IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 3

La letteratura moderna nasce attorno a un'idea di sublime molto diversa da quella di Svevo. Un sublime degradato, in cui spesso gli atti che costituiscono questa letteratura e in particolare il romanzo, sono atti molto semplici, molto banali.

Flaubert diceva sempre che nella sua vita monotona e noiosa tutte le avventure che lui poteva immaginare e vivere erano quelle di una frase.

Il mondo moderno è un mondo molto prosaico, in cui, in gran parte è la vita quotidiana che sarà protagonista. La letteratura registra questa situazione, e c’è un vistoso abbassamento in tono e in contenuto; ecco perchè Una vita è un romanzo che può essere assimilato nel diagramma della trama, ad uno Jacopo Ortis, ma che si muove in un orizzonte grigio.

Questo grigiore è funzionale anche un po’ alla formazione del personaggio. Il giovane Alfonso si rende conto che la vita reale, la vita vera è questa; tutto ciò che lui può vedere intorno a se sono appunto le bizze del tale impiego, i conflitti fra un impiegato e un altro, le prepotenze del capo ufficio, l’assurda umanità del padrone della banca; e soprattutto l’ingrediente di tutte le letterature d’amore che sarà rappresentato dal rapporto con Annetta la figlia del proprietario, assimilabile all’Ortis o al Werther, quindi fra Jacopo e Teresa o Werther e Lotte.

Il rapporto con questa ragazza si deve però assimilare a quello che è il mondo in cui svolge; questo grigiore, questa prosaicità quotidiana, ben presto nel romanzo produce un effetto evidentissimo.

Comincia a svilupparsi tutto un apparato fantastico: cioè il sogno diventa evasione. C’è una specie di scissione nella figura di Alfonso; lui è un piccolo impiegato molto imbranato che doveva compilare le lettere. Per evadere da questo mondo così soffocante, egli fa dei sogni; sogni letterari, sogni di gloria, e poi vive la storia d’amore con l’animo di un Jacopo Ortis, avendo però a che fare non con una Teresa ma con una piccola borghese furba che ben presto lo delude profondamente.

Il tema che sostende a tutto questo anche se è un tema degradato è la lotta per la vita. C’è una lotta per il potere, un lotta per la sopravvivenza, una lotta per la sopraffazione. Naturalmente questo tema che è carissimo alla letteratura naturalistica; è un tema che viene dalla scienza positivista e in particolare da Darwin.

Darwin aveva parlato di lotta per la vita sul piano puramente ideologico questo tema era stato immediatamente traslato sul piano culturale, sociale; naturalmente Darwin stesso in un certo senso ha sul piano ideologico un concetto che non viene dalla biologia ma dalla filosofia.

Chi ha parlato per primo di questo tema di lotta per la vita è stato Schopenhauer.

Svevo era un lettore attentissimo di Schopenhauer. Questi è il filosofo di tutta la cultura cosiddetta decadente del secondo Ottocento.

La fortuna di Schopenhauer arriva molto tardi. Pubblica un libro di cui vende solo due copie; però in qualche maniera questo libro comincia ad agire, perchè spesso i grandi libri non sono soltanto propositivi, sono anche atti rabdomantici, cioè descrivono quello che già c’è, ma che gli altri non sanno che ci sia, come ad esempio il Processo di Kafka, dove quello che non era ancora successo ma che accadrà, è già descritto. In questo libro si descrive un processo fatto ad una persona che non sa che cosa ha fatto, e non sa per che cosa viene processato, che tuttavia viene condannato a morte. Questi processi sono avvenuti nella storia: in Unione Sovietica, in Germania.

Nella Metamorfosi, sempre di Kafka, si anticipa ciò che sarebbe avvenuto nei campi di sterminio nazisti, dove degli uomini diventavano dei sotto uomini.

Sullo stesso tempo dell’anticipo di eventi si colloca la poesia Una Capra di Umberto Saba scritta nel 1910.

L’essere è una specie di meccanismo infernale che funziona attraverso un sistema che non è esagerato definire di lotta per la vita; nel senso che l’essere bada solo a se stesso, l’individuo è una funzione dell’essere che serve per la logica dell’essere anche quando crede di perseguire una logica sua. Troviamo tratti in Leopardi quando dice:"la natura si preoccupa solo dell’essere" oppure: "il brutto poter che ascoso ha come un danno impera".

La natura è come un grande meccanismo in cui tutto ciò che esiste è una pura funzione e tutto ciò che esiste concorre al tutto. L’umano per la natura non esiste; l’uomo per la natura è una funzione biologica ( Leopardi ). L’unico modo per l’uomo di uscire da questo meccanismo terribile, da questa astuzia della natura che ti crea credendo di averti creato per te invece ti crea per se, in Schopenhauer ci sono tre modi: il primo è il suicidio; il secondo è l’arte, perchè toglie da questa logica dell’essere quella particolare cosa e l’assolutizza; il terzo modo è quella della solidarietà che crea una specie di logica antilogica.

Quindi la lotta per la vita darwiniana, questo grande tema di tutti i romanzi è anche il tema di Una vita di Svevo che ha i suoi precedenti in questa visione schopenhaueriana. L'estetismo nasce anche da questa idea schopenhaueriana che l’arte diventa una sorta di contro valore, una contro logica rispetto a questa dell’essere e quindi è uno dei modi in cui ci si può strappare da questa sorta di meccanismo che è la volontà.

A un certo punto del romanzo si nota che si comincia sempre di più a trovare momenti in cui il giovane Alfonso evade nei sogni (fantasie ad occhi aperti secondo Freud), e cominciamo a trovare spesso la parola sogno. Vi sono pure due sogni descritti; quello più importante è quello della madre, un sogno edipico. Ad un certo punto in un passo del romanzo l’avvocato Macario che diventa un po' il suo istruttore schopenhaueriano, fa un paragone con i gabbiani. Troviamo qualcosa di simile nell’Albatro di Baudelaire 1857:

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli amari abissi.

Appena deposti sulla plancia,
questi re dell’azzurro, vergognosi e timidi,
se ne stanno tristi con le grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Che buffo re docile l’alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che snobba la tempesta e se la ride dell’arciere;
poi, in esilio sulla terra, tra gli scherni,
con le sue ali di gigante non riesce a camminare.

E’ una scena allegorica: la nave è la vita; la ciurma sono gli uomini; l’uccello è il poeta.

Si legge nel passo di Svevo:

"Si udivano i piccoli gridi di gabbiani. Macario per distrarlo volle che Alfonso osservasse il volo di quegli uccelli, così calmo e regolare come la salita su una via costruita, e quelle cadute rapide come di oggetti di piombo. Si vedevano solitari, ognuno volando per proprio conto, le grandi ali bianche tese, il corpicciuolo sproporzionatamente piccolo coperto da piume leggere. Fatti proprio per pescare e per mangiare, - filosofeggiò Macario. - Quanto poco cervello occorre per pigliare pesce! Il corpo è piccolo. Che cosa sarà la testa e che cosa sarà poi il cervello? Quantità da negligersi! Quello ch’è la sventura del pesce che finisce in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l’appetito formidabile per soddisfare il quale non è nulla quella caduta così dall’alto."

Il gabbiano secondo Macario è un organismo perfettamente concepito e naturalmente selezionato per il suo compito che è quello di cacciare. Per cacciare il pesce occorrono ali possenti, una vista formidabile, un cervello piccolo.

"Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più. Chi non sa per natura piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare".

Tutto l’intellettuale in questa logica è una pura complicazione di quei semplici atti naturali.

"Si muore precisamente nello stato in cui si nasce, la mani organi per afferrare o anche inabili a tenere".

Dietro questo discorso c’è tutta la cultura positivista (il positivismo è una filosofia che nasce in reazione all’idealismo; è in gran parte una elaborazione filosofica della scoperta della scienza e soprattutto della medicina) per cui tutto quanto viene ridotto al fisico, a una specie di organicismo. Il mondo è materia per cui tutto ciò che anima non è altro che espressione della materia. Il gabbiano in questa accezione di Macario è il predatore, ha tutto ciò che gli occorre per afferrare la preda.

"Alfonso fu impressionato da questo discorso. Si sentiva molto misero nell’agitazione che lo aveva colto per cosa di sì piccola importanza. -Ed io ho le ali? - chiese abbozzando un sorriso. -Per fare dei voli poetici sì! - rispose Macario, e arrotondò la mano quantunque nella sua frase non ci fosse alcun sottinteso che abbisognasse di quel cenno per venir compreso."

La morale di questo brano è: chi vola in cielo è destinato a non saper camminare sulla terra. I fiori del male sono pubblicati nel 1857; questo libro, scritto 1889 circa, esce nel 1892. Sono passati meno di quarant'anni già si è precisata perfettamente la funzione dell’intellettuale nella società positivistica e borghese del tempo, che è una posizione di assoluta estraneità. I poeti, gli artisti, non sono di alcuna utilità secondo l’idea borghese; dall’altra parte costoro fanno del disprezzo del borghese, una ragione di decoro e superiorità, che li ripaga abbondantemente del rifiuto a ogni compromissione con il loro mondo.

Leggendo Smalti e Cammei di Thèophile Gautier vediamo virtualmente già agistarsi il fantasma dei Fiori del Male. La prima poesia di questa raccolta è una riflessione implicata fra il poeta e la storia che parte da alcuni esempi.

"Goethe, mentre i cannoni tuonavano, scriveva le poesie del divano orientale".

Nell’ultima strofa leggiamo:

"Mentre quel testo scuote i miei tetti schiusi io faccio smalti e cammei"

Da questo La torre d’avorio. I parnassiani pensavano che solo l’isolamento dalla volgarità dalla bruttura del reale, permette al poeta, all’artista, all’intellettuale di produrre, perchè una compromissione in questo reale non può che produrre la fine per l’intellettuale.

La presenza di letteratura in Una Vita è abbastanza singolare perchè Svevo da Senilità in poi, cancella ogni accenno di letteratura, se si esclude la prima pagina di Senilità. Qui invece ancora la inettitudine si contamina di spiriti letterari; la tendenza al sogno, alla fantasticheria, all’immaginario, alla fuga della realtà, al volo poetico. L’inettitudine è il rifiuto della lotta.

C’è un momento in cui le cose seguono uno svolgimento capricciosamente favorevole ad Alfonso. Egli si innamora di Annetta, la figlia del principale; non perchè sia la figlia del principale, ma perchè ogni giorno sogna qualche amore. Ad un certo punto questo sogno si realizza, perchè Annetta aveva delle pretese, delle velleità di tipo letterarie e filosofiche. Lei viene colpito da questo ragazzo così dotto, e gli propone di scrivere un libro a quattro mani. Questa frequentazione cambia lo stato di Alfonso. Ma nel momento in cui le cose sembrano favorevolissime, lui se ne va in paese, così che Macario nel frattempo si fidanza con Annetta. Al ritorno si rende conto che tutto è perduto e decidere di farla finita.

L’inetto con un atto di orgoglio decide di sottrarsi a quel mondo che non lo merita. L’inettitudine qui è già una cosa diversa dal tema del vinto. Il vinto è uno che combatte e viene sconfitto; l’inetto vede la lotta e si allontana.

Nell’opera di Svevo la malattia diagnostica come tale, fa di tutto per paventarsi come salute e la salute è in realtà la malattia.



Theorèin - Luglio 2002