IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 4

Nietzsche è un anticipatore di Freud. Tutto ciò che Freud aveva sistemato scientificamente si trovava già in Nietzsche.

Il secondo libro di Svevo Senilità, che avrà l’identica sorte del primo, esce nel 1898. Questo romanzo fa l'occhiolino a due grandi libri, uno che viene prima e uno che viene dopo.

Si tratta de L’Educazione sentimentale di Flaubert: storia di un'amore che non si adempie; dove il protagonista esita tutta la vita, e quando i tempi sembrerebbero maturi, tutto è passato; e il romanzo si conclude con una sorta di embasse finale e si ricongiunge al suo inizio. Tutto il senso di questo romanzo sta in questo passare del tempo, questo decadere delle cose e in una splendida percezione subliminale dei sentimenti, delle emozioni, e una sovrana "indifferenza della storia".

Da Flaubert tutta una parte della narrativa moderna giunge fino ai nostri giorni. Flaubert è il maestro di un certo tipo di letteratura in cui sembra non succeda niente, in cui quello che è l’argomento è un qualcosa di subliminale. E’ una letteratura che in gran parte si basa sulle vibrazioni delle cose, sulle emozioni, sul vissuto interiore, sul rapporto che c’è di proiezione nella nostra anima, nei nostri sentimenti, verso la realtà che ci circonda e di cui spesso i temi, i motivi, sono assolutamente di vita quotidiana.

Senilità è la storia di un incontro ambientato a Trieste, fra due "giovani" (nel caso di lui si possono avanzare delle riserve). Da questo evento nasce un'amore che tale non è almeno all'inizio, ma che lo diventa con il passare del tempo, vissuto in maniera intensa, distruttiva, e che termina con un profondo cambiamento del personaggio protagonista.

Questo romanzo, come si diceva, fa l’occhiolino da una parte a Flaubert, e dall’altra al romanzo Un'amore a Swann di Marcel Proust. L’inizio esordisce così:

"Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: "T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti". La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po' più franca avrebbe dovuto suonare così. " Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia". La sua famiglia? Una sorella non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l'egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità".

Questo personaggio ha trascorso tutta la vita cauto, guardingo, ha vissuto lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si trovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza. Abbiamo a che fare con un secondo inetto.

"La carriera di Emilio Brentani era più complicata perchè intanto si componeva di due occupazioni e due scopi ben distinti".

Emilio Brentani è una sorte di Alfonso Nitti sopravvissuto.

"Da un impieguccio di poca importanza presso una società di assicurazioni, egli traeva giusto il denaro di cui la famigliuola abbisognava. L’altra carriera era letteraria e, all’infuori di una riputazioncella, - soddisfazione di vanità più che d’ambizione - non gli rendeva nulla, ma lo affaticava ancora meno. Da molti anni, dopo di aver pubblicato un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina, egli non aveva fatto nulla, per inerzia non per sfiducia".

E’ la stessa posizione di Svevo.

Il romanzo stampato su carta cattiva, era ingiallito nei magazzini del libraio, ma mentre alla sua pubblicazione Emilio era stato detto soltanto una grande speranza per l’avvenire, ora veniva considerato come una specie di rispettabilità letteraria che contava nel piccolo bilancio artistico della città. La prima sentenza non era stata riformata, s’era evoluta. Per la chiarissima coscienza ch’egli aveva della nullità della propria opera, egli non si gloriava del passato, però, come nella vita così anche nell’arte, egli credeva di trovarsi ancora sempre nel periodo di preparazione, riguardandosi nel suo più segreto interno come una potente macchina geniale in costruzione, non ancora in attività. Viveva sempre in un’aspettativa, non paziente, di qualche cosa che doveva venirgli di fuori, la fortuna, il successo, come se l’età delle belle energie per lui non fosse tramontata. Angiolina una bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, ma snella e flessuosa, il volto illuminato dalla vita, un color giallo di ambra soffuso di rosa da una bella salute (N.d.r.Parola chiave) camminava accanto a lui, la testa china da un lato come piegata dal peso dal tanto oro che la fasciava, guardando il suolo ch’ella ad ogni passo toccava con l’elegante ombrellino come se avesse voluto farne scaturire un commento alle parole che udiva. Quando credette di aver comprese disse: "Strano, timidamente guardandolo sottecchi. "Nessuno mi ha mai parlato così". Non aveva compreso e si sentiva lusingata al vederlo assumere un ufficio che a lui non spettava, di allontanare da lei il pericolo. L’affetto ch’egli le offriva ne ebbe l’aspetto di fraternamente dolce. (N.d.r.Tipica frase di Nietzsche) Fatte quelle premesse, l’altro si sentì tranquillo e ripigliò un tono più adatto alla circostanza. Fece piovere sulla bionda testa le dichiarazioni liriche che nei lunghi anni il suo desiderio aveva maturate e affinate, ma, facendole, egli stesso le sentiva rinnovellare e ringiovanire come se fossero nate in quell'istante, al calore dell’occhio azzurro di Angiolina. Ebbe il sentimento che da tanti anni non aveva provato, di comporre, di trarre dal proprio intimo idee e parole: un sollievo che dava a quel momento della sua vita non lieta, un aspetto strano, indimenticabile, di pausa, di pace. La donna vi entrava! Raggiante di gioventù e bellezza ella doveva illuminarla tutta facendogli dimenticare il triste passato di desiderio e di solitudine e promettendogli la gioia per l’avvenire ch’ella, certo, non avrebbe compromesso. Egli s’era avvicinato a lei con l’idea di trovare un’avventura facile e breve, di quelle che egli aveva sentito descrivere tanto spesse e che a lui non erano toccate mai o mai degne di essere ricordate. Questa s’era annunziata proprio facile e breve. L’ombrellino era caduto in tempo per fornirgli un pretesto di avvicinarsi ed anzi - sembrava malizia! - impigliandosi nella vita trinata della fanciulla, non s’era voluto staccare che dopo spinte visibilissime. Ma poi, dinanzi a quel profilo sorprendentemente puro, a quella bella salute - ai rètori corruzione e salute sembrano inconciliabili - aveva allentato il suo slancio, timoroso di sbagliare e infine s’incantò al ammirare una faccia misteriosa dalle linee precise e dolci, già soddisfatto, già felice. Ella gli aveva raccontato poco di sé e per quella volta, tutto compreso del proprio sentimento, egli non udì neppure quel poco. Doveva essere povera, molto povera, ma per il momento - lo aveva dichiarato con una certa quale superbia - non aveva bisogno di lavorare per vivere. Ciò rendeva l’avventura anche più gradevole, perchè la vicinanza della fame turba là dove ci si vuol divertire. Le indagini di Emilio non furono dunque molto profonde ma egli credette che le sue conclusioni logiche, anche se poggiate su tali basi, dovessero bastare rassicurarlo. Se la fanciulla, come si sarebbe dovuto credere del suo occhio limpido, era onesta, certo non sarebbe stato lui che si sarebbe esposto al pericolo di depravarla; se invece il profilo e l’occhio mentivano, tanto meglio. C’era da divertirsi in ambedue i casi, da pericolare in nessuno dei due. Angiolina aveva capito poco delle premesse, ma, visibilmente, non le occorrevano commenti per comprendere il resto; anche le parole più difficili avevano un suono di carattere non ambiguo. I colori della vita risaltarono sulla bella faccia e la mano di forma pura, quantunque grande, non si sottrasse al bacio castissimo d’Emilio".

La forma tecnica usata per questo discorso è il discorso indiretto libero (di cui Verga ne ha fatto un uso straordinario); ossia una tecnica del discorso che consiste nel sottintendere il verbo declarandi aut dicendi e nel costruire la frase al discorso indiretto che non è legato a questo verbum dicendi e che quindi entra nel contesto narrativo con maggiore fluidità, senza appesantirlo.

Qui è l’autore che parla in terza persona, però il discorso è condotto ricalcando il pensare del personaggio.

Un romanzo in sintesi può essere scritto o in prima o in terza persona. C’è in questo passaggio il fantasma di Henry James con lo stesso modulo di racconto, cioè quello di raccontare delle cose sempre vicini a colui che sta vedendo tutto e commentando tutto, che sta parlando ovvero il personaggio. Anche quando è lui a commentare il modulo, il tipo di commento che fa è assai più vicino al personaggio di quanto non accadesse nei romanzi ottocenteschi.

Di fronte al modulo dell’onniscienza piena o del personaggio virtuale che finge da modulo qui abbiamo un modulo un po’ contaminato. C’è un momento in cui potrebbe sembrare una riflessione del personaggio espressa in un diretto libero, ma poi vediamo che questo indiretto libero si rincapsula nel discorso indiretto normale, cioè è l’autore che parla.

Quando viene descritta Angiolina non possiamo pensare che questa sia vista con gli occhi di Emilio; Angiolina è vista con gli occhi di Svevo, perchè Svevo sa benissimo chi è Angiolina ma Emilio no.

Noi con gli occhi dell’autore ne sappiamo di più di quello che il personaggio stesso sa di se. Qui Svevo è come se ci dicesse in privato, riprendendo le stesse parole del personaggio e sviluppandole, come realmente stanno le cose. Questo dal punto di vista tecnico opera un effetto di straniamento molto forte nel lettore.

A volte Svevo fa il contrario: parte da un punto di vista oggettivo del personaggio lo sviluppa e piano piano lo riavvicina al personaggio stesso.

Fino a questo punto del romanzo sappiamo poche cose: c’è un impiegato, c’è la bionda Angiolina, ma non c’è nessun riferimento al paesaggio, al luogo dove questi personaggi si trovino. Perchè non ha mostrato nulla finora? Probabilmente in questa concentrazione di fatti iniziali c’è un proposito di assolutizzazione che è funzionale alla significatività dei fatti che sta raccontando; bisogna concentrarsi sui quei personaggi, senza ancora un volto, non c’è possibilità di evasione, di riposo nel lettore attraverso fughe in paesaggi. Il primo cenno al topos lo leggiamo nel seguente passo:

"Si fermarono a lungo sul terrazzo di S. Andrea e guardarono verso il mare calmo e colorito nella notte stellata, chiara ma senza luna. Nel viale di sotto passò un carro e, nel grande silenzio che li circondava, il rumore delle ruote sul terreno ineguale continuò a giungere fino a loro per lunghissimo tempo. Si divertirono a seguirlo sempre più tenue finché tutt’e due fosse scomparso nello stresso istante. " Le nostre orecchi vanno molto d’accordo", disse Emilio sorridendo. Egli aveva detto tutto e non sentiva più alcun bisogno di parlare. Interruppe un lungo silenzio per dire: "Chissà se quest’incontro ci porterà fortuna!" Era sincero. Aveva sentito il bisogno di dubitare della propria felicità ad alta voce. "Chissà"? Replicò essa con un tentativo di rendere nella propria voce la commozione che aveva sentita nella sua".

In questa breve battuta c’è già tutto il personaggio di Angiolina che ha sentito la commozione sincera nella voce di Emilio, e fa un tentativo di replicare nella propria voce la commozione che aveva sentito nella sua. Nel sottofondo di questo incontro sta già maturando tutto. Angiolina che mima una commozione che non è la sua; quest’uomo così esperto raffinato, che non capisce nulla.

"Emilio sorrise di nuovo ma di un sorriso che credette di dover celare. Date le premesse da lui fatte, che razza di fortuna poteva risultare ad Angiolina dall’averlo conosciuto? Poi si lasciarono. Ella non volle ch’egli l’accompagnasse in città ed egli la seguì a qualche distanza non sapendo ancora staccarsene del tutto. Oh, la gentile figura! Ella camminava con la calma del suo forte organismo, (c’è Darwin N.d.r.) sicura sul selciato coperto da una fanghiglia sdrucciolevole; quanta forza e quanta grazia unite in quelle movenze sicure come quelle di un felino".

L’autore vuole che sia il lettore a scoprire chi è Angiolina. Questa tecnica di sostituire alla espressione dichiarativa del carattere del personaggio la suggestione degli elementi di questo carattere è una tecnica tipicamente simbolista.



Theorèin - Agosto 2002