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«Tramontana non venire / che ho venduto il mio cappotto / L’ho venduto per tre lire / tramontana non venire.» «Carezze panepezze; pezze, pane / le carezze del mio cane». Questo sapevo scrivere alle gare di scrittura. Ero un bel tipo tra l’essere in vena e i miei guai, un ripercorritore dei viavai di chi perde sempre qualcosa e non vince mai una sconfinata gioia. Coi baveri alzati più in alto delle spalle, in cui abbassando il collo nascondevo il volto, ero considerato un grande. Schivato da quelli che si mettevano con gareggianti dimenate in tempi magri, cinte alla magra vita, inanellate da un tranello a sequenza di sconfitta, io non ero un deviato. Addentrato sotto l'ala della tradizione che sopportava, afferrando e tenendo, la mia ostinazione da campione, avevo recuperato il rapporto con il mio maestro. Non avevo mai deviato quando mi dicevo: «Spialo. Sottile sasso. Adepto, sul tetto miralo. È ebbro d’un tratto, in salvo. Osa respirare oltre il suo ardire. Sforzo, tendenza, intervallo». Sono stato sempre in linea di coerenza, fedele a me stesso nel rapporto con l’esterno. Col mio sguardo all’altezza del bavero alzato mai mi sono mosso a rilento commosso, guardando storto, lasciando impressioni capaci di fare impressione anche a me. Lontano da chi vuol sempre anticipare la partenza nelle gare per scagliare un successo con l’arguzia accattivabile io ho sempre girellato in un disegno complesso come crop circles d’erbe appiattite, o di orticole prima dell’ortaggio, ricevendo sempre dal maestro una doma. Lui, con maggior consapevolezza di me, prendeva la sua superiorità quasi per scherzo. Lo scherzo che nasceva lo faceva sentire vicino a certa gioia insita in quelle pie utopie trattabili come un affare, a tempo, dimenabile. Quando morì, in quanto a riconoscimenti, fu primo per posizione; fu una sorta di tirato per la giacca da chi non lo aveva mai valorizzato in vita abbastanza. Non fu uno spaurito, intimorito e compito oltre l’affanno. Nei suoi ultimi anni di vita, pur non partecipando alla riflessione estetica che le nuove ricerche artistiche testimoniavano, pur non avendo una tecnologia per l’intaglio a denotare avanzate conoscenze nell’ingegneria ottica (tipo quella dei Maya), al guardarlo alle prese con intinzioni su moderni calamai dove si trovava non si sapeva mai. I passi in cui funzionava l’educazione data dalla sua letteratura avevano le orme di uno che non è sveglio e che corre scrivendo soprappensiero un libro di supposizioni, fatalmente forzose, tra l’infinito di sfato e tante parole smorte. Non ha mai infranto le leggi più serie, quelle del codice civile e penale, che non danno indicazione per uscire dalla tormenta del maltempo, del tormentone del successo radiofonico del momento, dal noir pulp schizoide, ma mai gotico orrorifico, in cui un milite va in pensione nel momento in cui entra in dotazione la pistola al laser al reggimento. I suoi interessi mi hanno fatto sempre sentire inadeguato, bloccato, portato troppo lontano, ma ogni intellettuale che con lui ho incontrato, dal più eterno al più ossidabile, sempre a me contemporaneo se l’esperisco, mi ha riavvicinato alla sintesi esprimibile del mio comunicato. I miei interessi, che spaziano dove vogliono, mi hanno sempre dato una grafia da spasmo di geli, da movimento contorto, da scrittura sul mosso. Questo perché ad essi non sempre ho dedicato tutto il tempo che avrei voluto. Quando raccolsi le mie scritte più belle, combinate nelle questioni raccontabili a voce ma mai facilmente descrivibili testualmente, permeato da sfoggi di lungimiranza non vedente, affatto sensitiva, irrilevante e irriverente, era già da tanto che avevo lasciato esposta e indifesa la mia fermezza più creativa, divincolata dal lutto di voler nascondere il verso venuto brutto. Il maestro che mi correggeva sapeva che alle redazioni lessicografiche disturba il resoconto semiserio della disinvoltura con cui si canzona la letteratura. Per questo mi bacchettava liberamente senza sentirsi in soggezione. Anche quando mi fece esporre al convegno quello che si potrebbe dire sotto ad intemperie nuove molto meglio, in cui il servizio che fa l’arte al pensiero non è capito da chi in una sovraffollata sala agogna solo l’ormai celebre coppa che l’innata capacità distingue, non tacque nel suo insultarmi. Non so se capì mai i motivi posturali del mio ritrarmi:coi baveri meno in alto rispetto alle spalle mi sentivo scoperto. Nelle gare di scrittura vissute con indole sportiva, dalla morte sua ad adesso, non mi è più scaduto il detto come il tempo, tempo inteso nella costrizione capibile dal fisico nucleare che mette un orologio su degli assi cartesiani. Per il fatto di non voler stare in città ad inspirare il monossido di carbonio che riscalda i polmoni, da frastornato, evito tutte le città in cui potrei trovarmi avvolto da un cumulo di cumulonembi a nube di gas di scarico, da camion in manovra sovrano. Sono soprano sulla rotta da mantenere fuori il locale spazio, rotta come la lancetta d’un orologio sul successo. Ho preparato un vaudeville in cui come passo dico, come ricordo scrivo, come veloce sono lento: ma è improponibile tutto in qualsiasi momento. Al punto da indurlo, il mio passo narrativo, che cammina e dorme, benaccetto, in una pagina bianca come neve caduta diurna, prima d’orme leggere di uno come me, improntato ad un passaggio, ha lumi d’arrivista spenti ogni mio passo. Passa in un condolersi strano verso la credenza nei meandri girabili, assopisce pure chi non colse nel comfort delle sue mosse ad oc che elementi casual di sport e forestierismi snob. Mentre pigro senza installarsi stava mosso dinanzi al possibile diniego mio di enunciarlo, agli albori di una gelata notturna senza riguardi, non tremò. Come una medaglia in transito può essere simbolo d’un umanesimo dolente e polemico, d’un irredimibile squarcio di evocazione spoglia, il fiatone mio nel rileggere a voce alta tutto quello che ho tratto dall’insegnamento del maestro, porterà i passi narrativi detti quasi all’ibernarsi su pensieri accaldati, nell’ampolloso profluvio prolisso, gonfio di sterminate espressioni dappoco, alla dettatura della sua dittatura come un gioco. “Andate e Ritorni; Coi giovani di Ginevra; Sul Tribuno e sui Templari; Segnali intrecciati e Fasci di fiori” saranno i miei prossimi lavori. Theorèin - Marzo 2006 |