IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 12
 

Siamo nel 1927. Il fascismo è presente sul territorio da cinque anni. Culturalmente parliamo di un periodo totalmente controllato dall'ideologia crociana. Croce aveva creato una sorta di "dittatura culturale" ossia una specie di coibente fra cultura italiana e cultura europea, pertanto si pubblicava  solo opere che rientravano in questo sistema. 

L'entrata della psicoanalisi nella letteratura avverrà soltanto quando questa dittatura comincerà a stemperare. Lo stesso marxismo fatica ad entrare nella nostra cultura anche per ragioni crociane. 

Il cardine dell'estetica crociana ruota intorno alla considerazione che l'opera d'arte è un atto intuitivo e in questa chiave non ha senso creare un ponte fra due redazioni di una stessa opera. Ad esempio esistono tante Divine commedie quanti sono le zone di poesia della Divina commedia; non è detto però che esse siano collegate. Un'opera d'arte è una sorta di costellazione di mini opere d'arte quanti sono i passi poetici che in quell'opera vi sono. 

Croce infatti rifiutava la storia della letteratura. Croce è un grande ammiratore di De Sanctis però non accettava la storia della letteratura di questi. La poesia non ha storia. Quando vengono fuori Contini e De Robertis lui cercò di respingere invano i nuovi concetti che venivano apportati. 

Il concetto di realismo è qualcosa che non riguarda la poesia, perciò secondo Croce non si capiva bene di chi avesse fatto la storia Auermach. 

Questa dittatura severa passava per essere più feroce di quella fascista. 

Questo spiega certi ritardi della nostra cultura nei confronti della grande cultura europea. Quando Arbasino scrisse l'articolo Una gita a Chiasso lui irrise alle pretese di questi vecchi dinosauri della nostra cultura degli anni '50 '60. Allora la casa editrice La Terza di Bari, che andava per la maggiore, fu creata praticamente da Croce il che spiega la pubblicazione di certi libri straordinari ma anche la non pubblicazione di tanti altri. 

Croce aveva nel mirino: la letteratura moderna e contemporanea; le filosofie non idealiste; con la linguistica intesa nel senso tecnico della parola e non in senso idealistico della parola; con le metodologie poetiche e artistiche che non fossero le sue. 

Tra i grandi interlocutori di Svevo, uno è Montale, che è il primo italiano a scrivere su Svevo e anzi ne è lo scopritore; un altro è Sergio Solmi. 

Critico, scrittore militante fra i più brillanti, caduto però in una sorta di oblio, perchè capitato fra l'epoca della critica marxistica o a sfondo sociologico, e l'epoca successiva della critica culturalistica o semiologica. 

Solmi si chiede perchè l'opera di Svevo incontra tante difficoltà per affermarsi. Risposta è che la difficoltà sta "nell'impossibilità di inquadrarla negli schemi del romanzo contemporaneo italiano". 

Solmi riconosce "le scorrettezze stilistiche e a volte addirittura sintattiche e grammaticali del linguaggio senza storia di cui si è servito", non ritiene di dover dar loro grande importanza; anzi, le considera, in certo senso, funzionali: 

"Ci appaiono in certo modo indifferenti, di fronte alla forza vergine della rappresentazione quale si esprime nelle sue migliori pagine, davanti alla felicità di tono e d'impostazione, tutta inconscia, della sua narrativa, al tocco preciso e leggero con cui, in pochi tratti, egli riesce ad equilibrare moti e situazioni psicologiche complicatissime". 

Non esiste a priori un linguaggio adatto ed uno non adatto, uno buono ed uno cattivo, uno corretto ed uno scorretto; un esempio lo troviamo in Verga che per essere ottocentesco è un po' lo Svevo della situazione. 

Perchè Croce diede molta importanza a Verga? Perchè di fronte al linguaggio di Verga diceva che linguaggio era efficacissimo in cui Verga esprimeva il proprio personale mondo. 

Per Croce l'idea che il linguaggio sia un contenitore nel quale noi mettiamo dei contenuti non ha senso. Materia e forma linguistica sono pertinenti l'uno all'altro e assolutamente inseparabili. Ogni opera è forma a se stessa del proprio contenuto e non esiste una valutazione extracontenutistica del linguaggio. 

Solmi preferisce, Senilità rispetto a La coscienza di Zeno. Parlando di quest'ultimo lo definisce una "curiosa epopea dell'uomo moderno, che non di rado scade nell'analisi arida". 

Montale in un articolo del 1928 intitolato Ultimo addio scritto in occasione della morte di Svevo, riprende in mano il caso Svevo: 

"La verità è che l'arte di Italo Svevo, che ha i suoi difetti ma non è mediocre mai, imponeva un esame di coscienza troppo imperativo alla mediocrità costituita del nostro ambiente letterario. In quest'ambiente, regolato già da una scala mutevole e stiracchiabile come una fisarmonica, l'autenticità e l'impegno di Schmitz stonavano e offendevano come segni d'altri tempi. Si preferì ignorarlo, metterlo in forse, rimproverargli la propria razza, correggergli la grammatica: l'unica cosa che alcuni (non tutti né molti) dei nostri scrittori "ufficiali" potessero forse insegnarli". 

Affermando questo, Montale fa riferimento ad un topos psicologico; l'estrema sensibilità delle persona di cultura non molto alta, agli errori di tipo linguistico.


Theorèin - Aprile 2003