La finale di Marco è andata inspiegabilmente perduta. E' mai possibile che l'antica Chiesa, così accorta nel conservare i testi sacri, abbia potuto alterare la fine di quello che è il più antico dei Vangeli greci? Non può essere che il Vangelo di Mc terminasse realmente così come è giunto a noi, esclusa l'appendice o finale lunga, e che quindi lo stesso evangelista o qualcuno su suo mandato abbia aggiunto l'attuale finale, ampliando o modificando il testo preesistente ? Del resto, se autorevoli mss, come il sinaitico o il vaticano ancora nel IV sec., espungevano l'attuale fine, è evidente che essa, per avere la possibilità d'imporsi ai primordi del Cristianesimo (ed è lo Swete che l'attribuisce sicuramente alla prima generazione cristiana), dovette necessariamente uscire da una penna autorevole. Questa autorevolezza però dovette anche essere in qualche modo bilanciata da qualche elemento che fece poi mettere in discussione, dalle generazioni successive, l'attuale fine del Vangelo, detta "lunga". Questo elemento è senz'altro lo stile, completamente diverso da quello di Mc. Esso è infatti più simile a quello di Lc, mentre l'inserzione occasionale in alcuni mss del versetto 15b, apocrifo, gli dà un sapore giovanneo.
Le caratteristiche lucane si rintracciano qua e là. L'unione del mandato missionario e dell'Ascensione ai fatti della Resurrezione (vv. 15-19) è tipico di Lc (24, 36-51). L'uso del termine "Signore" (Kyrios) riferito a Gesù è tipico di Lc. L'espressione "fu assunto in cielo" ( anelemfthe eis tòn ouranòn) è analoga a quella di Lc 24, 50-51, di At 1,9 ed è identica ad At 1,2 (anelemfthe). Il finale sintetico, che rimanda ad integrazioni (v. 20) riecheggia Lc 24, 52-53. Infine è di Lc la tecnica dei bozzetti (vv. 9-11, 12-13, 14). Ma ci sono indizi contro la paternità lucana della finale? Il toco di dolcezza che Lc fa passare nella narrazione del cosiddetto kérygma è abbandonato. Sono in risalto l'incredulità dei discepoli (vv. 11, 13, 14) e l'aspro rimprovero di Gesù (v. 14). Sembra quasi che l'autore voglia evidenziare che queste apparizioni erano "sprecate", per l'incredulità dei discepoli. Gesù non le avrebbe dovute concedere, ma lo fece per lo scetticismo dei suoi. Ma più lo fa, più questi recalcitrano. E' una prospettiva narrativa propria di Mt e Mc. Lc poteva farla sua ? Si, se la "finale" fosse stata la sua prima opera, e quindi la meno personale e matura. Inoltre, il mandato missionario è simile a quello di Mt 28, 19a. Si aggiunga che lo sviluppo dato all'argomento, che non ha paralleli in Lc, sembra ampliare la traccia missionaria di questi e di Mt, riprendendo elementi comuni a tutti i sinottici (Mc 3, 14-15, Lc 9, 1, Mt 10, 1) ma anche agli At (28, 3-6) e persino a Paolo (Col 1, 23, 1Tm 4, 14). Queste cose dimostrano che nulla si oppone alla paternità lucana della finale, ma anche che non vi sono prove incontrovertibili.
Formulo allora un'ipotesi: che l'autore della finale sia lo stesso Mc che, avendo migliorato il suo stile, ha conservato la sua impostazione storico-teologica, evidenziando l'incredulità degli apostoli, ma sentendo il bisogno di narrare le prove della Resurrezione. Come Mt, Mc in origine non riportò un racconto delle visioni, perchè la vita di Gesù finiva con la Resurrezione. Per credere, bastavano le parole dell'angelo e le profezie - così adempiutesi - dello stesso Cristo sul suo risveglio dalla morte. In un secondo tempo, forse influenzato da Lc, Mc credette di dover aggiungere racconti probanti, magari per un pubblico sempre più vasto, e sempre meno in condizione di attingerne la narrazione dai testimoni oculari, che andavano via via scomparendo (Mc, potrebbe aver fatto ciò solo dal 60-70) o semplicemente erano troppo lontani. Tuttavia egli non avrebbe rinunciato alla sua vecchia formazione teologica, usandola in contrappeso alla linea narrativa di Lc. Andremo aggiungendo altre considerazioni nella trattazione.
In ogni caso, la finale lunga tradisce il bisogno d'integrare il vangelo con altri testi sulle apparizioni del Risorto, in quanto Mc nella versione senza finale non ne ricordava alcuna, o se ne ricordava esse erano presumibilmente conformi a quelle tutt'ora ricordate dal finale, in quanto non avrebbe avuto senso aggiungere un'appendice di apparizioni di Cristo escludendo proprio quelle già menzionate nel testo da allargare. Lo scopo avrebbe dovuto essere aggiungere un pò di documentazione. Essendo evidente lo stile lucano ed essendo ricordato l'episodio dell'apparizione alla Maddalena, menzionato dal solo Gv, ci troviamo dinanzi ad un brano che testimonia ancora una volta la stretta comunicazione tra i vangeli e le tradizioni catechetiche orali che l'accompagnavano. Diciamo pure che questo brano suppone un'unica tradizione catechetica, in quanto porta in appendice a Mc un'apparizione di Gv, una di Lc e una comune ad entrambi gli evangelisti. Se a questo aggiungiamo che l'apparizione agli XI comune a Lc e a Gv è supposta in Mt, l'incastro è completato. Sicuramente prima della redazione del Vangelo di Giovanni, in quanto dopo sarebbe stato troppo tardi per tentare di modificare un testo antico come quello di Mc (tanto più che esso, non riportando apparizione alcuna, era quello che meno di tutti esigeva armonizzazioni), uno scriba cristiano volle addurre come prove della Resurrezione tre apparizioni forse già in parte narrate da Lc, a prova così della loro universale accettazione. Inoltre, scrivendo sommariamente dell'apparizione alla Maddalena, ne attestò l'autenticità, con una testimonianza probabilmente più antica di quella di Gv. Se questa aggiunta è anteriore anche al vangelo di Lc - cosa che metterebbe però ulteriormente in forse la paternità lucana della finale lunga – un’ipotesi sulla sua origine potrebbe essere quella di un'integrazione con Mt
Infatti, puntualizzando che Gesù risuscitò il primo giorno dopo il sabato, la finale viene ad essere il primo brano evangelico dove si menziona esplicitamente nel corso della narrazione la Resurrezione, integrando così pure Mt. Poi l'anonimo autore aggiunge (v.9): “apparve prima a Maria di Magdala (efáne proton María te Magdalene)”. Perchè ci tiene tanto ad evidenziare che la prima apparizione fu quella alla Maddalena? Se l'autore avesse conosciuto solo le visioni che stava per narrare, questa puntualizzazione non avrebbe avuto senso. Invece, se conosceva altre apparizioni, che potessero essere considerate anteriori a quelle alla Maddalena, aveva un gran motivo per scrivere quel prima. Lo scriba aggiunge poi l'apparizione ai discepoli di Emmaus, specificando che essa avvenne poi (metà dè taûta, v. 12). Questo poi è problematico, in quanto sembra negare che tra la visione della Maddalena e quella dei Due di Emmaus ce ne siano state altre. Ora, noi sappiamo che non è vero, in quanto la più antica testimonianza di Mt ci attesta l'apparizione alle Donne, per non parlare di quella a Pietro, che già Paolo aveva ricordato nella I Lettera ai Corinzi, scritta tra il 54 e il 57. Forse che questo "poi" dimostra che l'autore della finale non conosceva l'apparizione alle Donne? Una risposta diretta non c'è, ma le connessioni tra la finale lunga, Lc, Gv e Mc ci spinge a scartare quest'ipotesi, perchè per essa l'autore dell'appendice marciana avrebbe conosciuto tutti i vangeli tranne Mt. Dunque quel "poi" vuol dire qualcos'altro. Potrebbe indicare la successione delle apparizioni secondo un criterio. E quale potrebbe essere, se non che sono tutte accompagnate dall'incredulità degli Apostoli ? Le apparizioni si disporrebbero come un climax: prima ad una donna, poi a due discepoli, poi agli XI. Una doppia gerarchia: numerica (1, 2, 12) e socio-religiosa (una discepola, dei discepoli, i capi). Ma purtroppo anche alla visione delle Donne gli XI non credettero, e neanche evidentemente a quella a Pietro, ed esse non sono riportate. L'ipotesi è dunque da scartare.
E se invece la finale lunga avesse voluto integrare le apparizioni di Lc allungando Mc? Dopo la pubblicazione di Mc, Lc pubblicò il suo vangelo, in cui riportò due visioni importanti del Risorto. Queste due apparizioni (ai Discepoli di Emmaus e agli XI) potevano sembrare in contrasto con l'unica apparizione ricordata da Mc (alla Maddalena), ammesso che questi ne ricordasse alcuna. Cosicchè l'autore della "finale lunga" avrebbe voluto ristabilire le priorità tra le apparizioni marciane e quelle lucane (da qui l'uso del "prima" e del "poi"). Questa ipotesi, oltre a dipendere categoricamente dal presupposto che Mc ricordasse l'apparizione alla Maddalena, necessita di un ulteriore forzatura: cioè che l'apparizione alle Donne secondo Mt fosse data per acquisita nella catechesi orale o dal pubblico, ossia in quest’ultimo caso che necessariamente Mt sia stato posteriore a Mc. Questo è il punto debole di questa ipotesi, in quanto la logica avrebbe voluto che in ogni caso, in una concordanza delle apparizioni, questa importante visione non fosse esclusa. Qualsiasi tentativo di spiegare questa incongruenza è puramente speculativo, tanto più che ad aggravare il tutto c'è il fatto che un autore che volesse concordare Lc e Mc avrebbe dovuto tener conto del fatto che Lc non avesse descritto l'apparizione alle Donne, pur dilungandosi sulle vicende che le avevano viste protagoniste. Viene alla mente allora un terzo criterio: l'autore della "finale lunga" voleva semplicemente raccontare apparizioni "supplementari" al Vangelo di Mc, senza mettersi in relazione con nessun vangelo. Questa ipotesi ci fa datare la "finale lunga" liberamente sia prima che dopo il Vangelo di Lc. Evidentemente l'autore della "finale" attingeva alla tradizione orale con libertà, e citava apparizioni che gli sembravano significative. La scelta della une o delle altre conta poco. L'omissione della fine delle vicende delle Donne al Sepolcro può essere però giustificata sempre solo dal fatto che forse il vangelo di Mt era stato appena tradotto e diffuso in greco - per cui la finale sarebbe composta nel 60-70 - così da rendere superfluo qualsiasi prosecuzione del racconto marciano negli stessi termini di Mt.
Altra spiegazione sarebbe che la "finale" si concepì, all'inizio, come una appendice separata, congiunta al testo per mera convenzione, e quindi slegata anche e soprattutto da Mt e Lc. Inoltre, se immaginiamo che la finale sia stata composta per completare Lc, non possiamo più tenere questo per autore. Però se immaginiamo che volesse porsi in modo libero rispetto ad entrambi, possiamo ancora ritenere che sia di Lc? Non sappiamo. Allo stato attuale del discorso abbiamo tuttavia questi punti fermi:
1. La "finale lunga" di Mc dimostra che il pubblico e i collaboratori dell'Evangelista conoscevano le stesse apparizioni che erano note al pubblico e ai collaboratori di Lc e Gv.
2. La stretta dipendenza di Mc 16, 1-8, da Mt 28, 1-8 suppone che l'autore della finale conoscesse anche Mt 28, 8-10. Abbiamo così un diatessaron ante litteram, che unisce le quattro tradizioni evangeliche sulla Resurrezione.
3. E' impensabile che la finale sia stata aggiunta più tardi dell'80-90, in quanto all'epoca dovevano essere già morti coloro che avevano l'autorevolezza per aggiustare una testimonianza apostolica.
4. Non è credibile che la finale sia stata redatta prima addirittura del 60-70, in quanto suppone una maggiore evoluzione teologico-storica come risposta ai bisogni del pubblico che non possono essere insorti subito nei lettori di Mc.
5. Dalla tripla testimonianza della finale e di Lc e di Gv, le apparizioni narrate in comune acquistano ancora più autorevolezza storica.
6. L'apparizione alla Maddalena risulta, paradossalmente, credibile perchè nessuno l'avrebbe inventata, considerando che la protagonista è una da cui uscirono sette demoni.
7. L'apparizione ai XII è verosimile non solo perchè essi non avevano creduto alla Resurrezione, ma perchè non sono possibili suggestioni collettive in gruppi così ampi.
8. Dalla credibilità delle due apparizioni precedenti ne deriva quella della visione di Emmaus. Se, psicologicamente, in due si può essere suggestionati, le modalità della visione, peripatetica e caratterizzata da un mancato riconoscimento, nonchè dalla cessazione al momento del riconoscimento stesso, mostra che la matrice non può essere psicopatica.
Aggiungiamo che tra i vv. 14 e 15 c'è soluzione di continuità, in quanto l'espressione "e Gesù disse loro" ( kaì eîpen autoîs) non ha collocazione cronologica nè spaziale. L'unione ai fatti pasquali è fittizia, stilistica, sulla falsariga di Lc. Probabilmente Gesù disse quelle cose nelle apparizioni galilaiche. Le parole dei vv. 17-18 non sono un copiato degli At, ma una testionianza dei prodigi della Chiesa primitiva. La stessa continuità fittizia è tra i discorsi e l'Ascensione, quando si legge "dopo aver parlato con loro.."(metà tò lalesai), che significa evidentemente "quando terminò il periodo dei discorsi..", come suggerisce quell'infinito aoristo sostantivato (v.19).
Abbiamo quindi una ricca documentazione nella finale, indipendentemente da chi l'abbia scritta. Una eventuale paternità marciana giustificherebbe la cernita degli avvenimenti. Per esempio giustificherebbe la menzione della visione della Maddalena, perchè Mc l'aveva appresa dalla bocca di Pietro, alle cui vicende era legata - come dimostra Gv - ma anche l'omissione esplicita del ruolo del Principe degli Apostoli sia in essa che nella apparizione che lo vide protagonista, per rispettarne l'umiltà (Mc non narra per esempio l'episodio del primato e entra in dettagli umilianti nel racconto del Rinnegamento del venerdi santo). Mc inoltre, avendo concepito la finale come un'appendice con cui svolgere essenzialmente una funzione pratica, potè aggiungerla con soluzione di continuità, anche se lui era l'unico che avrebbe potuto fonderla organicamente col testo, per la sua autorità di autore (e questo è un fatto che obiettivamente può far dubitare della paternità marciana). Mc avrebbe poi potuto omettere l'apparizione alle Pie donne, narrata da Mt, e quella a Tommaso, appendice a quella agli XI, e forse troppo scandalosa per il gruppo dirigente della Chiesa primitiva. Infine, pur arrivando fino all'Ascensione, il racconto omette le visioni dei quaranta giorni degli At, ma si dilunga sul mandato missionario, presentando la missione apostolica come prosecuzione di quella di Gesù. A conti fatti, mi sembra proprio che la paternità marciana della finale sia la più credibilie.
Una menzione a parte merita la "finale breve", riportata da due mss (i codici onciali L dell'VIII sec. di Parigi e ? dei secc. VIII-IX del Monte Athos e qualche altro minore): "Esse raccontarono in breve ai compagni e a Pietro ciò che era stato loro annunziato. In seguito Gesù stesso fece portare da loro, dall'Oriente fino all'Occidente, il messaggio sacro e incorruttibile della salvezza eterna" ( pánta dè parenghélmena toîs perì tòn Pétron súntomos exengheilan. Metà dè taûta kaì autós ho Iesoûs [efáne] apó anatoles kaì ákri dúseos exapésteilen di'auton tò ierón kaì áftharton kerugma tes aiovíou soterías). Questa finale è riportata assieme alla lunga da quattro mss. Uno, completamente a vanvera, lo mette dopo 16, 20. E' forse la più antica ? L'arcaicità dei concetti depone a favore, ma la scarsa tradizione paleografica no, anche perche già nella primissima antichità cristiana essa sarebbe stata rimpiazzata. Il riferimento a Pietro fa da pendant ai riferimenti marciani analoghi nei racconti della Resurrezione - parole dell'angelo - e dell'Agonia - parole di Gesù - ma non basta per l'autenticità. La finale fa riferimento al termine del vangelo di Mt, completando i fatti delle donne con un accenno al loro resoconto agli XI. Ma mi sembra evidente che tra il v. 8 e il v. in questione, se mai furono uniti, c'era qualcosa in più, forse la menzione dell'apparizione alle Donne. Dobbiamo ipotizzarla, se vogliamo fare della finale breve la vera antica fine del Vangelo di Mc. Ma l'assoluta mancanza di testimonianze in merito potrebbe farci concludere che la finale breve è spuria. Non si capirebbe infatti perchè, sostituita dalla lunga, in questa non confluissero le notizie che riportava.