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Attenzione attenzione. C’era una volta una bella cartella, gonfietta di libri, coi fiori e merenda. Andava qua, andava la, ma si, all’universalità. Era la cartella di un bambino tra i suoi coetanei contemporanei in un ambiente competitivo a gruppi. Insieme a loro doveva realizzare la cartamoneta più bella della classe ed era una gran bella gara veder presentare i bozzetti. Il tempo di lavoro veniva tenuto grazie all’ausilio di una clessidra con troppa renina, in cui il tempo non potendo passare lasciava i bambini presi dalla gara senza strafare. Non dicevano all’unisono «traici a te natura, ma non ora, abbiamo paura» con le loro voci. «Ma su via balordo, n'ce giocà» dicevano al principe dell’effimero che conteggiava quel tempo fermo, loro avversario là. Facevano il loro solito casino e le insegnanti li capivano. In tutto quello che era stato realizzato tra eccessive contaminazioni di generi si distingueva bene l’evocazione della caricatura di un personaggio in più narrazioni ad andamento episodico, in stesure figurative ad unità lessicale forzata dall’uso di parole ad effetto. Le svariate cartemonete con dei toni burleschi, dei tagli sentimentali, delle descrizioni intimistiche, delle vicende interpersonali, non sembravano tutta farina del sacco di quei bambini birichini: ma questo poco importa. Una prima noia che però le loro insegnanti dovettero subire fu una commissione didattica che le interrogò sul loro lavoro e che le spinse a governare dei conflitti nella drammaturgia di una recita per i bambini birichini volta a smorzare gli stimoli già dati, fino a farli regrediti. Sembravano infatti troppo svegli per la loro età. Ma quei bambini non si comportarono come malmessi soggetti da sceneggiare che s’incontrano in copie fotostatiche sulle relazioni per il direttore didattico. E non regredirono. Redatta con quasi la veste di un compito d’italiano delle scuole medie, scritta in una sola colonna per ogni facciata con inchiostro delebile e computer indelebile, con correzioni di persone di loro fiducia e annotazioni di loro medesimi, per agevolare più possibile le loro amate insegnanti, i bambini mandarono una diffida ai carabinieri chiedendo di essere lasciati in pace. Tutti questi fatti mi sono stati riferiti in una riunione preparatoria per il centro estivo in cui avrei lavorato. Il caso di equiprobabilità di un mio aver a che fare con loro non si poneva. Era già una certezza. Lo vedevo dai nomi nella cartellina affidatami. Più brutta di quella del bambino tra i suoi coetanei contemporanei. Temprati da dei giochi sulla sabbia fatti attorno ad un fuoco di bivacco acceso da due loro sorveglianti sadici, proprio nell’estate del passaggio dalla prima alla seconda elementare, io li conobbi così tutti insieme; proprio nel mio primo lavoretto estivo, prima di finir la tesi, al mio ultimo anno d’iscrizione universitaria. Ero come al solito trafelato per il ritardo e quando riconobbi come miei collaboratori quei due, che si divertivano ancora come ragazzini, fui rattristato in modo sintomatico. Quei due avevano un’altissima opinione di me perché li avevo stroncati a braccio di ferro in un bar, più di dieci anni fa. Sperando di non esser trattato da loro peggio di come mi aveva trattato da sempre la mia capacità d’esprimermi (volta sempre a farmi fare brute figure) ascoltavo la loro presentazione di me, il loro parlato di muscoli ancora distinti da massa e definizione, come quando mi prendevano così tanto i nervi che mordicchiavo la mano come fosse un legno. Erano stati assunti per sopperire con la forza alle intraprendenze dei bambini furbi alla riscossa. Io ero il membro onorario del club intesa, una associazione che si prefiggeva di andar d’accordo con tutti e di non litigare mai con nessuno. Ero fuoriuscito da quel gruppo, non in modo singolare ma con una serie d’incarichi importanti al diminutivo, mortificato come un concorrente perdente ma rivivificato dal litigioso più concludente, perché ero una sorta di ribellato, uno che con le discussioni ci faceva un soprabito. Ero di quelli che entrava spesso in conflitto con il mondo perché andava a preferenze più che a convenienze. Avevo cercato di lavorare a diretto contatto con i bambini perché ero interessato ai processi creativi. Ero stato mandato da quelli troppo intelligenti forse perché i miei colleghi più superbi temevano di uscire dal confronto con loro perdenti. Capii subito che le insegnanti non potevano essere incolpate di averli eccessivamente stimolati nel lavoro in classe. Capii che la loro intelligenza non era nemmeno minimamente paragonabile a quella della maggioranza e che era un evento particolarissimo il confluire di tanti così grandi cervelli in quella spiaggia come nella scuola. L’impressione che loro si fecero di me fu quella di uno che per la via elogia l’eulogia. Pallonata. Con me in spiaggia si comportavano bene ma trattavano il gioco come pretesto per approfondire certe materie. Andavano oltre l’apparenza e s’interrogavano su ogni mia movenza. L’inverno prima avevo preso una frescata, pur con una busta e la carta di un giornale a proteggermi, e ancora ne risentivo. Loro l’intuirono. Ora soffrivo il caldo e loro sapevano spiegarmelo. Nei miei cari sensi di male, provenienti da superficialità intense e quotidiane, in azione, o nei sentimenti d'amore, avevo segnato una corsa in alta montagna. Loro, incitati dai due sadici che erano stati presenti in quella vacanza, adesso mi chiedevano d’illustrarla. I presi dal primato del traguardo di allora, tutti lì in pista con me, atterriti da me che da giovane ero originale e alternativo rispetto a tutti perché con gli adulti atletici m’imponevo con un gesto semplice ed insolito, impertinente e impenitente per il modo inusuale, ma innocuo, vedettero la mia stupidità laconica, pervasiva, molto carina. Questo tratteneva i due sadici dallo screditarmi. A me correre sul posto piaceva tantissimo ed ero così libero, così non influenzabile dalla considerazione altrui, che trascinavo gli altri come con un vero carisma da leader. Mi dava un senso di libertà tale correre sul posto che alla fine convinceva gli altri ed infatti colpì tutti quei bambini intelligenti. Divenne il gioco di quell’estate anche se era da fare al freddo più che al caldo. Visto che non andavo autoimposto ma supponendo tutto e correndo sul posto in «suppless» fui interrogato da quei bambini se secondo me era supponibile ancora la strada dove quella corsa si sarebbe fermata. Al detto di Cartesio «Cogito ergo sum» «Penso, dunque sono», al detto di Karl Bart «Cogitor ego sum» «Io sono pensato, amato, quindi esisto», io non aggiungevo che il silenzio. Ma non che non volessi parlare o con l’uno o con l’altro ma perché soffrivo il caldo. Era certo che d’inverno avrei saputo fare del mio meglio. Promovendomi d’un passo, con una calza sanitario sportiva ad alta tecnologia tolta ed un’altra rivoltata, la zona montana che mi trovava scalzo non era imbarazzata, ma la spiaggia surriscaldata troppo mi sfiancava. Rispetto a blocchi sedimentari di cento milioni d’anni datati, con all’interno orme di piedi nudi e calzati, non c’era un gran che dire della neve che tutte le orme avrebbe fatto sparire in breve, non c’era un gran che dire di ogni sorta d’intemperie a pienarmi per bene il tracciato, per farmi d’un tratto a sberleffo in inverno da corridore in «suppless» a pupazzo di neve fresco. Pupazzo che quando è passato non ha lasciato sull’erba che due bottoni e una carota, osso e radice di una sua breve esistenza. Soprappensiero davanti agli occhi infantili, nell’ineffabile calura estiva che mi faceva soffrire, io, senza comodità, ero atti di malore, portatore di lontananze, misure di reciprocità troncate, sciupate, ferme sui passi. Non chiamando vocazione quanto cercato per posizione in un passo d’incredulità rilassata nella mia orazione di comodo, dal farli ridere per come diventavo rosso in volto, perché sudando schizzavo tutto intorno, li impaurii. Con passo scivolante via, come primeggiante corrimano dal proponimento strano in una scala mobile dal moto accelerato, nella deformazione la cui conformazione è da vissuto riprovato in un passo non affrontato nell’azzardo, comunque fui scalzato da quel gioco proprio da un piccolo collasso. Ospedale. Tra l’anima e l’animo di tante manine, tastato per avere regressioni di disturbi e malattie, non mi staccò la pelle la pressione digitale di chi provava a rianimarmi. Allo scolorar del mio viso, d’un bianco chirurgico da micro ustioni di negro pentito tra i milioni, le cupe cupole degli ombrelloni a me sopra, quel mio pulsar sonoro di sangue, due dita sotto il nodo alla gola non minacciose in un istante ma affondate nella carne, erano tutto un vago fluir di immagini. Al ricordo d’un amore malsano fui dal coro dei bambini in canto svegliato. Appioppai un cazzotto ad un morbido e indifeso vicino di letto facendoli ridere in modo elevato. Trovare quel posto era stato come vincere alla lotteria ed era dietro l’elevata da cui ogni tanto un’auto sbandava. Nei giorni che seguirono la mia convalescenza ebbi tante persone vicino e l’assistenza delle insegnanti dei bambini in questione. Erano in quella spiaggia con i loro figli quando ero collassato e avevano assistito ai miei deliri smettendo d’usare i telefonini. Erano rimaste così tanto al sole che erano scottate come un peperone. Erano veramente belle donne, sposate, molto interessate alle mie doti creative capaci d’attrarre così tanto i bambini. Ogni giorno si davano il turno per farmi l’assistenza e mi portavano le letterine dei loro figli. Senza tatuaggi per infondermi coraggio, mentre venivo servito e riverito, non me ne stavo a pensare indifeso al mio viaggio post terreno. Non corrompendo il fine della mia realizzazione personale di sorvegliante con una impostazione funzionale da malato che marcia il più possibile per avere un’indennità di malattia, ero preso dall’occupazione a dipingere tanti quadretti per i bambini e le insegnanti. Non fu il chiasso dei cascamorti che si raccapezzano nelle cloache di abbronzature eccessive che m’irrise, che mi dette la misura del mio lavoro al centro estivo: finito il primo giorno. Fu il dover pagare una penale al presidente della «corporativa asociale» che mi aveva assunto. Fu l’ergermi dalle impreparazioni, il mantenere alcune inconcludenze, il gestire l’ozio della mia degenza. Con un bel voto dato da me al mio io, magre le consolazioni mie. Ad onor del vero che fu iniziai però a tenere un diario delle mie alterne fortune, evidenziando tutti quei scandagli di maggior spicco più commoventi. Ridotto in dispense faceva il giro delle corsie, piaceva. Poteva far da trama a quei best seller che ti portano tanta carta filigranata. La mia idea di pittura, condizionata dall’amore per il disegno e per il fumetto, che spinse i bambini a ricambiarmi i quadretti che mandavo loro con dei quadernetti fotografici fatti con collage di foto e storie bizzarre, coi personaggi a far da affreschi, inaugurava un’arte al suo finale. Come dal dipingere finii a fare delle immagini di biro, per realizzare quindi delle cartoline colorate, delle cornici, finendo poi a descrivere anche i disegni restanti sui vetri infranti o sui ricalchi era spiegato dal fatto che la mia degenza si prorogava per mancanza di raccordo tra le opinioni dei dottori e i primari che mi seguivano, che per colpa delle ferie estive si susseguivano senza potersi ben raccordare. Fu con la ripresa della scuola ed il sopraggiungere di un torrido autunno, col ritrovarmi a ricalcare disegni molto semplici, tipo nodi, certo che alcune mie potenzialità accantonate erano da ritirare fuori, che con una stilografica moderna su rogito antico, a colore sfumato per più cambi di cartuccia, mi decisi a porre fine al ricovero. Feci una bella firma e non vidi più nessuno del personale ospedaliero, eccetto la giovane infermiera che mi vedeva come un fratello maggiore. Fu il primo giorno freddo di quell’autunno, in una sala lettura della biblioteca comunale dove ero andato a consultare la gazzetta ufficiale per ultimare la tesi, che trovai tutti quei bambini a fare una ricerca sulla cinematografia moderna. Tutti in silenzio, ognuno con un libro, mi fecero festa sorridendo. E non solo. Sbattendo piano le copertine dei libri e sfregando il bordo delle pagine fecero un piccolo concerto sonoro che non era male. Invitai tutti a prendere una cioccolata calda per festeggiare l’arrivo dell’inverno ed in un bar malfamato per la presenza di universitari viziosi portammo aria pulita. L’estate passata con me era stata così importante per loro che ero diventato il loro mito. Avevano scritto la storia di un giovane scrittore che presenta il soggetto di un atleta che segna la corsa sul posto fino a prefigurarsi alle prese con il suo piede per scrivere come conviene, in una posizione di narrazione non accomodata da una condizione di benessere esagerata. Tramite una insegnante avevano fatto arrivare questa storia ad un produttore, nella stessa città della loro scuola, in una zona industriale dimessa, dove una casa cinematografica aveva iniziato una produzione da esportare in tutto il mondo cinematograficamente ben disposto. Il produttore si era poi accordato con le loro insegnanti mettendogli a disposizione degli stagisti che avevano fatto un corso professionale coprogettato da alcuni suoi giovanissimi dipendenti intraprendenti, una stanza, una apparecchiatura obsoleta ma funzionante. Il fatto che loro avevano scritto una storia ispirandosi a me mi onorò al punto che m’offersi di fargli da trovarobe, di disegnargli tutti gli sfondi e gli scenari desiderati. Ma loro mi chiesero di sceneggiargli la storia. Davanti alla cioccolata calda come ad un esame, con un po’ d'ansia in carriera artistica, non dovendo trattare con datori di lavoro incalzanti per farmi finire anche gli avanzi di tutti i più bei romanzi, mi presi un giorno di tempo per decidere, lusingato. Il bibliotecario ch’era con loro, un omaccione sulla sessantacinquina, mi dette allora un consiglio: centrare gli argomenti e imparare a riferire i fatti; senza fare brutti gorgheggi o pronunce esitanti, perché i bambini erano esigenti e non tolleravano l’essere perdenti. Alla stregua d’uno scambio da sbadiglio con un altro poi finente in uno sbaglio quella notte non dormii. Nella ricerca d’un equilibrio sempre nuovo quello che volevo mettere al vaglio del gruppo era un mio allungo verso un concetto particolare, ovvero l’amico stupido ti ferisce più di un nemico intelligente. M’era accaduto di ritrovarmi ferito al posto giusto, nel momento giusto, sbattendo il grugno, al punto che la mia allegria era un po’ giù di tono e la mia arte stantia, dai tre compagni di stanza con cui vivevo il mio ultimo periodo da studente in quella città. Ma non sapevo se questo poteva loro piacere. Questi miei compagni di stanza erano tutti scrittori ma non erano attendibili anche se m’ispiravano. Erano tre scrittori tremendi, incapaci di lasciare ai posteri delle figure avvincenti. Il primo chattava con chi aveva il nik-name che lo riguardava; il secondo, non sapendo né leggere né scrivere, fingeva di svolgere un lavoro d’ufficio e copiava con la macchina da scrivere dei caratteri a caso; il terzo, dopo un insuccesso d’amore, non riuscendo ad avere disciplina interiore, s’era messo a pienare il disco duro del suo calcolatore con dei fascicoli saturi di dati, con una frase tipo «pena mi piaci fin dal fondoschiena» ripetuta col comando copia e incolla per 2 (alla dodicesima) e poi per 12, in 10 minuti, fino a saturare il computer con i mega-byte, per passare da 4096 frasi a 48000 frasi circa. Come è difficile conoscere il costo di ogni scoperta scientifica che porta reale progresso per le persone così pensavo che era difficile sottrarmi alla loro influenza, arrivare al successo influenzato da quanto, queste loro opere promiscue, non da prendere sul serio, volevano raccontare. L’album del mio curriculum artistico dava troppa considerazione a tutte queste loro figuracce, appiccicate alle mie, visibili e sentibili anche all’ultravioletto visivo e all’ultrasuono ascoltato; era connesso alla stranezza starnazzante della nostra convivenza. La figura di quanto avevo tempo addietro scritto d’impegno, che poteva venir musicata e suonata, disegnata e filmata, scolpita, parlata e ballata, tirai fuori dal cassetto. Ma era lunga e non c’era poi tanto tempo. «Se quello che scrivo si libererà sdraiato, anche nell’allenabile appiattire non apprezzato, forse non avrò sbagliato», dicevo per rincuorarmi. «Resterà di me, mito per quei bambini, solo uno stralcio del mio valore più alto, un ricordo inesatto, una figura incompleta, che non va mai oltre un certo cerchio perché si compiace nelle circonferenze ma non nelle conferenze». Nelle ore notturne che si susseguivano confrontavo quanto scrivevo con l’infermierina di cui m’ero innamorato in segreto. Cestinavo ogni manoscritto pensato insensato e mi rassicurava, nel ritorno dallo smarrimento, il suo complimento. Solo un grafico graffiato su un foglietto scritto di getto non usai al momento. Potei dire «ah, io, solo io addosso a me! Vivo grazie a te nell’idea che ti fai di me» proprio quando lei valutò l’opera finita. Chiunque nel quantunque compone un pot-pourri che non fila e che fonde, avrebbe invero potuto attribuirsi diversi passaggi di quanto composi. Sta di fatto che lo dedicai a quelle insegnati che avevano valorizzato i bambini anche contro i più grandi. Mentre albeggiava confezionai lo scritto come un’opera su tela, un libro intessuto, le cui pagine erano come un catalogo di moda, con becchi, bottoni, tessuti, di abiti da tanto nell’armadio. Io ero il personaggio che scrive col piede mentre soprappensiero corre sul posto, lungo i resti delle parole piene di oggetti inquadrati. Io ero già consapevole di come s’accarezzano la pelle cadente quelli che non leggono mai niente. Capivo ogni fastidio che avrebbe provato chi vede aumentare incertezza e confusione, quasi a chiudere l’entropia in una bolla di sapone. Ma ero conscio che quando si giunge al bordo linea del campo espressivo, alla capacità di dire complicando sempre tutto, non subentra l’intenzione d’esimersi dal precisare dettagli meno artefatti di quanto può urtare sensibilità varie. Dopo la notte insonne, per incontrare i bambini tutti insieme ed accettare la loro proposta, mi recai alla loro scuola ed entrai in classe per la ricreazione, portando quindi la narrazione dei miei capricci non ingabbianti un non recensito incensurato ragazzo quale potevo essere io, che risponde attivamente alle sollecitazioni di dialogo battute come ferro senza rimario. Stava tutta racchiusa in una bella cartella, gonfietta di fascicoli e spunti su credenze vaghe e sincretiste. Stringevo pure in mano i mazzi di fiori per le insegnanti mentre l’infermierina portava le paste fresche, prese nella pasticceria più in di quelle aperte. L’essere stato in piedi tutta la notte per riuscire a conciliare la loro storia con l’idea mia della loro storia non mi dava stanchezza. Quest’opera, a dar ragione di una infedeltà che fa trepidar sempre certuni, faceva pressappoco così: «Senz'un ampio boom, quanto qui segue è scritto con un piede che non si vede. È scritto col piede, scalzo per scalzare, l’olofrastica parola: troppo breve da pubblicare. Molto segretamente, in maniera sepolta, imboccatemi pure parole migliori, che pronuncio ancora dell’amor l’abbaglio. Parole che equivalgono ad una frase intera (-uso dei si e del no, come risposta ad una domanda- che ci propina quatta quatta la capacità d’isolamento di una fruttuosa grande mente d’un individuo come me -mitteleuropeo nel dialogo- o di parole avaro in sé), sono generalmente assenti perché ritenute meno avvincenti dei giri di parole inconcludenti. Discorsi per neurolabili sono solo accennati. Scarico tutto mormorato in rima perché in fondo a questo giro di testi si capisca che non in questi scritti si trova la luce prima, un deificato che salvifica. Se offendo è per stupido lucido adattamento di testo ed invito con libertà a rimescolare questi scritti come al lettore va, ma se non chiedo scusa è solo per non offenderne colei che a me va e che tra partecipazione ed estraneità indietreggia a carponi senza calpestare gli altri: la mia musa, col muso acqua e sapone che m’annusa. Obliterate l’oblio nella revisione del verso se della rivelazione cogliete il tempo. Ho la figura accartocciata sul pallone sgonfio. Avessi io avuto due magnati di magnete, capaci di far stare in aria anche una figura di pesante metallo. Figura dal colorito tipico di chi a nessuna pappa concettuale si è appeso. Figura floscia in un pallone sgonfio, accarezzato con un tocco nella discesa al suo finale, che ha visto che sfracelli nei cieli si fanno anche da un metro e mezzo d’altezza. In un pallone sonda di plastica scura a forma oblunga infissi infatti dopo il suppless la mia figura. Non sono il pallone gonfiato che tortura. Sono sempre stato modesto. Se sono precipitato per colpa dei buchi fatti dai rami d’un albero, albergato al centro d’un cerchio di prato tra il cemento, sgonfio come la figura alzata sul pallone riscaldato, sto bene lo stesso». Dire che rimasero bene è poco. Dire che parlarono tra loro e loro è vero. Dire che all’atto pratico si fecero forza per non crollare è falso. Tutte quelle parole nella presentazione intessuta aveva premuto la loro logica come quando si contrae la muscolatura per la cruccola di un fulmine. Ogni cosa che sapeva di criptico la vedevano ben esponibile in un trittico ma li avevo colti alla sprovvista. Li avevo spaesati per la carica di partecipazione mia al loro progetto. Reggendomi il gioco, su orizzonti di senso privi d’agganci per rapportarsi all’altro con forme di pressione affettiva particolare, come pettirossi si alzarono in voli pindarici e fantasticherie sul film. Rimasi in classe insieme alle insegnanti per le due ore successive alla ricreazione ed incentrammo sulla divisione dei compiti il lavoro. Nei giorni che seguirono mi aiutarono ad ultimare la tesi. Visto che verteva sul denaro, sulla sua storia, dal sale al salario, dal baratto alla filigrana, loro si offersero di aiutarmi con il lavoro fatto l’anno prima. Iniziammo a vederci un pomeriggio si ed un pomeriggio no. Se il film fu un pretesto per giocare insieme e godere quell’amicizia che non bada al blasone e che non latita la verità, la mia tesi fu un tentativo riuscito di salvataggio a mio vantaggio. Incentrammo sul disegno della filigrana tante considerazioni sull’arte apprezzata, indirizzammo verso il baiocco una lunga riflessione sulla coniazione del soldo. “Buona la forma e l’erba che ci cresce dentro” dicevamo per scherzo. In un clima di spiritosaggine in cui non c’era spazio per quei sostituti ai dolori dominanti che si comprano, o che si prendono, le espressioni dei nostri volti davano a tutti un sollievo. Un sollievo servibile ai fini di un progetto a vantaggio della collettività. Un sollievo in cui con l’abbronzatura estiva pronta ad andar via restava sempre un che di cocco. Il sollievo di essere amici. Un sollievo senza eufemismi per attenuar qualsiasi asprezza, senza metasemia in cui ti cambia d’improvviso il significato delle cose e non sai più che aria tira. Theorèin - Febbraio 2006 |