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«E versavi pure il breccino, la breccia!» dico. Caduchi elementi di graniglia mobile sotto al muro che flette se ci batto i pugni mi fanno pensare a quando là lei si presento per rilievi tattiloscopici, imperitura e agonica. Lei era stata guardabarriere al casello 37. Vide, senza che uno supplisse alla sua inesperienza, passare tra l’Adriatico e il Tirreno un aviatore su di un ultra leggero. Quell’aviatore ero io, e anch’io la vidi. Ci vedemmo nello stesso istante, nel medesimo tempo, poi smisi col volo e mi detti all’insegnamento. Pensiero mio nell’atterraggio mentre come uno zoom nel cielo m’immaginavo vicino alla fine del mio rapporto con lei: «Non desidero che te ma ti trascuro per un inghippo. Perdonami se puoi. C’è un nesso di dubbi nei moniti inclusi per gli esclusi alla tua festa: ma sei veramente sicura di aver fatto di tutto per non far venire quello che te la potrebbe guastare? Dal racket che m’estorce e m’usura accolgo l’inatteso, esco dal prestabilito, ma purtroppo alla festa non vengo perché mi trovo nel lavoro sommerso che non regolamenta il clandestino e lo spinge al furto di vere generalità. Ma non è questo l’inghippo. Sui muri eretti sulla diffidenza, quando premoristi a me, agli albori degli accadimenti propugnati da te, ci trovammo distanti nell’idea di come controllare nostro figlio. Vaga tutto il giorno con i mezzi pubblici, comparendo innanzi alle pubbliche autorità tanto per fare delle sorpresine. Tutte le comodità non le trova nei luoghi pubblici, viene spesso a casa ed è affettuoso. Ma il fatto che trasgredisce le regole del convivere in modo così eclatante da rimanere impunito e risultare simpatico è una cosa che con lui devo affrontare al più presto. Pensa che ho saputo leggendo il quotidiano che ha rubato un’auto per sbrigare una piccola commissione che gli avevo chiesto, l’ha parcheggiata come se fosse rotta in mezzo alla strada in una via molto transitata. Poi, senza chiedere scusa è preso e partito rubando un motorino lasciato acceso dal postino. E non è nemmeno nostro figlio l’inghippo per cui ti trascuro. Non vengo alla tua festa per un umore.» Azione svolta dopo essere atterrato, assicurato il velivolo contro il rischio di furto e 15 minuti di cammino, descritta dal proprietario di un biosensore capace di avvertire del pericolo di sostanze nocive o velenose, solitamente di cattivo odore, nella soglia olfattiva che s’alza e s’abbassa: PPPPPOT (nome mio, di pilota) si dirige verso lei, Ventilia, bello tra il volo dei pettirossi in decollo. Ci mette sette ore a raggiungerla. Lei gestisce la sua dichiarazione d’amore a lui come da una cabina di regia, come una dal modo consumato nella bravura ad esprimere vivacità alla parola con un sentimento dissimulato. Lo respinge senza dirgli «Sta bono cazzarola, brutto vecchiaccio di melma!» ma proferendo onore al naso di una bestia che faceva, vicino a lei, poltrellina a terra, porcacchia masticata, decantando olografe, incunaboli e cinquecentine di frasi da gatte cretine. Se si fossero frequentati molto di più chissà se si sarebbero sposati. In un pomeriggio di luminare di lamiere al sole, luccicanti come il mare, quell’aviatore la colpì con lo sputo di uno starnuto e lei gl’impresse le sue impronte digitali con uno schiaffo in piena faccia, dandogli un dolore all’orgoglio micidiale facendolo quasi finire con gli occhi nella calce. Theorèin - Luglio 2006 |