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Negli interstizi di questi giorni m’inquieta se s’insinua, quando daccapo si tira, una psicotecnica scaturita da referenze. Esisto per nulla o per qualcuno? Qualcuno è un ignoto tu con cui dialogo? L’avvenire di una illusione è in discussione come l’esistenza di un’esperienza? Me la impone, in un lindo paesetto in cui brulica l’opera di merlettaie, un piccolo genio in pantaloncini corti, seduto su mura di cinta, dirute e merlate. Un piccolo genio molto fluido nel parlare. Fluido come l’olio di una bruschetta (danno il 16 al frantoio, su 10 kg d’olive che si frangono solo 1 litro e 6 è franto). Sostiene che io ho un problema così grave da dover tornare a parlarne con i miei genitori nel massimo apogeo spirituale. La sua giovane mamma, una signora che fa l’orlo del merletto con l’uncinetto, mi chiede scusa per lui. Mi dice di non rispondergli seriamente ma di scherzarci un pochino, tanto per farlo contento, perché anche se è un genio è pur sempre un bambino. Gli dico che offro quel che soffro ma che non posso parlare con i miei perché tanto è tutta acqua passata, passata come la passata di pomodori. E che a me chi mi fetta il pane non son certo i genitori. Dicendogli che ormai, per un cadetto che non sono più, son il re delle frittelle lo sprono a riconsiderare il suo agire indisponente. Gli dico che nel mio piano esistenziale srotolo il bozzolo del baco da seta per tessere una tela con cui copro un canestro, felice anche se (attraversando un fosso oramai asciutto per mezzo di una trave) cado nel liquame. Gli dico che qualcosa d’omesso mi riaffiora riverito dal lignaggio d’essere attore d’involontarie marachelle, preso dalla filosofia del capriccio, men che comune ed elegante come un villano. Solo dopo scorpacciate di studio di prima mattina. Lui però capisce che lo prendo in giro e si ostina nella psicotecnica più punitiva. Sull’essenzialità del servizio dipana miriadi di discorsi: su quanti abboccavano ai migliori modi conformi per pronunciare dell’amor l’abbaglio. Mi attacca ma non si attacca su me il suo discorrere. In lui constato solo una disinvoltura comparabile alla mia quando non desiste a non tacere, quando mi rompe (annuendo con falsa cortesia in prova d’adulazione) con le sue idee. «Siccome m’offro ho saputo che mi cercate», dico per farlo smettere in una finzione al telefono spiata dalla madre. «Colgo l’occasione e un cavolo, non mi fermate. Nei miei modi organici per dire, prototipi di proposte protestano senza interposizione fisica apprensiva». Ma non essendo il supplente del dirigente in grado di far tacere il bambino, che se la spassa su un top model di modello di tirocinio nel setting di questo discorso con un piccolo genio che mi tratta da cretino, faccio subito capire che la telefonata è inventata. Coi conti fatti senza riprova, mentre la madre lo sculaccia mi capacito che stando troppo tempo con quei due avrei potuto finire offeso, nel tempo tra l’anno, per tutta la vita. Dedicato al dunque. Con il fine certificato nel vuoto. Dedicato al dunque. Theorèin - Aprile 2006 |