IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 8

Il personaggio sveviano deve fare una partita a scacchi con la vita, la quale non riesce mai a dargli lo scacco matto. La partita a scacchi con la vita, è una partita perdente, perciò bisogna trovare un modo per neutralizzarla. 

Abbiamo visto come Zeno riesce a sfuggire continuamente allo scacco matto, passando attraverso la vita, come se vivesse, ma in realtà trasformando continuamente i rapporti di causa ed effetto. 

Giacomo Debenedetti è uno degli artefici della fortuna italiana di Svevo. Quando parlava del romanzo moderno diceva che c’era una contrapposizione piuttosto netta fra le coordinate tipiche del romanzo positivista e naturalista, e le coordinate del romanzo tipicamente novecentesco. 

Il romanzo dell’Ottocento (Debenedetti intende di fine Ottocento) si basa su una stretta logica consequenziale di causa ed effetto. Non esiste scienza se non è possibile applicare questo cardine. Quando ci si avvia al romanzo moderno la grande metafora scientifica che Debenedetti usa per esprimere la differenza tecnica fra romanzo dell’Ottocento e romanzo del Novecento si basa sulla teoria dell’emissione dei quanti o dei fotoni. Nella logica dei quanta non valgono le leggi di causa ed effetto; valgono le leggi di pura probabilità. 

Questa smagliatura fra la necessità e la probabilità statistica viene usata da Debenedetti metaforicamente per caratterizzare la logica del romanzo moderno. 

Questa legge di causa ed effetto ne La coscienza di Zeno è completamente rivoluzionata, per cui non si saprà mai quale sia la causa e quale sia l’effetto. 

Questo romanzo è dominato da una sorta di circolare partita con la vita, in cui ci si rifiuta fin dall’inizio di entrare in una logica che era stata tipica del romanzo naturalistico (una logica conflittuale con vincitori e perdenti). Qui tutto il sistema di azioni e contro azioni di Zeno serve per mantenere stabile uno stato psichico, per evitare delle lacerazioni della psiche, che producono una conversione della libido in ansia. 

Che la vita sia malattia Svevo l’aveva appresa da varie fonti da: Schopenhauer prima di tutto, da Freud, da Nietzsche e in fondo anche da Leopardi. 

Svevo era un attentissimo studioso di Leopardi in particolare delle Operette Morali (1823-24). 

Proviamo a far reagire Svevo con questa opera leopardiana. Perchè gli piacevano tanto? Intanto vi trovava lo Schopenhauer italiano. Cosa troviamo nelle Operette Morali di tipo novecentesco? 

Nel momento in cui il giovane Leopardi si converte ad una visione finalistica della realtà in cui la natura è configurata in termini che approssimativamente possiamo definire roussoniani, cioè la natura è buona e finché l’uomo vive nel grande mondo naturale e si comporta naturalmente è felice. Quand’è che diventa infelice? Nel momento in cui comincia lo sviluppo della sua razionalità. L’idea che il massimo sviluppo della ragione coincide con il dissolversi della realtà è tipico novecentesco. Leopardi nelle Operette Morali non è più roussoniano, anzi ha completamente rovesciato questo pensiero. Il Leopardi maturo quindi ha completamente lasciato le premesse filosofiche roussoniane. Da questo momento la natura diventa da grande madre a matrigna. La natura condanna l’uomo dalla felicità. 

Compito dell’uomo dovrebbe essere quello di sottrarsi a questa infelicità. Il corollario a tutto questo è nulla di ciò che esiste può dare la felicità. Il vero tema delle Operette Morali è il nulla, il dissolversi della realtà. 

Nei saggi di Schiller leggiamo: un antico quando vedeva un albero aveva con questo albero un rapporto diverso da quello che abbiamo noi. Noi abbiamo sempre un rapporto mediato, intellettuale, nel quale c’è il senso della perdita di un rapporto di completa compenetrazione, quasi identificazione con la natura. Il poeta antico (N.d.r cita Omero) riesce a produrre delle immagini dice Leopardi, così naturalmente, senza mediazione intellettuale; il poeta moderno invece, ha sempre un rapporto di mediazione con tutto, per cui l’albero visto da un uomo moderno, è diverso da quello visto da un uomo antico. 

Esistono i fatti? O esiste la rappresentazione mentale dei fatti ed è quella la storia. Quindi come pensavano gli antichi la storia è una forma d’arte. L’oggettività del fatto consiste nel guardare se stesso. Ma un fatto non può guardare se stesso, ha bisogno per forza di cose, di un osservatore esterno. 

Quando noi abbiamo i fatti, di cui Manzoni aveva bisogno (ci basta aver dei fatti da raccontar...) quand’è che parlano che raccontano la vita, quando vengono interrogati. L’interrogazione che noi facciamo dei fatti è una funzione della nostra interpretazione inconsapevole dei fatti. Non possiamo cercare la verità se non la presupponiamo in una qualche maniera. 

Questo presupporre la verità è anche un fatto tecnico; a seconda dello strumento che noi applichiamo per interrogare i fatti, i fatti ci dicono una certa cosa o ce ne dicono un altra. Nietzsche diceva che il linguaggio è ideologico. 

Si tratta di una struttura logico espressiva in quanto tale esprime una interpretazione del mondo. Dio non è altro che un infortunio grammaticale (Nietzsche). I fatti non esistono, esistono solo il discorso sui fatti. Allora se la realtà non esiste e su tutto quello che la realtà ci dice è sempre discorso della realtà su se stessa attraverso di noi ed esiste solo il discorso sulla realtà, non la realtà; ecco che la storia è un opera d’arte e paradossalmente la Coscienza di Zeno è un opera di storia. 

Dice Manzoni nella Lettera a monsseur Chovet: 

"La storia e la poesia sono sorelle e la poesia è una forma di storia più acuta che ha bisogno dei fatti ma può dare quello che i fatti non daranno mai alla storia". 

Tutto quello che pertiene alla storicità dei fatti deve essere perfettamente rappresentata senza nessuna licenza poetica. Però, possiamo immaginare che Manzoni si chieda, in realtà che cosa ci dà la storia? Cos’è la storia? La storia diciamo noi, consiste in una visione radioscopica della realtà. Se noi deleghiamo tutto alla storia dice Manzoni ci da del passato soltanto "la radiografia" del passato. Queste perplessità sul fatto che la realtà esista non sono solo moderne e contemporanee se andiamo a guardare indietro le troviamo in tante pagine di autori, e Manzoni ne è un esempio. Dunque non esiste la realtà, esiste il discorso sulla realtà. E’ sempre stato così ma nel ‘900 è stata talmente sentita che esiste tutta una letteratura basata su questo tema. 

Questa letteratura sta dopo la grande letteratura "obiettiva" ma sta anche prima. Dice Borges: 

"Tutti gli scrittori hanno dei precursori ed è ovvio che Goethe abbia letto Virgilio che Kafka abbia letto Virgilio ma non meno ovvio che Virgilio abbia letto Kakfa". 

Questa seconda affermazione sembra meno ovvia, ma ne comprendiamo il senso perchè nel momento in cui è comparso Kafka, Virgilio è diventato kafkiano, ovvero esiste un parametro di lettura Kafka che è anche retroattivo. 

Ecco perchè leggendo le Operette Morali ci sembra a volte di sentire Zeno che parla, infatti Svevo ha letto Leopardi, però direbbe Borges la cosa più interessante è che Leopardi abbia letto Svevo.


Theorèin - Dicembre 2002