperimenterà per forza di cose una parte della sua socialità di base. Ciò avviene implicitamente anche nei casi di chi non trova il compagno o la compagna che vorrebbe o di chi sceglie di condurre una vita senza affettività sessuale per ragioni culturali legate magari alla religione o alla filosofia: in questi casi l'energia psichica legata alla sessualità viene surrogata o sublimata in forme di vita diverse, anch'esse sociali anche se in modo diverso, magari implicito o traslato (come il monachesimo eremitico) ma sempre strutturalmente legate alla forma originaria della socialità.
E' per questo primato assoluto che la socialità intrinseca tra l'uomo e la donna precede, sia cronologicamente che logicamente e gerarchicamente, ogni altra forma di società. I primati in cui avvennero le modificazioni genetiche che portarono alla nascita delle specie umanoidi (homo abilis, erectus, sapiens) culminate nella nostra furono sempre delle coppie, anzi appare quasi impossibile che tali modifiche potessero statisticamente verificarsi in più coppie: da qui il mito fondativo della coppia primordiale, eloquentemente espresso nella tradizione semitica e non solo. Peraltro, anche se l'evoluzione avesse realizzato più modifiche genetiche in svariati individui, solo quelli che avessero avuto la sorte di incontrarsi essendo di sessi diversi avrebbero potuto riprodursi e avviare la storia della specie di cui erano i primi esponenti; il che ci riporta, statistiche alla mano, al fatto che storicamente all'origine dei vari homines preistorici terminati con quello sapiens sapiens c'è sempre una sola coppia fertile. Da questo primato storico viene fuori quello logico: nessuna società potrebbe esistere senza quella che convenzionalmente chiamiamo familiare, ed essa quindi non viene motivata nè tantomeno legittimata dalle socialità che la seguono, ma anzi le contiene tutte in sè come in un germe. Infatti tutte le forme di società hanno una funzione normativa, che surroga quella paterna, e una protettiva, che sostituisce quella materna; una recettiva, che mima l'intima accoglienza che la donna fa in sè dell'alterità, e che sovrintende alla staticità e all'autoconservazione sociale, e una espansiva, che estrinseca il dinamismo espansivo dei gruppi umani e che ha il suo archetipo nella sessualità maschile. Ciò si riscontra nelle comunità politiche, economiche, religiose, culturali. E' una legge sociologica radicata nella psicologia collettiva sin al livello inconscio. Inevitabilmente, da un punto di vista gerarchico, la società primordiale dell'uomo e della donna sovrintende ad un ambito molto più ristretto e quindi elevato di quello a cui sono preposte le altre società. Esse ne sono un ampliamento, un completamento, una estrinsecazione storica inevitabile e indispensabile, ma non la possono surrogare. Anzi tendono a proteggerla e a garantirla. Ogni epoca ha voluto tutelare questa forma di socialità, creando il concetto giuridico di famiglia, basato sulla forma del matrimonio e sulla materia del patrimonio, spesso sacralizzato da un rito religioso. Certo le strutture familiari sono state e sono tante, legate ai tempi e alle culture: forme poligamiche e poliandriche, forme caratterizzate dall'indissolubilità matrimoniale e forme in cui il vincolo tra coniugi può essere rescisso, forme nucleari e allargate. Ma tutte hanno una struttura razionale di fondo, più o meno evidente: il rapporto tra uomo e donna, che per ragione appaiono uguali, laddove un pregiudizio storico-culturale non faccia ritenere il contrario. E la tutela della famiglia sia pure come istituto polimorfo scaturisce da un duplice plesso tematico: completa due specie complementari e sovrintende alla riproduzione. Essa naturalmente non è solo il fatto generativo, ma anche e soprattutto quello educativo, inscindibile dal primo per la specie umana, specie razionale e quindi bisognosa di formare spiritualmente gli individui. Essi crescono e si formano proprio in relazione dialettica con i genitori di sesso differente: la formulazione classica e in parte superata del ruolo del complesso edipico o elettrico nello sviluppo della psiche umana lo dimostra profondamente. Il rapporto tra un individuo e due altri individui guida, uno simile sessualmente e uno dissimile, è un elemento fondativo irrinunciabile. Dove non c'è ci sono difficoltà. Dove è squilibrato ce ne sono di peggiori. Esso è normativo, perchè dà all'individuo un'immagine di ciò che dev'essere lui attraverso il genitore dello stesso sesso e di ciò che sarà l'altro con cui entrerà in relazione attraverso il genitore di sesso opposto. Per quanto questi rapporti possano essere anche espressi attraverso contrasti o surrogati, essi sono assolutamente inevitabili e fondamentali. S'impone allora un quesito: se questa è la radice della socialità umana, è giusto oggi estendere culturalmente e poi giuridicamente lo status di famiglia agli omosessuali? La risposta a mio avviso è categoricamente negativa. Infatti essa si fonda su una serie di rilievi. L'omosessualità è solo una delle tante forme della sessualità umana. Alcune di essa sono talmente distruttive che l'uomo ha dovuto reprimerle da sempre. Altre sono innocue da un punto di vista sociale. Tutte sollevano interrogativi etici a cui possono essere date svariate risposte. Nessuna può fare a meno dell'eterosessualità, in quanto esse sono tutte sterili, ossia incapaci di dare la vita. E non a caso sono solo in parte compatibili con la struttura biologica della specie umana, quando addirittura non lo sono affatto e spingono gli attori del rapporto sessuale a surrogarlo con abitudini in tutto o in parte esterne ai propri corpi, che pur si vorrebbero unire. Nessuna inoltre di queste sessualità alternative esprime in modo univoco l'unità e la specificità dell'identità biopsichica di ciascun sesso. Spesso la violenza sottopone a caricatura il ruolo uomo-donna mascherandolo dietro quello del carnefice - vittima (penso allo stupro, al sadismo e al masochismo e diversamente alla zoofilia e alla necrofilia), o del giovane - vecchio (penso alla pedofilia o alla gerontofilia); altre volte la mimesi rivela la crisi dell'identità del singolo in relazione a sè (come capita ai pornofili o agli esibizionisti o agli incestuosi, e differentemente ai frequentatori di prostitute) e agli altri, spesso celandola dietro un impossibile inversione di ruolo (penso al travestitismo e oggi al transessualismo) o a una oscillazione ambigua dall'una all'altra funzione (come il bisessualismo), o a una forma ossessivo - compulsiva volta a compensare le insicurezze o ad esorcizzarle (come accade ai feticisti o agli scambisti o agli erotomani). La crisi dell'identità sociale di solito sovrintende alla promiscuità, che infatti caratterizza le società opulente, che tra i tanti lussi che si possono permettere hanno quello dell'incertezza esistenziale. La caratura etica e la valenza sociale - negativa e positiva - di ognuna di queste forme di sessualità ognuno può valutarla da sè comparando tali comportamenti con la massima kantiana dell'agire come se ognuno fosse coi propri atti legislatore universale e norma per tutti. Basta insomma chiedersi cosa succederebbe se tutti o molti facessero sempre o spesso una o tutte queste cose che abbiamo elencato. E spesso i risultati sono sotto i nostri occhi. Di alcuni spero che l'esecrazione sia unanime - e lo è socialmente - come per l'incesto o lo stupro o la pedofilia; di altri ognuno veda da sè. In questo composito panorama di surrogati l'omosessualità ha un posto diverso. In effetti è l'unica che può aspirare non a sostituire l'eterosessualità ma almeno a farle da alternativa. Inoltre non implica violenza nè su di sè nè sugli altri. Ma non può garantire la complementarietà dei sessi per limitazioni biologiche - assai evidenti nei rapporti tra omosessuali femmine - e spesso psichiche - nei casi in cui l'omosessuale vorrebbe essere di sesso opposto. In questi ultimi casi c'è una vera e propria inversione dei ruoli che manifesta una distonia tra psiche e soma che può essere considerata una vera e propria patologia psichica, che di solito fa molto soffrire chi la prova. In tutte queste condizioni non c'è l'elemento della socializzazione autentica. Spesso c'è in modo dannoso. Inoltre l'omosessualità è sterile, non dà vita a nessuno perchè non può generare. Non svolge quindi nessuna funzione sociale primordiale. Ragion per cui essa non può essere famiglia nel senso culturale e giuridico. La cultura infatti esprime il modo di vivere di un popolo in un'epoca, e il diritto ne disciplina le forme. Ora, per la società è indispensabile che uomini e donne si completino a vicenda, sia perchè sono fatti l'uno per l'altra sia perchè devono riprodursi; ma che due donne o due uomini abbiano relazioni stabili o occasionali per la comunità non cambia nulla. Niente danno alla società e nulla debbono razionalmente riceverne più di chi conviva con un suo simile per ragioni extrasessuali. Per la società che due uomini convivano per avere rapporti o perchè devono dividere le spese dell'appartamento non fa differenza. Non è dunque logico che la coppia omosessuale abbia più privilegi della coppia o del gruppo che si forma per altre motivazioni, e tanto meno che sia equiparata a quella eterosessuale. A seconda poi del rapporto che le società creano tra natura, diritto e morale, gli omosessuali saranno più o meno liberi. Per esempio nella cultura semitica sono equiparati ai criminali, in quella greco - romana nessuno si sarebbe sognato di farli sposare ma potevano vivere liberamente la loro sessualità, con valutazioni più o meno differenti nell'opinione pubblica. Oggi invece sta invalendo la teoria di riconoscerne le unioni, considerando l'esercizio della libertà sessuale come un diritto giuridico oltre che morale e culturale, e cercando di creare un'uniformità normativa di una realtà considerata ontologicamente sempre più come luogo della differenza. La contestazione sociale ha surrettiziamente identificato il ruolo e lo statuto culturale della famiglia con quello biologico dei sessi differenti e ha tentato di relativizzarlo - non potendo abolirlo - con una giurisprudenza che trasforma in diritto stabilito ciò che invece è solo una possibilità, peraltro diversamente valutabile. Il senso di colpa collettivo inconscio per le molte crudeli violenze subite dagli omosessuali anche in tempi recentissimi - e molte ne avvengono mentre scrivo e mentre leggete - ha spinto a cercare il matricidio della cultura tradizionale che relegava ai margini della vita civile l'omosessualità ribaltandone il giudizio in una forma di legittimazione normativa. Il postcomunismo, volendo superare la definizione dell'omosessualità come depravazione borghese, ha identificato l'omosessuale con l'oppresso sociale e ne ha teorizzato la liberazione giuridica mediante l'equiparazione con l'eterosessuale, impostando la questione come quella femminile o minorile o proletaria o del Terzo Mondo. Il radicalismo borghese, alla ricerca di nuove frontiere di laicizzazione, ha interpretato in senso laico la desacralizzazione della famiglia non solo disancorandola dalla morale cristiana, ma addirittura sovvertendone i presupposti con una nuova prassi giuridica, nella quale il matrimonio omosessuale convive con il divorzio lampo e con la libera unione, oltre che con la tacita accettazione della poligamia di forti minoranze di cultura extraeuropea. Persino il cristianesimo, in nome della filantropia sganciata dall'etica eteronoma che è sua propria, in alcune sue frange estreme teorizza il sacramento del matrimonio per gli omosessuali. Da questo calderone culturale di diversa valutabilità viene fuori l'idea del matrimonio omosessuale, peraltro tenacemente voluto dalla comunità gay nel mondo in un'epoca in cui l'istituto matrimoniale è in profondissima crisi e ampiamente contestato. Ma esso non corrisponde ad una razionale visione giuridica. Probabilmente, per il conformismo che sempre favorisce le idee più fortunate, tale matrimonio si diffonderà molto, ma sarà sempre erroneo. Genererà molta confusione. E un giorno tornerà ad essere abolito. Speriamo che ciò non implichi una reazione di rigetto anche per gli omosessuali in quanto persone, e che non li riporti tra i perseguitati. L'aspetto che più di tutti rivela l'irrazionalità di questa nuova concezione giuridica sta nell'idea delle adozioni per le coppie omosessuali. Nessuno nega che alcuni omosessuali, da soli o in coppia, sarebbero ottimi genitori, e spesso migliori di tanti eterosessuali. Ma la legge deve considerare le norme generali e non le situazioni singole o particolari. E nella formazione del bambino e dell'adolescente, come dicevamo, il confronto con genitori di sesso diverso è fondamentale. La sua assenza sarebbe fatale. Non ne possiamo valutare la portata pratica perchè nessuna civiltà umana ha mai fatto allevare i bambini a coppie omosessuali. Non parliamo poi di quelle coppie omosessuali composte da individui che hanno un'identità psichica da quella biologica: il loro impatto sui bambini sarebbe disastroso, al di là delle loro stesse intenzioni. Su tale punto dovrebbero essere tutti unanimi, compresi gli omosessuali. Nella morale semitica e in quella formale classica l'omosessualità è una colpa. Non è la sede questa per sottoporre a riscontro tale concezione. E' tuttavia evidente che, se l'omosessualità è una colpa, è ancor più colpevole farli sposare. Per chi considera l'omosessualità una colpa è inevitabile invocare l'obiezione di coscienza dinanzi all'ipotesi di dover celebrare delle nozze tra gay o di dover loro affidare dei figli. Laddove infatti la coscienza non se la sente di aderire ad una legge, e laddove tale disobbedienza non nuoccia ad alcuno, essa ha il dovere di compierla, e in uno Stato democratico e liberale deve averne il diritto. Da più parti si sente dire, specie negli Stati dove il matrimonio omosessuale è norma civile, che tale obiezione è illecita, perchè questo matrimonio è innocuo. Questa tesi è ancor più dannosa dello stesso matrimonio gay: uno Stato non può circoscrivere l'ambito di scelta di una coscienza; invocare l'innocenza del matrimonio omosessuale è improprio e mistificatorio: infatti cosa dovremmo dire a questo punto, che l'obiezione di coscienza è lecita solo contro leggi che danneggiano l'integrità psicofisica delle persone? Ma contro leggi del genere ci vuole la disobbedienza civile, e non l'obiezione di coscienza ! Sarebbe come dire che si può obiettare solo a Leggi tipo quelle di Norimberga ! Ma a quelle non si può obiettare, si deve farlo ! Ecco che questo riformismo, che parte dal presupposto erroneo che esistano dei diritti specifici di alcuni gruppi - in questo caso degli omosessuali - che vanno a sommarsi a quelli degli uomini in genere, finisce per ledere i diritti primari di chi non fa parte di quel gruppo. Se infatti il gay in quanto gay ha diritto di sposarsi indipendentemente dall'utilità sociale della sua unione - diritto diverso da quello degli eterosessuali - chi vi si oppone non ha il diritto di farlo indipendentemente dalle sue considerazioni di etica sociale. E questo è totalitarismo. Auguriamoci che l'implosione giuridica e il collasso culturale a cui assistiamo non debba trasformarsi nel più cupo fenomeno della massificazione delle coscienze, che è il preludio di ogni dispotismo. Sarebbe l'esito paradossale di una battaglia combattuta per una concezione stirneriana e assoluta della libertà. Ed è un esito già drammaticamente visto. Da Stirner al Superuomo e da questo agli orrori del XX secolo è tutto un processo discensivo e degenerativo molto rapido e drammatico. Di solito gli omosessuali ne sono state vittime, ma la storia ha fervida fantasia negli abomini. Theorèin - Maggio 2005 |