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Il mio paesaggio preferito è cinto in figure di quinte naturali senza urbe invadenti, da contralture di campi adiacenti a zone boschive, in versanti segnati da profondi calanchi, da vette lontane da promontori più alti. Gira intorno al Tarsminass, lago laminare e alluvionale al tempo stesso con formazioni litoranee lunghe e strette, che aumentano d’estensione nei momenti di magra e si riducono impaludandosi quando, per le abbondanti precipitazioni, aumenta l’acqua. Lago soggetto ad evapotraspirazione, favorita da venti non ostacolati da rilievi imponenti, che ha visto come fallimentari i tentativi di adduzione delle acque, deviate da fossi con poche capacità irrigue. Lago d’importanza internazionale, con tre isole che gli rompono la superficie, invasa a riva da vegetazione e canneti, nel fondale da torba, rena e sgrondi vari. Non laghetto d’accumulo acque ma lago, lago che ha il cielo sul colmo degli orizzonti che l’attorniano, coi valichi collinari meno elevati a unire le buche delle strade alla chiostra di alture da cui si affacciano talora boschi di latifoglie e praterie sommitali, posti restituenti conchiglie e testimonianze d’antichi mari. Io ero come un pellegrino che passa da un’edicola all’altra, in un percorso che si snoda attraverso poggi e colline, da cui è possibile abbracciare con lo sguardo tre laghi e promontori vari, macchie di cerri, viali di pioppi, cipressi, querce, castagneti, pianure dei fossi o ruscelli, salici, ontani. Parentesi graffa. Alla carne fresca di certi bar preferivo la gente viva degli ospizi, e mi dicevo che in futuro non sarei stato così. Parentesi quadra. Disinvolto nel distretto socio-politico non parlavo coi baffi di cioccolata in faccia, per non far prova che con tanti soldi non conta la cravatta e mi sforzavo di essere professionale sopra il tombino di una fogna che emanava un odore acre. Parentesi tonda. Non ero stato mai fermato coi migliori morenti incontrati ed invece già accumulavo esperienze di professionalità importante, vivendole con malapena in base all’altalenare degli umori. Della mia vita andata a sgonfie vele e a pieni di benzina, con stile senza decime da levita, mi scompigliavano i rimproveri meno di un tempo. Mi scompigliavano al punto che, anche se improbabilmente chiaro mi sembrava il domani, non vedevo molto buio. Non più oggi, nel mio presente di pellegrino, dicevo mi perplimo. Non ero rimasto incurante dei diverbi con le utenze sedotte e abbandonate che mi si erano affidate, di chi lasciato addietro nonostante le distanze. Nei trivii su cui incentravo il desiderio di trovare l’edicola cercata mi soffermavo. In un freezer adatto nientemeno che allo spreco di non incontrarsi nell’amore in un baleno, non le rivedevo. Me le immaginavo solo criptate, sparute e assaggiate. Amate e deluse non da me solo, pignolo e mariulo, che mettevo tutto in un domopack salva affetto buono. Possibili storie d’amore nel senso più alto della relazione d’aiuto, raramente attuate nelle girate per imparare a donarsi nell’altruismo unico. Ma giustificavo quel mondo coi miei sbagli proverbiali. Ero nel decennio dei miei vent’anni a mantenere una promessa per il bene degli altri, terribile come un gladiatore novellino consapevole di trovarsi in quel ruolo per poco. Ero nel decennio dei miei vent’anni a mantenere una promessa per il bene degli altri, sicuro di essere unico, irripetibile e non rimpiazzabile. Ma sempre più sfinito. Proprio quando nei lasciti d’un numero considerevole di impegni, dopo l’incontrarsi in riunioni strutturate malino, capii che quanti ho ferito nel tanto lavoro con alcune inconcludenze non ho ammazzato con una specie di scontrino, non mi son ritirato dalle scene sconsolato. Nell’esperienza fatta la mia disfatta c’è stata, ma si è poi ritratta. Su spianate d'attriti di vario genere, su angoli smussati con riunioni brevi, su viste di troppe divisioni di ruoli, su tutti gli attrezzi che ho scordato intento a riparare i danni da me commessi, ho progressivamente «tirato i remi in barca» guardando me stesso con misericordia. Sotteso a me stesso, quindi, come in un imprecisato stato di bisogno, aggressivo come il mio riposo sulle sponde del luogo del mio ultimo bivacco o della mia prima partenza dalla chiesa sorta dov’era una “Maestà”, all’incrocio che univa ad una strada tre vie di tre importanti ville, stava ancora come un tempo tutto il mio scenario d’investimento, aperto e desto. Con un pizzico di nostalgia sfavillante, con chili di dubbi a colpo chiuso nell’indifferenza a scoraggiare, il mio scenario d’investimento non era andato via. Non aveva visto andare a farsi friggere tanti buoni propositi, non aveva scoperto false le mie motivazioni anche nella fatica. Ed il fumo dei lavori passati, portati avanti per mesi a prezzo di duri sacrifici non mi aveva visto felicemente svicolare dal disimpegno al bluff per gestire: 1. la pressione delle organizzazioni in me e negli altri affluenti, 2. la difficoltà a spiegare i miei pensieri rinnovativi dal mio passaggio da una routine all’altra. Mi aveva visto con l’anelito di pensieri pii passar di trivii in trivii. Dal chiuso del distretto socio-politico al fuori, in un bel paesaggio libero. Addirittura lontano da quei piccoli centri che seppure malamente espansi e caoticamente trasformati, mantengono nella loro parte storica un’edilizia compatta, un’architettura di valore. Lontanissimo dal continuom edificato che caratterizza molte periferie del capoluogo policentrico in cui non son scomparsi né gli artigiani, né i piccoli mercati. Dopo tanto girare negli informi spazi più alienanti e sciatti, avendo sempre la meglio sulle situazioni più eversive per ineludibili dolori da gestire, attingendo alla remota bellezza presente nel mio tempo, mi son ritrovato come in stand-by, pellegrino con l’epilogo del suo slancio d’amor civico espresso nell’eroismo delle virtù disperse ma non soppresse uscendo dal distretto socio-politico. Felice per il suo maggior danno creato, circoscritto e contenuto. Felice senza alterigie scottanti tra corrotti e corruttori abdicanti gli impiastri. Mi son ritrovato con l’amore da lasciare a chi me lo chiede, anche se quest’ultimo è chiuso in un universo tutto suo che s’alimenta d’idee, coerente con l’incoerenza di me stesso solo a particolari condizioni di ricezione amore, base ferma e sicura in cui gli altri piantano la loro fiducia, solo nella propizia occasione venuta. Mi son ritrovato adeguato alle difficoltà di rintracciare gli avvenimenti che mi hanno portato ad esimermi dall’attivismo più spinto. Impaurito dalle responsabilità implicate nel crescente potere che coinvolge i sentimenti. Incompreso in un bel paesaggio in cui si muove più comodamente possibile persino la mia ricerca di un materiale costitutivo l’edicola volitiva, quella mia preferita. Che non m’aiuta a farsi prendere e che via mi scivola perché è difficoltoso trovarla nella massa. Non ero un ipocrita nel formalismo perbenista, non facevo uso del raggiro del sofisma, non davo prova di una intellettualistica astratta nella direzione d’intenzione. Dall’aperto di un cammino verso l’edicola volitiva, tra preesistenze naturali in cui si palesava l’innesto di così tante vicende umane da far finire l’insediamento sparso (e con esso il sistema della cultura promiscua, delle alberate, dei campi chiusi da siepi), come obliterato, io non mi confondevo con chi, oblato nelle ovazioni, peraltro istigate da chi ama i grandi palazzi, denigrava le piccole case. Mi son ritrovato lontano dalle vie cariche d’irrisi per puro sollazzo che accoglievo nel distretto socio-politico. Mi sono ritrovato decisamente solo. Solo verso l’edicola che via mi scivola perché non inserita nei vari modelli del cosmo fantasticati dai popoli antichi (dai sumero-accadici agli assiro babilonesi, dagli egiziani ai cananeo-palestinesi). Un’edicola non fatta di rocce divinizzate dai pagani, angelicate dai giudei e dagli apocalittici cristiani, sacralizzate dai cananei e personalizzate dalla Bibbia. Un’edicola di pietre scalpellinate e mattoncini rossi, con un’immagine della Sacra Famiglia stinta. I miei itinerari devozionali erano cambiati con lo sviluppo edilizio rivierasco. Avevo percorso con stolsi da claudicante, avvalendomi delle cartine dell’istituto geografico militare, perché prive di quei microtoponimi con l’eziologia degli agiotoponimi mal attestati persino nelle più remote fonti catastali, parecchie viarelle. Con il venir meno della viabilità secondaria, se non addirittura poderale, che ricalca un più fitto reticolo antico, per andare a trovare le edicole volitive mi ero sempre fermato dai preti. Preti importanti per canalizzare le mie smaniose pratiche fideistiche in forme rituali incentrate sulla devozione canalizzabile. Preti che mi avevano trattato come un pellegrino da curare e orientare, rendendosi conto che uscivo da una caduta nell’approssimazione e nel semplicismo, una caduta in cui non sapevo se cercavo nella mia differenza un motivo d’identità per migliorare. Tra di loro si era diffusa la voce che giravo e giravo, che nel distretto socio-politico avevo rischiato, rompendo gli equilibri raggiunti in precedenza nell’anticamera dell’inconcludenza, senza abituarmi ai tempi lunghi della pazienza del nemico dell’antico tentatore, senza contentarmi del sentire che su me c’era una protezione certa, quella di qualcuno che veglia. Non bramavano la silenziosa approvazione di nessuno, quei preti, in certi conventi o monasteri, non disdegnando certo gli eremi. Non anelavano quel poco che resta dopo la privazione di tutte le più facili soluzioni possibili. Mi si donavano portando sollievo al dispiacere mio d’aver ordito dei fatali piani in rivoli civici guastati. Mi volevano bene. Quanto a quello che sapevo di me, senza carichi sporgenti o sussurri a squarciagola, su due prove d’amicizia non superate non v’accedevo ancora allora; che nel casino affettivo del no e del mal dichiarare amore, ero raggrinzito all'arrivo primo, in un lettiga di dolore. Nel rapporto costruito con poco dialogo e confronto l'aggressività di un elefante cresciuto senza adulti era stata la fonte principale di alcuni miei disturbi. Agli amici che intravedevo correzione fraterna lo stesso chiedevo, per il bisogno di un clima affettivo sano nel distretto vuoto di trombette di carta per riannunciare ogni deposizione d’arma. Desiderosa di sacrificio intrepido, la mia incapacità a gestire certi sentimenti, poco intonata ai tempi, proiettando esigenze moriva esule. Proprio interiorizzando ogni comunicato era con paura di non rispettare il passo degli altri che mi faceva vedere incavolato. Come incutere di fretta sbrigata svelta passavo. Ma tra persistenti residui di strenui tentativi di mantenere un atteggiamento di rancore costante era più l’orrore che mi sorbivo che l’errore dell’errante. Ero come implementato su un effetto prospettico non del tutto corretto che m’impediva una presa zenitale nella visione della mia situazione. Lasciai il distretto socio-politico non tanto per gli effetti dello sbaraglio aperto da uno sbaglio, ma per l’essere diventato educativo come un vecchio stanco. Dai panorami visti dalle parrocchie dei preti, dai monti privi dei mezzi per l’energia eolica, ero sempre stato distratto dal mio punto di sosta preferito, una pianura alluvionale che ancor oggi unisce alla terraferma un promontorio calcareo coperto di uliveti. Qui viveva la mia famiglia, qui avevo abitato. Proprio nei pressi del vecchio stradone di Montepulciano, vocabolo Soccorso poi chiamato. Proprio vicino a dove fu edificata, a partire dalle richieste rivolte al Cardinale di Perugia nel 1693, una chiesina. Io ero stato allevato dai miei, a contatto sempre con molta gente. I rapporti si erano mantenuti così buoni che il bene voluto era implicito in ogni litigio. Dalla giovinezza m’ero portato il ricordo di sbalzi d’umore repentini. Per la mia sensibilità quando sbalzavo, trasalivo, sobbalzavo per un grido di qualsiasi adulto che vedevo come riferimento attivo, sapevo d’essere presente in un luogo della mia prima infanzia. Ma dai miei pellegrinaggi da un’edicola all’altra, con la pausa prete compresa, non sfuggivo dal sentirmi vincolato come nella tarda adolescenza, in cui se con orari da tredicenne senza stufarmi stavo più in casa e meglio in famiglia, poi non avevo tanto tempo per girare. Se ogni tanto uscivo come decidevo pur essendo già grande nella vita privata, provata sentendomi sempre al centro di tante attenzioni importanti, poi dovevo riposarmi, ristorarmi, fermarmi. Sempre in luoghi per me affettivamente sani. Quando da piccolo andavo verso una rara testimonianza di foresta planiziale (con la fitta vegetazione di roveri e cerri, intercalata da stagni e brughiere che in primavera si colorano di blu per le infiorescenze dell’erica) per giocare a calcio con gli amichetti, non mi ponevo il problema di trovare l’edicola adatta alla mia spiritualità ma di distinguermi dal gruppo. Figuriamoci se immaginavo di poter essere investito dal suo materiale costitutivo. Ancora non mi chiedevo se era la severità che mi faceva vedere anziani i genitori, se era la dipendenza da loro in vecchiaia a farmi vergognare. Avevo però l’idioma degli scatti di un giorno di nervi, una crisi passata grazie al brutto tempo, il voler fuggire di casa considerato un rimedio solo a tempo bello e definito. Quando non ero all’altezza e mi sentivo sempre tanto amato in famiglia, quando ero presuntuoso e volevo primeggiare non permettendo agli altri un rapporto vero con me, c’era sempre nel mio incedere quell’icona di comodità. Alzandomi senza memoria d’alcun sogno, mai indotto a pensare che dopo la morte e prima della vita c’è una esperienza così, iniziando a badare a come proferir parola, ebbi conferma nel rifiutare un lavoro più sicuro (ma che non mi piaceva) della mia destinazione verso un tale da farmi finire come in quello stand-by che accennai. Dall’immobilità che mi accompagnava nel pellegrinare nostrano, con l’icona della comodità non lontano e il bisogno di un monitoraggio costante a mio vantaggio, potevo dire con orgoglio che il pellegrinaggio verso le edicole, con le comodità sempre testimoniate dal mio punto di sosta preferito e dalla pausa prete, fu interrotto solo quando il materiale costitutivo l’edicola volitiva che preferivo mi investì nella scelta dell’ortodossia che non è mai eresia. Come pellegrino in pellegrinaggio ancora non cercavo quanto evitato nei vecchi molini abbandonati, semidistrutti, in pietra, una volta alimentati dalle acque del fosso chiamato Néstore. Come pellegrino non m’interessavo a fabbriche di fiaschi e damigiane al posto di antiche vetrerie veneziane. Come pellegrino se venivo distratto dalla comodità nella ricerca dell’edicola volitiva non finivo per godere del fitto d’un sottobosco al tramonto, che magari ti invita a raccogliere le numerose russole, in gergo biette. Fui distolto dal mio impegno di ricerca dal venirmi incontro del materiale costitutivo l’edicola volitiva stessa. Non so dire come questo avvenne ma mi son ritrovato con l’abito da chierichetto in una stampella, a dondolare piano piano e scortato. Tra il miracolo e il mistero della liturgia, nel proposito di ben servire ad altre incombenze, modestamente, sono stato visto fermo un momentino dove l’Arcivescovo Metropolita si piega in inchino: come un chierichetto tra il vestibolo e l’altare, alle prese con un campanello a dare un segnale di qualcosa di infinitamente grande; con ampolline, pianeta, piattino, candele, cuscino. Tra scenari d’investimento e trivii la mia edicola volitiva preferita, esistente perché attestata ma forse nascosta perché non ancora trovata, è quella di una sacra famiglia, in cui c’è uno che non mi condanna. È così importante per me avere almeno uno che non mi condanni! Avrà un tetto ricoperto di muschi giallini e ci arriverà la corrente in un lumino, tutto in una evoluzione organica dall’ombra alla luce, dal buono al meglio, dall’umano al divino. Un mazzetto fiorito e fresco tuttora mando nel distretto socio-politico, quando riesco. Visto che la difficoltà a localizzare l’edicola non facilita quest’atto devozionale che il fioraio felicita, grazie a me il colore e il profumo dei fiori va a qualcuno che sta dentro e non fuori. Theorèin - Settembre 2006 |