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C’è un dossier spazzatura che mi spiazza quando dimostro che il peso di ogni mio intervistato più ardito è leggero e inconsistente a seconda del momento astrofisico. Penso all’asteroide che mi ha mancato, passandomi di 600.000 km appena a lato, che invece di fermarmi la voce mi ha fatto pensare al fenomeno tettonico di un improvviso poderoso inabissamento: anche mio, del resto. Anche se le maree frenano la rotazione della terra in rivoluzione e io non conosco ciò che non incide che un minimo sulla mia dizione, non noto che sono accelerato verso il pianeta di 9.8 m/sec ogni secondo. Posso dire della mia gravità terrestre, localmente non annullata, non andando per i campi in campagna, verso il centro del sistema che produce tale campo, nella regione del mio spazio in cui la materia è costantemente accelerata. Ho passato metà gioventù standomene in luoghi ben illuminati ma da muri e infissi delimitati, davanti ad apparati ed apparecchi per trattare svariati tipi di argomenti, desideroso di una donna da amare ma troppo timido e problematico per andarla a cercare. Poi sono diventato famoso fino a ritrovarmi illuminato nei palchi di teatri amatoriali semi professionali. So per certo che in gioventù si fanno degli errori che in vecchiaia tornano amplificati a meno che non si abbiano dei ripari. Tutto il mio miglioramento ebbe inizio quando intervistai una persona che interessava alla figlia di mio cugino che era venuta a passare una piccola vacanza a casa mia. Quel diverso l’aveva conosciuto in una pista da ballo. Era diverso dagli addetti alla pista che ti guardano affaccendati ed era sempre più penultimo. Ma si mostrava signore della sua inettitudine. Quello che diceva protegge l’indifendibile con un potente scudo, che fa stare ogni aggressore nella sua aggressività rinchiuso. Quel diverso è forse un UFO. Ma è meglio che prima di parlarvi di lui mi presenti io. Staso le stasi a dorso di un discorso, salutando le comodità riconosciute. Con il baracchino ad altri radioamatori trasmetto, con una passione così, tanto per fare. I miei detti si conformano pian piano ai suoni presenti in frequenza, prendibili anche come fruscii. Edificano il genere umano a me prossimo, anche se dalla posizione in cui sono non ho un controllo diretto su chi mi può sentire. Con tutti i sensi all’erta, tutti tesi a captare una vita da epiteto che trasmette in un tip tap, in un battito di denti, come morse, con la corrente attaccata, il mio nome in codice è Francescotch. Ho avuto sempre un’indole scocciante. Da trasmettitore sono passato dal chiedere informazioni sulla mia voce che giunge al parlare agli altri degli altri. Senza preoccuparmi del segnale o dei disturbi di quando arrivo fuori dall’altoparlante. Parlo delle persone che mi colpiscono; delle persone che mi piacciono. Pur non incantando le folle e non seducendo nessuno mi accaparro inviti in continuazione che eludo; inviti per trasmissioni tutte segnate nel registro delle comunicazioni effettuate. Le persone che mi colpiscono, di cui parlo, sono veramente significative. Piacciono anche agli altri. L’importanza delle loro parole tra la posizione dello squelch, la manopola che controlla l’intensità del fruscio che fa da sottofondo a molte conversazioni radioamatoriali, non so se è pari a quella di quelle parole scritte su pietra, se non è minore di quelle registrate su nastro (magari con un detto a puntate, a rate capite o sopite). Tante parole senza fruscii, che si potrebbero addirittura rinviare in via semaforica, od elettronica, che non si possono ritrascrivere su acqua altrimenti fanno una finaccia, hanno un effetto consolatorio su chi le riceve. Le onde radio in cui le emetto sono più lunghe di quelle della luce e le persone che parlano sono belle visto che attraggono l’attenzione di tanta gente. Inchinarsi per non declinare ancor più è per me, quando riesco ad allontanarmi dalla stazione radio, come fare buon viso a cattivo gioco. Starei sempre ad aggiornare il mio dossier spazzatura con il repertorio della gente intervistata ben annotato. Poi dico «passo». Potrei sembrare un sereno e tranquillo radioamatore, ed infatti è così. C’è nella mia andatura qualcosa che imprime nel mio dire una forza statica. Poi dico «chiudo». In gioventù feci l’errore di appassionarmi al parlare con dei codici, con una distanza fisica dall’altro, per due principali paure: interloquire prontamente al meglio, essere accettato per la mia corporeità. Fu grazie ai familiari, agli amici e ai conoscenti se riuscii a non isolarmi tra i renitenti a concedersi agli eventi. Sono passato dal radiotrasmettitore a mattoncino, portatile, alla stazione vera e propria, velocemente. Ho preso il patentino quasi subito, potendo trasmettere e ricevere all’interno del pianeta Terra. Ma ho dovuto per forza staccarmi dai codici e parlare delle persone per sfuggire da un circolo vizioso che include solo pochi addetti ad un certo tipo di comunicazione. Pur parlando come un martelletto ho fatto spazio al parlare altrui più che al mio. Come con la voce modulata ho intessuto quelle relazioni cariche d’intensità nei momenti di criticità, rispondendo al troppo fruscio con una girata di manopola brusstärr, è per me un grande mistero. Quando questo avvenne feci una gran festa, immaginando il giorno in cui sarei riuscito a farlo con una persona in diretta. Lo vidi come un segnale di miglioramento. Leggo tuttora i fatti davanti a me come nipote di un nonno che c’è, non come uno che non si relaziona con i suoi avi. Della mia saggia importanza, da uomo così, s’accorsero tutti ma dopo, molto dopo. Solo quando dimostrai di non preoccuparmi più di come arrivava la mia voce vista la foga con cui volevo parlare delle belle persone. Incurante del fatto che nelle trasmissioni non rendevo al meglio avevo conferma del mio progresso solo quando non lasciavo il ricordo della mia interferenza ma la presenza della persona bella. Ero il paradosso di un radioamatore eterodosso. La figlia di mio cugino mi capitò a casa vicino proprio nel periodo della svolta. Quel diverso che le interessava, da me intervistato per farla felice, sempre più penultimo e forse UFO, quello che protegge l’indifendibile con un potente scudo perché sa trovare una scusa, una giustificazione, ad ogni litigiosità senza speranza d’accordo e di comprensione, si chiama come me: Francescotch. Insolito vero? Ogni aggressore che s’interpone a lui si ritrova interpellato con se stesso perché lui usa un linguaggio che dà sempre l’indicazione giusta come il sibilo d’una frusta. Quando ebbi modo di intervistarlo, ai bordi di una pista dove giovani donne sceglievano l’uomo a cui concedersi per un ballo, lui era sempre superato da un altro ragazzo. Era superato perché s’intratteneva in confidenze con gli ultimi scartati dalle donne per motivi di attrazione da bei fusti. Squattrinato offriva a quelli ancor più poveri un gelato per alzargli un tantino la chance addicente allo status. Era penultimo in seguito a schiaccianti approcci a carattere istrionico. Non amava dichiararsi, aspettava sempre il verificarsi degli eventi unitamente all'ingenuità che gli creava problemi. Ma con le donne qualcosina combinava. Diceva di affezionarsi più agli amori vissuti intensamente e che alcune persone si accorgevano di lui quando non voleva più esserci. Certi aspetti del suo modo di vedere lo facevano paragonare ad un disco incantato, che torna su di un punto e ripete una parte. Era innamorato delle amicizie capaci d’attrarlo, la bellezza da lui cercata portava alla gentilezza, lo seduceva la grazia. Più delle vesti cercava sguardi puliti e non era abituato alle brutte respinte. Un brutto lo allontanava e lo faceva sentire misero, ma lo salvava dall'orrore. Come i ragazzi che gli impedivano di essere scelto per ballare vedeva le possibilità di muoversi in quella pista dai risvolti sentimentali con un presentimento. Un presentimento di gravità alla sua portata: “Sta a vedere che quando riesco a mettere il piede in pista poi non sono più capace di stringere una donna con un tocco di passione” diceva tra se e se. Gli addetti della pista, affaccendati, per non influire sul peso della vita bloccata tipica di quel gruppo di ultimi, vivevano la loro vicenda al round del sound senza denigrarli. Ma la loro attenzione era sempre pronta a fissarsi su di lui, il penultimo, perché quel suo modo di comportarsi destava una curiosità che attirava gli sguardi delle donne. Quando l’intervistai dapprima non riuscii ad entrare in una speciale sintonia con lui. Più innalzavo il tono della conversazione, ricamando i discorsi e richiamandomi ai pensieri dei personaggi illustri, più s’addentrava nella polpa d’ogni senso di colpa dando fiato alla sua voce brontolata che certo per saggezza non era adeguata alla sua rinomata fama. Quando parlava poco era solo per stimolare in me una qualsiasi domanda, per vedere da parte mia l’attenzione. Dicevo cose così ineccepibili e non retoriche che la comunicazione durava e sembrava spontanea, ma non lo era. Alla frizione del mio pensiero di fronte a ridirgli la sintesi di testi di alto profilo trattanti temi radicali, in un tilt d’ascolto, curvato verso una bassa ostruzione, lui si dava a non dire altro che frasi con parole col solo significato di appoggiare il parlato, quasi a dimostrare di non possedere parole giuste per altro. A me che ero partito impostando frasi diverse (semplici e dirette, talmente retoriche da aprire un ventaglio di liberissime riflessioni) lui mi zittiva con un apparato di parole intricate, in versi incomprensibili, con ardue arguzie sciocche e banali, d’incompetenze non camuffabili. A me che ero un patito nel voler combattere il letteralismo di chi ascolta una parola e la riconosce come gli pare, fermandosi al senso minimo per adeguarsi il profilo, lui fece cadere le braccia senza però deludermi. Mi fece vedere delle beghe smentite ciò che non ravviva alcun compiacimento. Mi spiazzò con un gergo ambiguo d’appiccicaticci di frasi, in cui la credula dedizione significata da lui che non m’offese l’interiorità, libera e donata, mi fece bene. Fece di me, ascoltatore sensibile, un individuo che s’appresta a ridere. Dietro all’accuratezza trascurabile della sua apparenza, paradossalmente onomatopeica, lui riuscì ad eccellere nel farmi capire quello che della mia seriosità era la quintessenza. Scalzata la parola che equivale ad una frase intera mi s’impose come con una specie di ricatto infantile: «o stai al codice di come parlo io o con il tuo hai con me tutto quel che vuoi ma non il mio». Tra passo e chiudo, anche se non m’ero realmente chiuso, vedevo con lui sparire il mio trapasso buio. Vedevo tutti gli svariati codici appresi per non sostenere conversazioni pesanti sbeffeggiati con modi eleganti. Sentivo che lui, nel dossier spazzatura m’avrebbe fatto fare gran bella figura. La gioia della figlia di mio cugino quando ascoltò la trasmissione che avevo condotto io si spense perché ai suoi occhi lui aveva parlato da demente. La sua gioia si spense ma le orecchie avevano dato da rimuginare alla mente tante parole interessanti non dette. Ed infatti l’interesse di lei per lui si riaccese. Di li a poco lei si sentì compartecipe, assunse il gravissimo compito educativo di coonestarsi a lui con un vincolo. Lei iniziò a tampinarlo, a scrivergli, a cercarlo. Riguardo ai miei modi di aprire e chiudere le trasmissioni dopo aver incontrato Francescotch tutti notarono la fine di una crisi. Smisi di usare i codici per non essere logorroici e in un settore innovativo nel campo editoriale presentai in bassa tiratura i volumi del mio dossier spazzatura, finiti e confezionati, con una buona qualità di interviste. Mandai in giro per le emittenti radiofoniche i nastri con le mie migliori performance ma non mi piacque quello che mi fu proposto e la cassetta delle performance fu allegata ad un singolo volume in bassa tiratura. Un organizzatore di congressi mi volle per fare il moderatore in una iniziativa per autori esordienti in cui il mio volume andò esaurito e fu inserito in un bel catalogo. Ma la cosa che più mi colpì fu che come dall’unione di due o più lettere si ottiene la parola, così dall’unione di due o più accenti ritmici ottenni la misura, la battuta con cui facevo ridere. Alle mie battute si rideva ad intervalli regolari, con determinati numeri di accenti. Si rideva a tempo con dei valori frazionati che segnavano anche una durata. Le risate a suono lungo davano calma e stabilità, le risate a suono breve davano un effetto di agitazione e di moto. Agivo prevedendo la vocale prevalente nel coro del pubblico ridente. Componevo destrezze e prodezze composte, anche se dalla contentezza con cui battevo i denti sbagliavo i tempi, disfando un ritmo mantenuto rarefatto ed evanescente, dal suono sgargiante di aruspici auguri raccontanti l'invisibile. Non dicevo frasi tipo: «ciao Ambrogio. Ciao. Viva il dimetro giambico, i recitativi da intercalare ai versetti senza vocalizzi, quando si canta stando zitti. Io criptico coatto, a bella posta di qualcuno, captato da un copto che cooptò, ho scotto nel cosmo un piatto». Davo spunti a tutti quei glottologi che non san dire l’origine dell’idioma d’un oreopiteco arrivato tardi all’astroporto, palesavo loro l’imbarazzo davanti agli errori di obbedire alla scienza della punteggiatura, che restituendo in modo più articolato un versetto non indicavano che un vezzo, un pardon, per lo scherzetto. Quel diverso, quel Francescotch mio omonimo, non fu mai etichettato come UFO per mancanza di prove certe. Con la discrezione tipica della maggior parte degli extraterrestri lui risultava sempre ben identificabile come essere umano. A sostegno delle prove a rafforzare i sospetti che la sua grandezza non era data solo dall’esperienza umana la registrazione della mia conversazione con lui, l’unica da lui rilasciata, l’unica concessa e autenticata, fu duplicata e duplicata. Ad ogni passaggio da nastro a nastro perdeva sempre più un significato univoco, qualsiasi ascoltatore che provava ad interpretarle si ritrovava poi ad enunciare una cosa per l’altra. Quando prevaleva la paratassi all’interno del mio periodo, evocativo, corretto, assestato, scevro da scemate in schema, l’immagine mia non suppliva alle quinte e ai fondali mancanti. Non raggiungeva la funzionalità che modifica i caratteri portati fino a cellulari sui muri pubblicizzati con i vocaboli arabi. All’immagine mia di moderatore non si accompagnava la musica da violino nel violoncello, come sviolinata (da viola violata), anche improvvisata; ma il silenzio. Ero forte perché avevo impresso nel dittico che imprime, che va verso una forma comunicativa multimediale, con il testo al momento o a piacimento (parlato, mostrato, trasmesso), anni ed anni d’esperienza davanti al microfono. Come una sillaba è composta da più lettere e un accento è composto da più suoni, per non iniziare a parlare solo con parole piane o sdrucciole, in modo che tra accenti forti e deboli si innescassero ritmi o tempi (binari, ternari, quaternari) mi vidi costretto ad appuntarmi tutto in un modo musicabile a pezzetto perfezionato senza solfeggio. Nelle mie esibizioni di moderatore mai accadde che fischiarono oltre al pubblico addirittura i supporti e ricevetti sempre il battito delle mani amiche. Esprimendomi con strumenti scarsi di complimenti, amati allo stato impuro, spiati nei vizi del suono (seviziato in tunnel di collaudo dinamico per far entrare altri suoni in un bemolle o in un re troppo pieno di sé) mi adattai alla equilibratura e convergenza del mio spassarmi e schiudermi addirittura in conferenza. In ogni orpello attaccato io staccai per la pronuncia il fiato. Quando m’accorsi che piccoli segni neri, su superficie coperta di indiscreti scarti di certi suoni (raggruppati in convenzioni, le note, che assumono e licenziano significati), non erano altro che piccole zecche che vanno a confondere il lettore di spartiti musicali più scarso (partito e tornato; come me alle prese con lo spartito stornato), non ero più solo davanti alla mia stazione e venivo aiutato e consigliato dove risultavo imbranato. Avevo un pubblico che mi adorava per come il ridere lo gustava. Apparentemente sembravo a tutti un comico, uno che da omero a vomero interiorizza Omero, ma in realtà assaggiavo del saggio che non scrissi al seggio un cabaret che si chiama così, un qualcosa di adatto e congeniale a me. Il mio successo era il frutto delle esasperazioni di taluni aspetti della mia personalità? Era permeata da grande umorismo, con forte tendenza all'ironia ed al pensiero divergente? Era affiancata ad una grande sensibilità e profondità di sentimento? Come radioamatore riuscivo a star serio solo quando sentivo dire di disastri e di lavori di salvezza. Recitando in un tumulo smilzo, a misura del mio corpo, non mi riconoscevo che in un’epigrafe da piantagione d’asparagi: coi suoi più vivi scorci, amari. Ero all’apice del successo col presentimento di un’inquietudine dentro, con la certezza che questi miei spettacolini stavano creando problemi non facilmente visibili. Un grigio agricoltore, più UFO di Francescotch sicuramente, una sera mi colpì. Stavo concludendo il mio spettacolo quando notai lui che stava come a riconoscermi la statura calcolando, dalla voce, la dimensione della mia cassa toracica in espirazione e batteva le mani dalla platea. Parlando di tutto per nascondere i pensieri, nei traumi che non mi ricordavo sotto ipnosi regressiva mai fatta ieri, non mi scoprivo dell’ufo rapito un amicizia ripresa in segreto, lodata in palese. Non lo riconoscevo e sentivo che lui mi conosceva, la strana relazione tra il divo e il fan mi prendeva. Usavo tutti i documenti scomodi, di molti popoli delle galassie intravisti da ipotesi non palesemente assurde, per far sbilicare dal ridere l’intero pubblico, sganasciato dalle risate grazie al mio modo di leggerle. Come le sagre scritture venivano lette insieme ai tratti più esilaranti di quanto detenevo nel dossier, mentre presentavo sempre le persone intervistate come pareva a me, lui mischiava i frammenti di un insegnamento a me sconosciuto con quanto enunciavo io, intromettendosi nel monologo mio. Contribuiva al pieno di consensi e di belle figure per lo spettacolo senza che nessuno si accorgesse di lui. Non avrei mai detto che da quel giorno fui messo sotto dalle forze dell’ordine locali perché mi stavo rendendo sovversivo rispetto al potere costituito, perché mi mettevo a stuzzicare personalità discrete che non interagivano più di tanto e tiravano a campare. Gli attestati di stima ricevuti dai più esperti ufologi del paesino per il merito mio nello scenario della comunicazione interplanetaria mi valsero un ruolo ancor più incomodo. Quando abbandonai il palco indirizzandomi verso un lavoro che valeva l’altro entrai svelto in strada e costrinsi a reazione un finto audace in moto che lampeggiava. Senza piani insulti di due sillabe o sdruccioli di tre, persi per un attimo il controllo. Il motociclista ricambiò la paura avuta grazie a me con un farsi assai vicino mentre in velocità reciproca andavamo. Il suo farsi assai vicino, puerile di stile, cretino, lo spinse tanto avanti a velocità allarmante da non darmi il tempo di avvisare con il baracchino un camionista che sopraggiungeva e che distrusse a quel tonto: la moto, il casco ma non la vita e la visiera. Per me che non modificavo il marmo e che modificavo il cibo, all’intuizione che al modificare il divino è ovvio il destino, ci fu una folgorazione. In un’onda sonora avevo fatto sì giungere la mia voce in maniera non arcaica, senza far la voce grossa per non far vedere quanto ero piccolo, ma quel motociclista lo conoscevo: era Francescotch, l’interesse della figlia di mio cugino. Frugando nei suoi documenti per telefonare ai suoi parenti mi accorsi che aveva documenti quasi identici ai miei. Anche se fisicamente non ci assomigliavamo lui stava come prendendo le mie sembianze ed io i suoi poteri. Nella difficoltà di capire dove saremmo andati a parare se non si sarebbe arrestato l’effetto di quel nostro lontano primo incontro chiamai subito al telefono la figlia di mio cugino, preparandola un po’ alla stranezza verificatasi per non farle prendere un colpo. Lei arrivò che lui già stava meglio ma non rimase sconvolta da noi, scambiò me per lui e lui per me. Non l’offesi chiedendole di fare la valletta, di passarmi il dossier in diretta mostrando quasi tutto il suo derma, ma feci per la prima volta l’esperienza che vale la diretta di quel che vuol dire essere extraterrestri oggi. Tutt’ora, quando vado contento per la mia vita irripetibile, robusto come quei rotoli tessuti a mano (in canapa o cotone grosso) più da coperta che da lenzuolo, col canestro pieno di susine essiccate a guisa di testa di Klingon, non posso non pensare alle esche rodenticide collocate in fognatura dal servizio derattizzazione. Quegli umani che vanno in giro liberi coltivando una extraterrofobia latente se non vedono non avvelenano, se non sentono non temono: dominano gli animali e basta. Theorèin - Ottobre 2006 |