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Targhetta alla porta d’ingresso, di un ufficio tra il comodo e il frenato, in cui stanato non libera tutti il professionista affossato in quel che sarà svelato, ti suono il campanello vicino. Drin drin. A far un sopravvenuto supporto innanzi un liutaio segnalato che cerca un apprendista d’assumere basta sia bravo son io, nella messinscena di discorsi ricamati in cui mi muovo. Mm mm, buongiorno. Appena son fatto entrare mi rincuoro, degnamente mi presento disponibile ad aiutare. Chi non s’oppone agli effetti di quanto faccio può migliorare. Spremuto nella super muta di professionalità dura porgo un foglietto volante. -Servono buoni disabili!- mi dicono. -Con la nuova legge ne assumiamo un peso cospicuo!- Mentre li ascolto cerco di capire chi è il capo che mi può portare a capo senza farmi perder tempo, nel sorpassar del temporaneo spaesamento di quanti si espongono da quell’atrio d’ingresso che fagociterebbe il venditore fesso. Mi ergo a faro di orientamento. Stappo un telegrafico discorso –comunicasi importanza- e s’indebolisce il torpore ancora ancorato quando piccoli aneddoti e spunti di vista spingono il segretario a passarmi il capo, in gonna, appoggiata alla sua scrivania che mi fissa. Per un quarto di quarto d’ora mi lascia antistante alla sua figura, presunta elegante di primo mattino ma grezzotta visto che ha il vestito da sera e a penzolar dalle labbra un bocchino, di ordinarie disgrazie in cantonate eclatanti. Parla con il vivavoce ad una sua amica di aerei. Si chiama Dietlind, ma la chiamano miss Lilly nd. S’inalbera per un aereo europeo. Scherza sul nostro Stato che non stanzia, di aereoplanini in carta privi di sofisticatissimi sistemi d’arma. Apposite catapulte lanciabili fiammiferi, istallabili al posto di lancia razzi, le valuta alternative credibili ai grandi sistemi di missili aria-aria. Avrà appena 16 anni. Si sente grande. Gestisce tante maestranze. Quando si decide a rivolgermi parola non mi liquida, non mi lascia nell’esiguità che nuoce gravemente alla veridicità, non mi rende il rifiutato spacciato prima ancora di aver parlato. -Offro un prodotto di prevendita di persone da utilizzare in lavori di difficile reperimento- dico spalmando sul tappeto dello sterco fresco calpestato prima del mio ingresso. -Ho un cliente a monte e un altro a valle del processo in cui intervengo, lei con la sua azienda sta in mezzo-. -Passa voce che sostengo persone abituate a subir fregature da sole, con caratteristiche personali valutate per la concorrenza e una tecnicità superflua. Son così consulenziale che vedo lo scarto tra me e un altro vassallo a servire all’azienda principale. A voglia a selezionare le persone con l’immagine che vuole l’imprenditore. Nella mia agenzia di selezione si scaricano barili di scaricabarili senza scuse, confusi da dimenticanze menzionate, scorrette o sbrigative per persone spacciate-. Ma lei m’interrompe e così mi parla: «Il punto di snodo in cui trovo giusti appoggi per collocazioni graduali sta come in un alto tasso di ospedalizzazione con una elevate percentuale di ricoveri impropri, mai sbaragliati. I margini dei settori produttivi, valorizzati dai processi di cambiamento dell’economia, si restringono e non mi tengono compagnia. Io non intermedio domanda e offerta, chi non piazzo nel mercato del lavoro resta a casa in giacenza! Mi richiami dal telefono del suo ufficio, con un tono di voce non violante le regole del contesto. Non mi attacchi un discorso riuscendo a mantenere la tensione, ad essere rabbioso sulla faccia, che io mi metto a ridere ed il mio segretario riattacca. Si ricordi che la gratuità non passa in azienda, che l’assenza di costi va in bilancio. Si orienti quindi o sui bisogni della mia azienda o sui talenti delle persone che mi vuole presentare, mi dia però la possibilità di recesso. M’accontenti adesso. So ascoltare emozioni e sentimenti, ordino le percezioni e i giudizi, le decisioni, prendo atto della mia esperienza emotiva. Son l’asso relazionale che non soffoca i sottoposti, apprendo dagli altri senza strafare, ridefinisco i miei interventi in base a valutazioni precedenti, strutturo valutazioni in itinere per gestire la difficoltà a non trasformarmi in una cattiva direttrice d’azienda.» All’udir tutto questo mi misi una mano sulla pancetta. Senza proferir parola feci in fretta una piroetta sui tacchi facendo fumar la suola. Scappai via girando come una trottola, senza aggiungere parola. Anche se con dati poco precisi, inservibili ai fini di una corretta analisi scappando m’inguaiai, il rapporto con lei conservai. Ma non scappai come al girar nel vento una banderuola. Anche se il successo del bacio non è ancora tramontato mi son formalmente congedato stringendole la mano. Di lei seppi che corse in bagno per lavarsela, la mano, e che non chiamò la mamma a sua difesa. Si dice che chi chiama la mamma vicino al luogo in cui si defeca ha un problema, se grande, di cui sbaglia chi se ne frega. Uscendo mi son sentito di poco sotto i piedi il baricentro Terra-Luna. Non mi ha ammazzato il tempo, la noia. Si è passata nel tempo con disinvoltura acuta. Theorèin - Giugno 2006 |