IL MIDOLLO DEL LEONE
A cura di: Francesco Massinelli
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26.Nonchalance da stridii per ch’indugia

Di sguincio guardo da ebete e gli altri non mi vedono, che prima della rabbia son tranquillo, è durante che concentro l’ansia. Nei gesti sono in folle, ho l’aspettativa della ragione. Chiudo la relazione ipocritamente. E dopo sono ansioso, poi agitato. Dondolo come un forsennato. Mi sento un prigioniero senza ricordi di chi in casa faceva così.

Sugli sprazzi dei miei scazzi in guizzi comici la psicologa che dilapida l’azienda in cui lavoro (con la stessa maestria d’un artigiano o di un altro laureato ben sistemato) mi ha detto: «immagina una piramide». E io l’ho immaginata di polistirolo, completa di tutto quanto, con la porta d’ingresso. Poi mi ha detto: «immagina una scala». E io l’ho immaginata appoggiata alla piramide immaginata, una scala di ferro grande, quasi ad affondare dov’era adagiata. Ma io sono un ribelle vulnerabile. Solo nell’autonomia. Solo nel senso sociale. Il mio elettrocardiogramma è un dramma di pretestuose equoree conche date dal non uso della rabbia.

Dal gruppo dove ero in una stanza mai sentita nuova, poi messo fuori e poi rimesso nella stessa stanza, ho capito molto di me. So mettere rapidamente in ordine tre oggetti visti da altri, avendo ad indicazione risposte limitate a tutte le mie possibili domande. Senza sentirmi a disagio, né spaesato, né impotente. Senza non provare conforto nel vedere gli altri con la loro difficoltà a rispondere. So che i miei difetti li rinnego a getti, li presento in confetti, fragili. Notiamolo.

Stamani per lavarmi collo e orecchie mi son ridotto o come un bambino, o, più volgarmente, come una troia; bagnato un po’ per i miei fremiti alla ventura e un po’ perché quando sono coperto dall’attrito degli strascichi delle mie carezze non mi sento protetto e faccio sciocchezze. La musica di un uomo orchestra che mi ha accompagnato durante la rasatura della barba poteva distrarmi ed invece, grazie alla mia caparbietà, ha alimentato con tutta la sua mascolinità possibile, il mio mondo psichico e lucido.

Ma nella seduzione non centrano né le piramidi immaginarie, nè i confetti fragili, né la psicologa, né il gruppo. La risonanza dei fatti negativi di tutte le volte che son stato respinto da giovanissimo ha cambiato la rappresentazione psichica che ho ancora di me. Mi sento dire da me stesso fendi e sussurragli - che non sei nevrastenico - fendi e sussurragli, con quell’acume che supplisce ad alcune lacune, quanto del protocollo con cui l’innamorato si presenta distrugge la succursale dell’amore in partenza. E nemmeno il buon clima interpersonale, il basso livello di rumorosità, me che son propenso ad aiutare il vicino, mi aiutano ad uscire dallo status di single che non sa fendere e sussurrare quanto ferma l’amore. Nella seduzione ancora non so dolorosamente su quali “quali” reputano, le donne, i motivi per scansarmi. Qualcosa d’incongeniale e sedato, schermato da ingombranti bisticci, da insulse brighe blaterate in fesserie, son certo che emano.

Con una teatralità rococò, ctonica al potere d’inguaiarmi, l’unica mia aspettativa umana, dopo la speranza di trovare amore, rimane sempre quella di essere almeno accettato. Ed è così che il coinvolgimento costante che dimostro nelle attività di lavoro interinale ottiene un complimento vago che tuttavia mi lusinga.

L’energia dei sentimenti che provo produce il pensiero che aziona persino i miei più grandi ideali fino a renderli realizzati. Ma le mie mani, a dipanare addobbi natalizi luminosi ad uso esterno da raccogliere a mazzetto, m’appaiono d’inverno, anche se non lo sono, sempre più crettate dal freddo.

Quando vedo veicoli per una persona e un pianale, con un carico leggero e voluminoso tipo grandi palle di Natale, mi fermo con la mano a salutare. Se crescono i cretti sento un caldo sgorgare di sangue, che mi ricorda il defluire della vita anche nel lavoro meno importante. E d’estate poi è straniante non vedere più sangue.

Comunque ho un punto fisso. Vado al bar e brindo. Brindo nel bere solo l’acqua com’è, contento perché riesco a ritenere la pipì per tutta la notte. La psicologa che m’ascolta e interviene sgarbata è come impalata in una scala visto che suo marito la trascura per una carambola di boccetta giocata. Il gruppo che mi ha dato tanto con la spontaneità del maturare di un frutto si è sperso in un costrutto dove ad ogni vaneggiamento teorico è equiparabile un rutto. Grande è l’azienda dei privi d’amore umano, afflosciati al bancone dove le ricompense del lavoro non ho sperperato.

In altro luogo, forse con una donna in coltri leggere e plissettate noleggiate, dissimulerò senza mirare all’inganno ma all’altrui compiacimento, l’indugio. A chi mi diceva che cambio in base agli altri per evitare conflitti e casini ricorderò con tristezza quanto son stato meschino con un amico che non voleva stare nel gruppo dove volevo star io. Che quando ci fermarono in due contromano, al rischio di dissequestro del motorino dopo una ripassata dal questore, non era lui certo un malvivente sul suo mezzo, sempre vissuto nell’oscuro, minaccia della società. E nemmeno io.

Col naso a sifone, in cui l’acqua non entra in immersione, quando m’accorgo che indugio mi faccio forza con un bel respirare. Arrivo al successo nelle cose facili. In quelle più complicate son risucchiato dai fatti della vita dove la respirazione è favorita.


Theorèin - Maggio 2006