IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 2

Un tecnica va valutata in senso estetico-artistico, soltanto per la sua congruenza funzionale con ciò che l’autore vuole dire, non di per se. Quindi tornando a Svevo in Una vita vi sono pagine molto belle e sotto molti aspetti non inferiori a quelle di Senilità o della Coscienza di Zeno.

Il romanzo inizia con una lettera che il protagonista scrive alla madre. E’ una lettera che nasce già da una situazione di fallimento.

Il mondo in cui vive, il mondo impiegatizio, è un mondo di gente sciocca, dedita alle apparenze. Questa situazione porta ad un senso di inferiorità che tuttavia il protagonista capovolge in un atteggiamento di superiorità, quando egli prende coscienza che i suoi colleghi non saprebbero citare un solo nome di un classico latino, mentre lui li saprebbe commentare tutti.

Da questa lettera introduttiva c’è già il caso Svevo perchè si manifesta da subito una certa ingenuità; c’è inoltre un italiano un po’ faticoso (...quando non so decifrare una parola comprendo mi pare di comprendere ciò che tu volessi facendo in quel modo camminare la penna ...).

Nel secondo capitolo osserviamo l’ambiente in cui si muove il giovane Alfonso. Questo capitolo assomiglia a quello di tanti romanzi dell’Ottocento da Dostojevski in poi.

Il tema dell’impiegato, è un tema molto dibattuto. Questa tematica giunge nel momento in cui il romanzo diventa un romanzo di ambiente, che si rivolge alla quotidianità; nel momento in cui si sviluppa un apparato burocratico degno di questo nome, per cui la figura dell’impiegato diventa un elemento tipico del mondo in cui ci si muove.

Per quanto riguarda la nostra letteratura, essa è abbastanza ostile al romanzo; dopo il Decamerone dobbiamo arrivare ai Promessi sposi poi a Nievo e a Verga.

Uno scrittore che ha dedicato la parte che merita a questa figura eroica dell’impiegato è Balzac, anche se i maggiori interpreti del tema sono i grandi scrittori russi come Gogol, Dostojevski.

Il primo romanzo degno di tal nome, in cui compare la figura dell’impiegato nella letteratura italiana è proprio Una vita.

Nel secondo capitolo vediamo subito come viene delineata questa tipologia di vita impiegatizia. Questi lavoratori vengono mostrati nei loro grigiori, nei loro tic. Si descrive un mondo che è mutuato da Balzac, o se vogliamo anche da Manzoni, in cui gli uomini vengono descritti accuratamente dal punto di vista fisico. Troviamo dei riferimenti, anche se in una maniera grottesca, ai personaggi descritti da Pirandello (l’Esclusa, Uno nessuno centomila ad esempio).

Oggi i romanzi più moderni non insistono su questa descrizione fisica. In passato uno scrittore come Zolla (siamo intorno al 1870) che volesse essere un fedele rappresentante della realtà che lo circondava, aveva come concorrente nella rappresentazione del reale, solo la fotografia.

La gente non si muoveva dal posto dove era nata. In questo mondo statico il romanziere sapeva che per delineare il mondo aveva bisogno di fare ciò che nessun’altro era delegato a fare, cioè una descrizione fisica accurata, una descrizione del paesaggio e degli ambienti.

Oggi non siamo più abituati a rappresentarci con la nostra mente, con la nostra fantasia, i luoghi e i personaggi descritti perchè li vediamo continuamente, quindi non si avverte la necessità di queste lunghe descrizioni.

Oggi si sviluppa un romanzo, che cerca di dire quello che non si dice attraverso il cinema, la televisione.



Theorèin - Giugno 2002