IL MIDOLLO DEL LEONE
A cura di: Francesco Massinelli
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13. Affetti sfitti
Esposizione di un articolato pensare

«Ipoacusia percettiva profonda, ritardo psicomotorio, grave deficit intellettivo, disturbi cognitivi e psico-affettivi, epilessia parziale, ritardo mentale, eloquio povero, affettività inadeguata, disturbo generalizzato di sviluppo, insufficienze mentali con ritardo nel linguaggio, oligofrenia, turbe caratteriali e del comportamento in esito a verosimile encefalopatia perinatale, insufficienza mentale grave per danno cerebrale congenito con turbe rilevanti della personalità, ritardo mentale globale di grado lieve con difficoltà relazionali ad esito d’encefalopatia congenita associata a disfunzioni e anomalie cromosomiche, obesità con insufficienza mentale di grado lieve». Sono solo alcune diagnosi con cui son stati definiti dai dottori alcuni miei estimatori che mi attesero fuori della bottega in cui entrai. Avevano problemi con le donne veramente significativi ma parlandomi sapevano consigliarmi, darmi la dritta giusta.Alcuni avevano una di quelle virilità da inibire anche con dei farmaci poco costosi, altri avevano parenti così poveri da portarli a prostitute immobili, altri ancora erano poco capaci e dalla schiavitù dei sensi, come bambini, liberati. Ma parliamo d’altro. Poi riparlerò di loro. Da loro sono visto come un mito perchè i casi della vita non mi denigrano.

Quando incontrai il mio omonimo dal barbiere subito mi compiacqui del fatto che dopo avermi riconosciuto mi ricordò di quante ragazze chiamavano lui cercandomi. Dal retroscena d’intrighi, forti di dissapori, appena concedetti l’ultima replica delle mie giustificazioni al fatto che nessuna di quelle donne era mia amante, ma che erano tutte amiche, rabbrividii di piacere e detti sfoggio di buona chiacchiera per lui che non ci credeva e per il barbiere che scuoteva la testa sornione. Le loro risate alle mie giustificazioni non erano sbracate con la loro accigliata diffidenza, ma insinuavano, insinuavano, con dosi d’acume cospicuo, che io ero un dritto e che a loro non la davo a bere. Dopo questi discorsi mi capitava così di riconsiderare quelle amiche come potenziali innamorate, ragazze che aspettavano una mia attenzione per lasciarsi andare verso l’amore. Finivo sempre per sentirmi addosso i segni d’uno stupido in mezzo ad una mancata programmazione unitaria, ad una affrettata e caotica organizzazione logistica, che lo impegnava e lo distraeva dall’amore. Stupido come nelle giornate in cui facevo le gare nel traffico intenso, con finestrini e tettino aperto, considerando la calura del motore, le condizioni climatiche, il fondo stradale e il peso dei passeggeri; stupido e veloce all’uscita di scuola, prima di andare a pranzo, per battere un record, rischiando.

Mentre il tempo passava svelto tanti capelli cadevano sul pavimento. Il barbiere, chiedendomi se il taglio andava bene, ignorava il mio omonimo. Lui attendendo il suo turno dietro un giornale di cronache mere non dava disturbo. Alla radio, un gran parlare di Memo Remigi che mima i Re Magi tanto per fare, sporcava solo una bella canzone, per rovinare una possibile non autorizzata registrazione. In realtà io, più che addossato dei segni dello stupido, ero un ragazzo stupito, stupito dal considerarsi piaciuto a molte donne. Un ragazzo ben formato e dalla forma meno incurante che in passato, che non s’impegnerebbe mai in una cooperativa dove si combina poco, dove tutti fanno volontariato e guadagna un solo socio. Ero uno di quei ragazzi che a tempo determinato non cercava amori, un ragazzo che pensava che nelle scelte serie, in quelle importanti, sperare d’essere ricordati con indecenza e innaturalezza è una sciocchezza. Io ero un ragazzo insomma stupito al punto da piacere il giusto, stupito nel tempo che passa veramente e che ti trova puntuale in situazioni serie a provare a rispondere perbene. Anche se per via di quei segni di stupidità sentiti addosso passavo repentinamente per stupito o stupido senza un potere di controllo efficacemente attivo, ero un ragazzo che comprensione altrui non pretendeva, nemmeno dai gruppi d’estimatori che comunque aveva. Pur indotto dalle circostanze o frainteso, quando con azioni corrispondenti alle idee, realizzavo le possibilità non concretizzate nei corteggiamenti, se gioivo per l’apertura al desiderio entusiastico di star con una donna già m’intristivo per la sua possibile chiusura.

Quando fui a posto, col capello fatto e ben rasato sul volto, pronto a pagare e ad andarmene, uscendo dalla bottega cui fui intrattenuto, evitai di conservare la ricevuta. Svenevole come quando evito le botte nei denti che prova a darmi la vita, dura con me come una pietra in un paragone impari, la gettai in terra. Ebbene, quei miei estimatori, che invece che machos rissosi erano come mosci inoperosi, mi fecero un applauso. Se solo avessero avuto da bambini una bambinaia altolocata, di quelle che non s’accapigliano per avere il posto di lavoro con caparbietà precaria, che puliscono tutti i giorni per non pulire tanto domani, forse sarebbero stati meglio iniziati alla relazione che non fantastica sulle persone, con pensieri buoni e memoria ballerina. Forse sarebbero stati meglio capaci d’arrivare al punto in cui non mettono addosso ad una i ricordi con un’altra, che non coltivano una lettura distorta del desiderio di fare piccole cose per il bene del mondo senza donna nel letto ma con tante donne intorno. Forse sarebbero stati quelli che colgono al volo l’occasione che gli capita a tiro, con quell’aria d’omertà che piace a chi, di velleità molte e concretezze scarse, vede, in estemporanea via ufficiosa, l’alta vocazione alla sua solitudine passargli troppo tardi. Chissà chi sarebbe stato il primo di noi a sposarsi.


Theorèin - Marzo 2005