IL CASO SVEVO
A cura di: Mario Della Penna
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Lezione 13

Dopo La coscienza di Zeno, Svevo aveva iniziato a scrivere un nuovo romanzo La novella del buon vecchio e della bella fanciulla, di cui però restano poche pagine. 

Questo romanzo, da queste poche tracce, mostra due aspetti da un punto di vista tematico: lo sviluppo di quello che era stato il motivo di Carla ne La coscienza di Zeno (quello che c'è di nuovo è una estrema dilatazione di ciò che di solito viene chiamato il monologo interiore sveviano),  e dal punto di vista tonale, l'aumento rispetto a quanto visto ne La coscienza di Zeno, dell'atteggiamento ironico, auto ironico e sarcastico. 

Già ne La coscienza di Zeno è messo in evidenza l'atteggiamento Umano troppo umano di Nietzsche, questo elemento nel frammentario ultimo racconto si dilata ancor di più. 

Abbastanza scadenti sono invece le commedie di Svevo, al contrario dei saggi raccolti in un'opera a parte. 

Per completare il discorso sveviano, resta da approfondire il rapporto fra l'autore e la psicoanalisi, tema prediletto degli studiosi francesi. 

Vi sono due opere molto ponderose dedicate proprio al rapporto con la psicoanalisi: uno è quello di Saccone e l'altra è un grosso saggio di Mario Lavagetto. 

Queste opere però hanno un difetto di fondo in quanto o negano la presenza della psicoanalisi, perchè gli elementi evidentemente e tematicamente psicoanalitici de La coscienza di Zeno sono esigui, oppure vanno a fare della psicoanalisi che rende tutti uguali gli scrittori. 

Torniamo a parlare di Una vita: si tratta di un romanzo naturalista, ovvero romanzo ispirato a quelli che erano i maestri di questo genere, fra questi il principale Emile Zola. 

Romanzo basato su un apparato piuttosto rigido, una logica che è una sorta di paradigma di causa ed effetto. 

Lo scrittore naturalista è colui che crede nella oggettività del mondo, nella positività, cioè che il mondo esiste, che è descrivibile, che è conoscibile, che si può configurare in una rappresentazione che ne esprima il senso e il funzionamento. 

Zola crede a tutte queste idee introdotte dal filosofo francese Comte, fondatore del positivismo, e dai suoi successori, che per quanto riguarda la cultura di lingua inglese si trova in Stuart Mill, in Spencer. 

Questi signori credevano nelle scienze naturali e pensavano che il mondo andasse interpretato attraverso il paradigma di causa ed effetto. 

Con Svevo è propria questa logica di causa ed effetto, tra quel che si è e quel che si fa, che viene assolutamente meno. 

Nella nuova fisica non c'è legge di causa ed effetto, e al concetto di necessità, si sostituisce quello di possibilità e nei casi migliori di probabilità. 

Giacomo Debenedetti diceva che la fisica moderna sta alla fisica classica come il romanzo moderno sta a quello tradizionale. 

Il romanzo moderno si basa sulla frantumazione dell'io, sulla sfiducia dell'organicità di questo Io. Il romanzo moderno implica un'avvenuta scissione tra la sfera della pulsione e quella della volontà; quella che in psichiatria conduce alla diagnosi di psicosi. 

A mettere in crisi la sistemazione ordinata di Aristotele ci pensò un filosofo inglese Hume il quale sosteneva che "il mondo altro non è che un fascio di percezioni che noi organizziamo in sistemi organici e significanti che riteniamo oggettivi ma che in realtà sono avvezzi soltanto dalle nostre abitudini". Successivamente Kant ha difeso sia l'uno che l'altro. 

Noi interpretiamo dati e segni che ci vengono dal mondo e costruiamo una rappresentazione del reale che Kant chiama "fenomeno" e che secondo questi era una soluzione allo scetticismo dei filosofi inglesi e anche però a quanto di vitale c'era in questo scetticismo. 

Kant prende il pensiero aristotelico lo salva in buona parte, solo che lo mette nella testa di un uomo dicendo che non è detto affatto che il mondo è come lo vediamo, ma sicuramente il modello di mondo che noi abbiamo è un modello utile, strumentale. 

In un certo senso la filosofia ha preceduto lo sviluppo dell'arte. Per secoli il romanzo è aristotelico. Manzoni involontariamente applicava il pensiero di Aristotele. 

Per Manzoni la realtà è quella che è; i nostri percettori della realtà sono stati fatti ad immagine e somiglianza di quella della realtà. In questi scrittori contemporanei l'elemento dissolutorio ha permeato tutta la loro arte. 

Ci troviamo un uomo che non sa chi è, che non sa affatto che cosa sia il mondo; non sa veramente se ci sia un rapporto fra i suoi stati di coscienza; sa soltanto che si trova li e nulla di quello che lui percepisce può essere chiamata conoscenza. 

Dice Pirandello ne L'uomo dal fiore in bocca

"Le parole partono da noi con un significato e arrivano in chi ci ascolta con un altro". 

Questo tema dell'incomunicabilità lo troviamo in registi come Michelangelo Antonioni o scrittori come Beckett. 

La narrativa del Novecento ha ripreso questo tema scettico, per cui noi non sappiamo in che mondo viviamo, non ci conosciamo, non siamo mai dei personaggi unitari anzi siamo delle particelle psichiche e in un certo senso non siamo un attimo dopo quello che eravamo un attimo prima, che è poi il filo conduttore de La coscienza di Zeno

Il romanzo di Svevo esce nel 1923, Ossi di seppia di Montale nel 1925. 

Abbiamo rispettivamente il grande romanzo della disappartenenza e l'opera di poesia che per la prima volta affronta questo tema dell'impossibilità di trovare un senso alle cose. 

Leggiamo in Ossi di seppia la poesia Non chiederci la parola dove si dice: 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato 

l'animo nostro informe,(...) 

Questo tema della parola che squadra il nostro animo informe viene da quel tema pirandelliano della assoluta incomunicabilità. 

Dietro Pirandello c'era La lettera di lord Chambers di Hoffmanstal nel quale si teorizza la divaricazione definitiva fra parole e cose. 

Le parole non sono l'immagine della cosa ma sono diventate dei fantasmi fluttuanti dietro i quali non c'è nulla. 

Questo tema mitteleuropeo c'è anche in Kafka, in Musil e per la prima volta in poesia in Montale. 

Cosa racconta Zeno della sua vita? Sostanzialmente una vita fatta di fallimenti, di cambiamenti continui di facoltà, e quanto altro a dimostrare che tutte le cose che racconta sono ignobili. 

Questo vissuto psichico attinto alle zone meno presentabili al nostro Io, corrisponde pienamente a quello che Montale va a cercare negli Ossi di seppia. Prendiamo ad esempio la poesia Meriggiare pallido e assorto dove si legge: 

Meriggiare pallido e assorto 

presso un rovente muro d'orto, 

ascoltare tra i pruni e gli sterpi 

schiocchi di merli, frusci di serpi. 

 

Nelle crepe del suolo o su la veccia 

spiar le file di rosse formiche 

ch'ora si rompono ed ora si intrecciano 

a sommo di minuscole biche. 

 

Osservare tra frondi il palpitare 

lontano di scaglie di mare 

mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. 

 

E andando nel sole che abbaglia 

sentire con triste meraviglia 

com'è tutta la vita e il suo travaglio 

in questo seguitare una muraglia 

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia 

Se vogliamo darne una interpretazione mitteleuropea a quel muro "che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia", che separa l'uomo da qualcosa che sta al di là, potrebbe essere diventata anche la parola che una volta era un ponte e adesso è diventato un muro, che ci separa dalla realtà. 

Credevamo di essere "uni" (Manzoni) e invece scopriamo di essere "uno, nessuno e centomila". Credevamo di avere un elemento debole, un piccolo faretto nella nostra ragione, e poi arriva Freud che comincia a dire che quella cosa illuminata in cui noi crediamo di essere, anche se poco, non è niente rispetto a quella immensa altra cosa che veramente noi siamo, che è completamente nell'ombra. Da qui la grande crisi dell'uomo del Novecento.


Theorèin - Maggio 2003