IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 11

Per moltissimi anni, Svevo è trattenuto in una specie di limbo perchè l'accusa fondamentale che gli veniva mossa era quella di non scrivere bene. 

Questo è stato un problema notevole per una serie di ragioni: intanto perchè la nostra cultura, fino a poco tempo fa, è stata sempre ostile al romanzo. Una vera pratica diffusa e indiscussa di narrativa, nel senso della espressione romanzesca della narrativa, c'è a partire dal 1945 con il neorealismo. Precedentemente e, in particolar modo nel periodo di Svevo, il romanzo veniva considerato una sorta di volgarità. 

Durante il periodo della "Ronda" (tra le cui fila ricordiamo Bacchelli, Cecchi, Cardarelli) di fronte alle cose troppo audaci della letteratura del primo Novecento, che è il periodo più sperimentale, c'è un richiamo all'ordine. 

Nel 1963 viene pubblicata una tesi di laurea scritta da Claudio Magris intitolata: Il mito Asburgico nella letteratura austriaca moderna

Alcuni dei più grandi scrittori del Novecento erano austriaci, cioè appartenenti all'impero Asburgico; tra questi ricordiamo Kafka, Hermann Brock autore de La morte di Virgilio, Joseph Roth autore de La marcia di Radetzky, La cripta dei cappuccini (1923), Reiner Maria Rilke autore dei Sonetti a Orfeo

Questa letteratura era in pieno svolgimento negl'anni in cui Svevo era del tutto ignoto. 

Subito dopo la guerra del 1915-18 come abbiamo detto, ci fu un richiamo dalla Ronda all'ordine, mediante la riproposizione della nostra tradizione letteraria, e in particolare l'idea di una prosa che non fosse narrativa, nel senso in cui lo è la prosa di Svevo, di Manzoni o di Verga, ma che fosse qualcosa che subito dopo venne chiamata la prosa d'arte, ovvero una prosa per metà saggistica e per metà narrativa, di cui alcuni cenni si erano già visti in età vociana (gli inizi ad esempio di Tozzi). 

Nell'età rondista c'è un segno di conservatorismo culturale che si esprime soprattutto nella ricerca di parametri stilistici impeccabili. 

L'autore proposto ora come modello di prosa è il Leopardi delle Operette morali. Il tipico prodotto della cultura della Ronda ad esempio è rappresentato dai Pesci rossi di Emilio Cecchi. 

Sulla natura europeista di Svevo,  il primo a parlarne in Francia, è Benjamin Crèmieux il quale osserva: 

"Egli (Svevo) ha inoltre il merito di aver creato un eroe tipo, un carattere. (Dopo il Don Abbondio di Manzoni, quanti caratteri ha creato la letteratura italiana?) Di Zeno Cosini della Coscienza di Zeno, di cui l'Alfonso di Una vita e l'Emilio di Senilità erano i primi abbozzi, si può dire, per essere brevi, che è una specie di Charlot borghese triestino. Gli si vede la stessa inesauribile buona volontà, la stessa aspirazione verso la saggezza e verso l'eroismo che si riscontra nella creazione di Charlie Chaplin: egli pure spiega una ingegnosità, una smisurata intelligenza per vincere i minimi ostacoli e con la stessa toccante ostinazione vede l'insuccesso di tutto ciò che intraprende". 

Questo paragone con Chaplin era un modo di inserire Svevo nella grande cultura internazionale del tempo. 

Mentre all'estero fanno questi riferimenti, evidenziando il carattere europeo di questo scrittore, in Italia abbiamo invece dei giudizi assai diversi e Prezzolini, che scrive un articolo nel 1926 sarà un buon profeta nell'anticipare quali sarebbero stati gli argomenti di critica all'opera di Svevo: 

"La maggiore obiezione che troveranno i romanzi dello Svevo in Italia sarà quella della forma. Lo Svevo non scrive bene, se si intende per scrivere adoprare una lingua della tradizione. Lo Svevo scrive come uno che abbia letto soltanto i giornali. La sua frase è qualche volta impacciata. Sotto l'italiano si sente il dialetto triestino e, talora, l'abitudine delle letture tedesche. Cosicché una innumerevole quantità dei letterati italiani, che guarderanno con una certa inquietudine questi onori straordinari concessi ad uno sconosciuto, si libereranno di lui col dire che non si può leggerlo, che non sa scrivere e che è noioso. Lo Svevo infatti non sa scrivere. Ma ha qualche cosa da dire. E questo qualche cosa spiega com'egli sia piaciuto ad uomini quali il Joyce e il Valèry Lardaud". 

Le ostilità sono aperte da un articolo di Giulio Caprin apparso sul Corriere della Sera del 1926: 

"Svevo scrittore di linguaggio incredibilmente povero e confuso, ci guadagna ad essere tradotto". 

L'attacco più violento viene da Guido Piovene che era considerato uno dei più importanti scrittori italiani del Novecento, che su Senilità scrive : 

"I cenacoli parigini, non contenti di regalarci pose e snobismi letterari sempre nuovi, ci regalano anche le celebrità italiane. Italo Svevo, commerciante triestino, scrittore di tre mediocri romanzi, valutato da noi, secondo i suoi meriti, con una rispettosa indifferenza, è improvvisamente annunciato come un grande scrittore da uno scadente poeta irlandese abitante a Trieste, il Joyce, uno scadente poeta di Parigi, Valery Larbaud, e un critico, il Crèmieux, che essendo intenditore di cose francesi, passa in Francia come intenditore di cose italiane; forse perchè ne conosce pochissimo, fra gente che non ne conosce nulla. "Quale merito dello Svevo? D'essersi avvicinato, più di ogni altro italiano, a quella letteratura passivamente analitica, che ebbe i suoi fastigi in Proust, ed è arte scadente se arte è opera d'uomini vivi ed attivi; se un pittore vale più d'uno specchio. I cenacoli italiani, servilmente accettarono la nuova gloria; ma essi, per fortuna, sono così estranei al pubblico e alla letteratura viva, che tutto rimase lì". 

Quello che colpisce di questi giudizi, dal punto di vista storico, è la fusione tra due ingredienti che pure erano l'uno ostile all'altro, ovvero il crocianesimo più ortodosso con il fascismo. 

Croce era l'unico che durante il fascismo godeva di piena libertà di espressione, in quanto toccare lui significava creare uno scandalo mondiale. 

In questi giudizi invece c'è sia Croce sia il fascismo. C'è Croce perchè l'ostilità a tutta la letteratura novecentesca, sia italiana che di qualunque altra provenienza, è tipicamente crociana; c'è il fascismo nel gusto strapaesano e nazionalista, (in espressioni come: I cenacoli parigini - non contenti di regalarci pose e snobismi letterari sempre nuovi (...) e un critico, il Cremieux, che essendo intenditore di cose francesi, passa in Francia come intenditore di cose italiane; forse perchè ne conosce pochissimo, fra gente che non ne conosce nulla (...) scadente poeta irlandese abitante a Trieste, il Joyce) 

"Tuttavia un romanzo, Senilità (...) dovè ristamparsi (...) Sì, è il solito uomo irresoluto e introspettivo, il solito impiegatuccio malato di sadismo analitico, in cui certuni credettero di definire il mal del secolo; e non ci dettero altro che un poltrone".


Theorèin - Marzo 2003