IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 10

 

La strategia di Zeno è quella di creare un sistema di difese continue che lo salvaguardi dal dolore, dall’ansia. 

Lo strumento con il quale viene perseguito questo compito è la coscienza. 

La coscienza ha il compito di metabolizzare il vissuto e assorbirlo e renderlo meno offensivo. 

La coscienza non è al servizio della realtà nel senso strumentale in cui normalmente è, ma la realtà è al servizio della coscienza. 

Da qui la denominazione di analitico che questo romanzo e tanti altri di epoca contemporanea si usa definire. 

Con Dostoevskij comincia questo modello di romanzo analitico che scardina completamente il modulo naturalistico più basato sulla rappresentazione oggettiva o presunta tale dei fatti. 

Nel Novecento Proust rappresenta lo scrittore analitico per eccellenza; troviamo l’Ulisse di Joyce; Tozzi, certe cose di Moravia e tanti altri. 

C’è un momento dostoevskiano nel romanzo di Svevo, anche se il tono familiare a Zeno nella coscienza, è questa sorta di humor sarcastico con cui esamina tutto. 

Il grande problema tattico di Zeno, è quello di orchestrare tutto quello che accade, alla coscienza, per lasciare un equilibrio emotivo. Facciamo in questo caso riferimento al capitolo in cui viene narrato il suo adulterio:

"E’ mio dovere di restare con mia figlia. Non si può fare altrimenti". Con una certa ansia tentai di convincerla. Le dissi che poteva benissimo liberarsi da tanta schiavitù. Non c’ero io? Avrei continuato a passarle il mensile che fino ad allora avevo concesso a Carla. Io volevo oramai mantenere qualcuno! Volevo tenere con me la vecchia che mi pareva parte della figlia. La vecchia mi manifestò la sua riconoscenza. Ammirava la mia bontà, si mise a ridere all’idea che le si potesse pensare. Ecco una dura parola che andò a battere contro la mia fronte che si curvò! Ritornavo a quella grande solitudine dove non c’era Carla e neppure visibile una via che conducesse a lei. Ricordo che feci un ultimo sforzo per illudermi che quella via potesse rimanere almeno segnata. Dissi alla vecchia, prima di andarmene, che poteva avvenire che di lì a qualche tempo essa fosse di altro umore. La pregavo allora di voler ricordarsi di me. Uscendo da quella casa io ero pieno di sdegno e di rancore, proprio come se fossi stato maltrattato quando m’accingevo ad una buona azione. Quella vecchia m’aveva proprio offeso con quel suo scoppio di riso. Lo sentivo risonare ancora nelle orecchie e significava non mica solo l’irrosione alla mia ultima proposta. Non volli andare da Augusta in quello stato. Prevedevo il mio destino. Se fossi andato da lei, avrei finito per maltrattarla ed essa si sarebbe vendicata con quel suo grande pallore che mi faceva tanto male. Preferii di camminare le vie con un passo ritmico che avrebbe potuto avviare ad un poco d’ordine il mio animo. E infatti l’ordine venne! Cessai di lagnarmi del mio destino e vidi me stesso come se una grande luce m’avesse proiettato intero sul selciato che guardavo. Io non domandavo a Carla, io volevo il suo abbraccio e preferibilmente il suo ultimo abbraccio. Una cosa ridicola! Mi ficcai i denti nelle labbra per gettare il dolore, cioè un poco di serietà, sulla mia ridicola immagine. Sapevo tutto di me stesso ed era imperdonabile che soffrissi tanto perchè mi veniva offerta una opportunità unica di svezzamento. Carla non c’era più proprio come tante volte l’avevo desiderato. Con tale chiarezza nell’animo, quando poco dopo, in una via eccentrica della città, cui ero pervenuto senz’alcun proposito, una donna imbellettata mi fece un cenno, io corsi senz’esitazione a lei. Arrivai ben tardi a colazione, ma fui tanto dolce con Augusta ch’essa fu subito lieta. Non fui però capace di baciare la mia bimba e per varie ore non seppi neppure mangiare. Mi sentivo ben sudicio! Non finsi alcuna malattia come avevo fatto altre volte per celare e attenuare il delitto e il rimorso. (n.d.r. Delitto e castigo - Dostoevskij) Non mi pareva di poter trovare conforto in un proposito per l’avvenire, e per la prima volta non ne feci affatto. Occorsero molte ore per ritornare al ritmo solito che mi traeva dal fosco presente al luminoso avvenire. Augusta s’accorse che c’era qualche cosa di nuovo in me. Ne rise: "Con te non ci si può mai annoiare. Sei ogni giorno un uomo nuovo". Sì! Quella donna del sobborgo non somigliava a nessun’altra e io l’avevo in me. Passai anche il pomeriggio e la sera con Augusta. Essa era occupatissima ed io le stavo accanto inerte. Mi pareva di essere trasportato così, inerte, da una corrente, una corrente di acqua limpida: la vita onesta della mia casa. M’abbandonavo a quella corrente che mi trasportava ma non mi nettava. Tutt’altro! Rilevava la mia sozzura. Naturalmente nella lunga notte che seguì arrivai al proposito. Il primo fu il più ferreo. Mi sarei procurata un’arma per abbattermi subito quando mi fossi sorpreso avviato a quella parte della città. Mi fece bene quel proposito e mi mitigò. Non gemetti mai nel mio letto ed anzi simulai il respiro regolare del dormente. Così ritornai all’antica idea di purificarmi con una confessione a mia moglie, proprio come quand’ero stato in procinto di tradirla con Carla. Ma era oramai una confessione ben difficile e non per la gravità del misfatto, ma per la complicazione da cui era risultato. Di fronte a un giudice quale era mia moglie, avrei pur dovuto accampare le circostanze attenuanti e queste sarebbero risultate solo se avessi potuto dire della violenza impensata con cui era stata spezzata la mia relazione con Carla. Ma allora sarebbe occorso di confessare anche quel tradimento oramai antico. Era più puro di questo, ma (chissà?) per una moglie più offensivo".

Quel chissà è una specie di finestra che si apre improvvisamente su un mondo morale la cui genealogia è fortemente dubbia per Zeno. 

Sotto queste parole c’è evidentemente Nietzsche di Genealogia della morale, dove ritrova tutte le basi fisiologiche e materiali dei grandi principi etici, su cui noi fondiamo la nostra vita. 

Zeno si chiede: è più morale tradire la propria moglie con una brava ragazza o tradire la propria moglie con una brava ragazza e quindi tradire la brava ragazza con una donna non brava, e quindi tradire anche la propria moglie? 

Zeno sta cercando delle attenuanti chiedendosi quali di questi tradimenti sia il più grave. 

"A forza di studiarmi arrivai a dei propositi sempre più ragionevoli. Pensai di evitare il ripetersi di un trascorso simile affrettandomi ad organizzare un’altra relazione quale quella che avevo perduta e di cui si vedeva avevo bisogno. Ma anche la donna nuova mi spaventava. Mille pericoli avrebbero insidiato me e la mia famigliuola. A questo mondo un’altra Carla non c’era, e con le lacrime amarissime la rimpiansi, lei, la dolce, la buona, che aveva persino tentato di amare la donna ch’io amavo e che non vi era riuscita solo perchè io le avevo messo dinanzi un’altra donna e proprio quella che non amavo affatto!"


Theorèin - Febbraio 2003