LA SFIDA DI CARTESIO E LA RISPOSTA DI VICO
A cura di: Mario Della Penna
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XIV Lezione

LE MEDITAZIONI METAFISICHE

SESTA MEDITAZIONE

DELL'ESISTENZA DELLE COSE MATERIALI
E DELLA REALE DISTINZIONE TRA L'ANIMA E IL CORPO DELL'UOMO

La sesta meditazione è dedicata a dimostrare che i corpi esistono e, in particolare, che esiste il corpo che chiamo mio e che, malgrado la sua intima unione alla mente, esso è realmente distinto dalla sostanza spirituale.

Dal momento che conosciamo la natura del corpo, sappiamo non solo che la mente è concepita come una cosa completa senza il corpo, ma anche che il corpo è concepito come una cosa completa indipendentemente dalla mente. Dice Descartes:

"Io noto innanzi tutto la differenza tra l'immaginazione e la pura intellezione o concezione. Per esempio quando immagino un triangolo, non lo concepisco solo come una figura composta e compresa da tre linee, ma oltre a ciò, considero queste tre linee come presenti per la forza e l'applicazione interna del mio spirito; e questo è ciò che chiamo immaginare". (1)

L'immaginazione tuttavia non esaurisce le sue funzioni nel tradurre in immagini le idee del puro intelletto; essa infatti, utilizzando la memoria, ha anche la capacità di tradurre in immagini mentali, combinandolo liberamente, il materiale che le proviene dalla sensibilità.

"Io sono abituato ad immaginare molte altre cose, oltre quella natura corporea ch'è l'oggetto della geometria, e cioè i colori, i suoni, i sapori, il dolore, ed altre cose simili, benché meno distintamente. E poiché percepisco molto meglio quelle cose per mezzo dei sensi e della memoria, esse sembrano essere pervenute fino alla mia immaginazione, non è fuori luogo che esamini  che cosa è sentire, ricercando se dalle idee che ricevo nel mio spirito per mezzo di quella maniera di pensare che chiamo sentire, io possa trarre qualche prova certa della esistenza delle cose corporee". (2)

"Ora che comincio a conoscere meglio me stesso, e a scoprire più chiaramente l'autore della mia origine, io non penso, in verità, di dover temerariamente ammettere tutte le cose che i sensi sembrano insegnarci, come non penso neppure di doverle revocare in dubbio tutte in genere". (3)

Per natura io non intendo adesso altra cosa che Dio stesso, oppure l'ordine e la disposizione che Dio ha stabilito nelle cose create. E per mia natura non intendo altro che il complesso di tutte le cose che Dio m'ha dato. Non vi è niente che questa natura m'insegni più esplicitamente e più sensibilmente, se non che io ho un corpo che è mal disposto quando sento dolore, che ha bisogno di mangiare o di bere quand'ho le sensazioni della fame e della sete, ecc. (4)

Per spiegare la presenza nella mente delle idee oscure e confuse della sensibilità si deve ricorrere al modello aristotelico, quello dell'unione sostanziale dell'anima col corpo:

La natura m'insegna, per mezzo di queste sensazioni, che io non sono solamente alloggiato nel mio corpo, come un pilota nel suo battello, ma che gli sono strettissime congiunto, e talmente confuso e mescolato da comporre come un sol tutto. Poiché, se ciò non fosse, quando il mio corpo è ferito, non perciò sentirei dolore, io che sono soltanto una cosa pensante, ma percepirei questa ferita per mezzo del solo intelletto, come un pilota percepisce con la vista se qualcosa si rompe nel suo vascello; e quando il mio corpo ha bisogno di bere e di mangiare, conoscerei semplicemente ciò stesso, senza esserne avvertito da sensazioni confuse di fame e di sete. (5)

La fondazione della scienza sulla veracità divina comporta, in generale, una visione ottimistica della natura e dei suoi insegnamenti:

Oltre a ciò, la natura m'insegna che parecchi altri corpi esistono attorno al mio. Vi sono parecchie altre cose che sembra che la natura m'abbia insegnato, e che invece, io non ho veramente ricevuto da essa, ma si sono introdotte nel mio spirito per una certa abitudine che ho di giudicare inconsideratamente le cose. (6)

Il gusto piacevole di qualche vivanda, nella quale si mescolato del veleno, può invitarmi a prendere questo veleno, e così ingannarmi. E' vero, tuttavia, che in ciò la natura può essere scusata, perché essa mi porta solamente a desiderare la vivanda, nella quale trovo un sapore piacevole, e non a desiderare il veleno, che le è sconosciuto. (7)

L'errore è qualcosa di acquisito e sempre eliminabile, qualcosa di innaturale, se vogliamo.

Noi c'inganniamo anche assai spesso nelle cose alle quali siamo direttamente portati dalla natura, come accade ai malati quando desiderano di bere o di mangiare bevande e cibi che possono nuocere loro. Vi è una grande differenza fra lo spirito e il corpo, perché il corpo è sempre divisibile, e lo spirito è interamente indivisibile. (8)

Ora l'esperienza ci fa conoscere che tutte le sensazioni che la natura ci ha dato, sono quali ho detto; e, quindi, non si trova nulla in esse che non faccia manifeste la potenza e la bontà del Dio che le ha prodotte. (9)

Io debbo rigettare tutti i dubbi dei giorni passati come iperbolici e ridicoli, e particolarmente quella incertezza così generale riguardante il sonno che non potevo distinguere dalla veglia: perché adesso vi trovo una notevolissima differenza, in quanto la nostra memoria non può mai legare e congiungere i nostri sogni gli uni agli altri e con tutto il seguito della nostra vita, come, invece, è solita congiungere le cose che ci accadono stando svegli. Quando io veglio, m'apparisse d'un tratto e scomparisse subito, come fanno le immagini che vedo dormendo, di guisa che non potessi osservare né donde venisse né dove andasse, non senza ragione stimerei uno spettro o un fantasma formatosi nel mio cervello, e simile a quelli che vi si formano quando dormo, piuttosto che un vero uomo. Ma quando percepisco cosi di cui conosco distintamente, e il luogo donde vengono, e quello dove sono, e il tempo in cui m'appariscono: cose di cui, senza alcuna interruzione, posson legare la sensazione con il resto della mia vita, io sono interamente certo di percepirle vegliando e non già nel sonno. E non debbo in nessun modo dubitare della verità di quelle cose, se, dopo aver fatto appello a tutti i miei sensi, alla mia memoria e al mio intelletto per esaminarle, da nessuno di essi mi è riportato nulla che ripugni con ciò che mi è riportato dagli altri. Dalla veracità di Dio segue infatti che io non sono affatto ingannato. Bisogna confessare che la vita dell'uomo è soggetto ad errare spessissimo nelle cose particolari; ed infine bisogna riconoscere la infermità e la debolezza della nostra natura. (10)

La veracità divina ha garantito le idee chiare e distinte; Dio non è responsabile dell'errore speculativo perchè questo è sempre correggibile. Nella quarta Meditazione Descartes poteva percorrere la linea tradizionale della compatibilità dei fini di Dio con quel che allo sguardo umano appare un male, perchè il raggiungimento del fine ipotizzato era assolutamente incontrollabile per l'intelletto finito. Ora invece è costretto ad ammettere la realtà del male perchè il fine pratico che, in competizione con l'empirismo, ha dovuto ipotizzare per l'unione sostanziale della mente con il corpo, è ravvicinato e controllabile; è facile per chiunque verificare se la soddisfazione di un desiderio irresistibile è nociva o meno all'organismo.

La soluzione di questo problema non può quindi rimandare ad una visione superiore e irragginugibile alla mente umana: anche se l'uomo potesse accedere allo sguardo infinito, la sete dell'idropico resterebbe un male. Come conciliare la vericità divina con questo nuovo ostacolo?

Descartes sostiene che Dio non è colpevole nemmeno in questi casi, e quindi la sua vericità è salva, perchè Dio non poteva fare altrimenti: una volta costruita la macchina umana, con le leggi che regolano la trasmissione degli impulsi nervosi dalla periferia del corpo al cervello, corrisponde una determinata sensazione nella mente, Dio non può modificare le sue decisioni: la sua immutabilità, stavolta in conflitto con la sua veracità, glielo impedisce.


(1)) CARTESIO: Opere filosofiche 2. Meditazioni metafisiche. Obbiezioni e risposte, Laterza, Bari, p. 67
(2) Ibidem, p. 69
(3) Ibidem, p. 72
(4) Ibidem, p. 75
(5) Ibidem, p. 75
(6) Ibidem, pp. 75-76
(7) Ibidem, pp. 77-78
(8) Ibidem, p. 78
(9) Ibidem, p. 81
(10) Ibidem, pp. 82-83


Theorèin - Gennaio 2005