LA RESURREZIONE DI CRISTO
NEI RACCONTI DEI QUATTRO VANGELI:
APPUNTI DI ANALISI STORICO-FILOLOGICA

II EDIZIONE 2005

A cura di: Vito Sibilio
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Capitolo 04

LA RESURREZIONE SECONDO LUCA

Scritto da Luca (probabile abbreviazione di Luciano o Lucano, nome latino), uomo di cultura greca, discepolo di Paolo, nato pagano ad Antiochia, forse liberto di Teofilo - a cui dedica lo scritto - medico di professione, il terzo Vangelo è in realtà il primo di due libri in cui si raccontano le vicende del cristianesimo primitivo, dominate dalle figure di Gesù, di Pietro e di Paolo. Il secondo libro è quello degli Atti degli Apostoli. Elegante e raffinato, lo stile dell'opera si adatta con finezza ai temi narrati, echeggiando ora il greco semitizzante della LXX, ora la scrittura dei commentari tipo l'Anabasi di Senofonte, ora la fluente prosa di Tucidide. Il materiale è desunto con scrupolo da fonti vagliate accuratamente: i testimoni oculari (probabilmente anche Maria di Nazareth), i vangeli precedenti, altre fonti scritte presinottiche, le stesse memorie di viaggio di Luca al seguito di Paolo. Il testo è quello che più di tutti i vangeli, oltre lo stesso Matteo, si avvicina ad una biografia di Gesù in senso moderno. Ha un ricco vangelo dell'infanzia che fa da pendant a quello matteano, ha numerosi miracoli e parabole, tra cui quella del Figliol prodigo, da cui l'animo umano di Gesù, affabulatore delicato e toccante, traspare in tutta la sua dolcezza, per cui bene Dante potè dire dell'autore che fu scriba delle mansuetudini di Cristo. In Luca, i fatti della Resurrezione trapassano in quelli della Chiesa, giungendo fino alla Pentecoste. Egli presenta Gesù come un Salvatore universale, che parla a tutti i popoli, e come un taumaturgo misericordioso. Sebbene accorto nella scrittura, Luca rimanda spesso alla tradizione degli altri Vangeli e a quella orale, con a volte silenzi che sarebbero inspiegabili altrimenti .

Luca fu collaboratore di Paolo nei suoi viaggi, si trattenne a Roma e evangelizzò diverse regioni. Secondo la tradizione morì martire, forse in Tebaide, o Acaia o Bitinia. Certo in Oriente .

La questione della datazione è importante anche per il vangelo di Lc, che non ha un frammento come quelli che praticamente risolvono la faccenda per Mt e Mc. In effetti, il P4 di Parigi non può essere datato con sicurezza, e va senz'altro dal 60 agli inizi del II sec., e il P69, retrodatabile anch’esso, oscilla tra la fine del I e l’inizio del II sec. Fino a che si credeva che il P4 fosse una sola cosa col Papiro Magdalen di Oxford e col Papiro di Barcellona, allora si poteva datarlo agli anni 60-70 - e sarebbe perfettamente coerente con i fatti narrati negli Atti, che terminano per quella data - ma oggi questa tesi è caduta in discredito . Dovremo fare allora un pò di critica teorica alla questione della datazione.

A che anno possiamo datare il vangelo lucano? La critica moderna più estremista lo vorrebbe redatto intorno all’80-90. Tanto varrebbe dire che non è di Luca, che a quella data potrebbe essere quanto meno morto di vecchiaia...Ne' sarebbe valsa la pena di attribuirglielo in modo fittizio, considerando che l'autore era stato un personaggio secondario dell'età apostolica. Meglio sarebbe stato attribuirlo a Paolo, suo maestro, a cui pure qualcuno lo assegnò. I critici più moderati lo mettono intorno al 70. In realtà potrebbe essere verosimilmente più antico. Stiamo ai fatti: la tradizione patristica dava Mc al 50, Mt greco al 60 e Lc dopo il 60. Essa è stata sostanzialmente confermata per Mt e Mc, quindi potrebbe esserlo anche per Lc. E' un indizio. Forte. Inoltre Lc viene datato al 70-90 perchè si crede che certe concezioni teologiche si siano potute formare solo dopo la caduta di Gerusalemme o in genere piuttosto tardi. E chi lo dice? Sono teoremi, non prove. Una tesi - teologica o no - si forma nell'epoca in cui è attestata, e non è di per sè un elemento di datazione. In ogni caso, non filologica. Inoltre, molti episodi lucani che passano come portatori di un significato teologico, potrebbero essere genuinamente storici, se letti senza pregiudizi. E la stessa descrizione della Caduta di Gerusalemme potrebbe essere più che convenzionale in molti punti, legata all’apocalittica profetica di Gesù e non a fatti già accaduti .

D'altro canto la Didakè, che è essa stessa del 90, cita Lc più volte. Dunque nel 90 il Vangelo era già diffuso e autorevole.

Abbiamo inoltre un rimando interno, prezioso per la datazione: il riferimento alla prigionia di Paolo a Roma, che interrompe la narrazione improvvisamente, alla fine degli Atti. Logica vorrebbe che il racconto di Lc - composto di vangelo e atti - arrivasse almeno fino al verdetto di Nerone su Paolo. Invece si ferma. Una tale palese incompletezza implica necessariamente una pubblicazione. O almeno una redazione che si arresti a quella data, senza essere poi ritoccata, perchè altrimenti sarebbe stata continuata. E' quindi assai probabile che sia stata pubblicata, intorno alla data della prigionia romana di Paolo (61-62). Tanto più che l'opera avrebbe dovuto descrivere l'arrivo degli Apostoli fino ai confini della terra (At 1,8) - presumibilmente la Spagna dove Paolo forse pure si recò - e non al centro del mondo - Roma - peraltro in modo incompleto. Qualcosa costrinse Luca a interrompersi, e quindi, se non potè poi completare o far completare, presumibilmente e logicamente, a pubblicare.

Vero è che l'opera di Lc fu sottoposta, entro l'inizio del II sec., a un rimaneggiamento, che la scompose in Vangelo e Atti, e che probabilmente tolse il prologo degli Atti. Nulla quindi ci assicura che alcuni passi - compresi quelli sulla Resurrezione - non siano stati modificati in qualche modo. Ma anche qui abbiamo delle obiezioni logiche e filologiche. Chi ha presumibilmente adattato l'opera in due libri separati lo ha fatto per unire il Vangelo agli altri tre, e mettere gli Atti in prosecuzione ad essi. Ossia per canonizzare il racconto. Può uno scriba che svolge questo compito essere predisposto psicologicamente a falsare un racconto? Non solo, ma se ci fu rimaneggiamento, perchè non la più logica prosecuzione dei fatti di Paolo, almeno fino al primo verdetto di Nerone? Questa aggiunta non avrebbe scandalizzato nessuno, e poteva farsi anche da parte di un epigono. Inoltre, se si intervenne sul testo, si poteva intervenire pure sullo stile, e livellare il greco lucano, che nel vangelo è semitizzante, adattandolo ad un pubblico ormai quasi tutto di cultura greca. Invece non fu fatto, e il testo venne trattato come una reliquia. Cosa dunque permette di credere in una alterazione dei racconti, magari della Resurrezione, fatti in modo peraltro da non lasciare tracce, ossia con un intento falsificatorio? E a che scopo, visto che già la Chiesa si era consolidata? Una simile ipotesi è solo una malignità.

Ritengo quindi che il Vangelo e gli Atti siano stati completati entro il 62, e pubblicati verosimilmente in quella data, magari prima che il verdetto di Nerone rendesse pericolosa la circolazione di quel materiale con una condanna, che però almeno per allora non ci fu. In alternativa, Lc potrebbe aver scritto tutto qualche anno dopo, magari dopo la persecuzione di Nerone, in un tempo tra il 65-70, e aver pubblicato in modo incompleto forse perchè martirizzato, o per altre ragioni ignote. Questa tesi salverebbe l'autenticità del racconto e giustificherebbe la sua incompletezza. Ma non si capirebbe perchè il testo sarebbe stato lasciato incompleto dai discepoli di Lc. Il materiale era senz'altro a disposizione di un volenteroso epigono. I discepoli di Gv fecero così per il Vangelo del loro maestro. Perchè con Lc non si sarebbe fatto? Non dimentichiamoci dell'integrazione a Marco, con la finale...Solo Lc sarebbe rimasto incompleto? Ritengo che sia altamente improbabile. Se l'opera è incompleta, lo è perchè l'autore volle così. E se volle così, la pubblicò quand'era ancora in vita, in condizione di scegliere se continuarla lui o farla continuare. Se il frammento 7Q62, potesse essere identificato certamente con un piccolissimo brano degli Atti, la questione sarebbe resa di più facile soluzione, perché difficilmente è posteriore al 68 . Ma i papiri degli At più antichi sono i P45, del III sec., contenente anche i Vangeli, e il P48, della stessa epoca .

Una annotazione merita lo stile mimetico di Lc, ora semitizzante e vicino alla LXX, ora tucidideo, ora degno di un commentario. La scelta tradisce la volontà di restituire l'atmosfera dei tempi. Gesù e il suo ambiente ebraico, come la primissima Chiesa, sono narrati in modo da ricordare lo stile sacro della Bibbia, e con fedeltà a fonti preesistenti. I fatti di Paolo, legati al mondo greco, sono invece narrati con uno stile adatto a quella cultura .

Possiamo ora parlare dei fatti della Resurrezione, consci della loro attendibilità. Quando infatti furono scritti, Lc potè parlare con molti testimoni oculari ancora vivi. Se scrisse a Roma, come dice Girolamo, potè confrontarsi con Pietro e forse con Marco. Ma credo sia più probabile che abbia scritto in Siria. In ogni caso, la memoria dei fatti era troppo recente per modificazioni leggendarie o mitiche. Egli conobbe i Vangeli di Mt e Mc, che integra e a cui fa riferimento.

Il racconto della Resurrezione di Lc (24,1-53) è molto diverso da quello di Mc e di Mt. Infatti della forma veloce non vi è alcuna traccia. Anzi, si può ben dire che la narrazione è lenta, ricca di particolari, pur senza scadere nel prolisso. Il soggetto del v. 24, 1 è lo stesso di 23,55, le Donne. Sono queste donne che osservano l'ubicazione della tomba, e sono loro a vedere "com'era stato deposto il corpo di Gesù (hos etéthe tò soma autoû)". Questa espressione è molto singolare: è infatti evidente che non ci sono poi molti modi per deporre un corpo in un sepolcro. Quel come si riferisce chiaramente alla modalità della sepoltura, che - in base al riferimento al sabato imminente - dovette essere veloce. Del resto, se ci fosse stato tempo, le Donne avrebbero imbalsamato subito il corpo di Gesù. Invece se ne vanno, perchè già incombeva il precetto del riposo. Nel sommario "come" sono indicati i rapidi e incompleti rituali funerari di Giuseppe di Arimatea, tutti supposti dal telo funerario, e che Gv avrebbe descritto con più cura. Infatti, egli vorrà fornire particolari nuovi, divergenti dallo schema che pur accomuna i sinottici. E questo perchè il tempo trascorreva, e le integrazioni orali dei Vangeli scritti si andavano perdendo. Lc, invece, scrivendo entro il 62, poteva omettere particolari conosciuti. Nessuno, tra i cristiani della prima generazione, si sarebbe chiesto come era stato seppellito Gesù, e con quali rituali imbalsamatori: lo sapevano probabilmente tutti bene. Come sapevano che il suo corpo non si era mai corrotto. Il racconto dell'imbalsamazione era solo un passaggio logico per giustificare, all'occorrenza, il viaggio al sepolcro delle Donne. Fu solo in seguito che ci si cominciò a chiedere come si trovasse il corpo di Cristo quando le Donne andarono a visitarlo, ossia se una parziale imbalsamazione fosse già stata intrapresa da Giuseppe. Gv lo puntualizza, com'è ovvio in chi vuole fare una "biografia" nuova, basata su notizie proprie. Lc, che non le aveva, perchè non le aveva vissute, non le dà. Suo intento è solo condurre il racconto dalla Morte alla Resurrezione. La cerniera sono le Donne, e Lc lo mette in evidenza più degli altri evangelisti che lo avevano preceduto, in una prospettiva sempre più umana. La sepoltura di Giuseppe non ha qui dunque alcuna importanza specifica. Le Donne osservano il luogo del sepolcro, la sua sepoltura e se vanno. Mc ha descritto come si procurarono gli aromi, e Lc lo omette, come inutile. Dice che le Donne prepararono gli aromi, intendendo probabilmente dire anche che se li procurarono, come dice Mc. Infatti esse non erano delle speziali.. Inoltre, affermando che rispettarono il riposo del sabato, che ormai incombeva, Lc fa sapere di fatto che esse approntarono i loro prodotti la mattina presto, come dice Mc, con un dettaglio che una prima frettolosa lettura del Terzo Vangelo sembrerebbe contraddire. Seguendo passo passo il ruolo delle Donne, anche Lc, come Mc, omette tutto ciò che riguarda le guardie, di cui esse nulla seppero in quei frangenti e che non videro. Il racconto delle vicissitudini delle guardie romane si andava diffondendo anche per iscritto tra i cristiani ex gentibus, per la traduzione greca di Mt. Lc non aveva ragione per riprenderlo, forse non era nemmeno prudente. Poco incline a raccontare ciò che gli altri avevano scritto (cfr. il cap. 24 nel suo svolgimento nel complesso) e propenso a completare gli altri due Vangeli sin dai racconti sull'Infanzia - che infatti sono completamente assenti negli altri due, compreso Mt che pure ha dei midrashim sui primi anni di Gesù - o anche nella scelta di parabole o miracoli particolari, o a condensare ciò che gli altri narrano in dettaglio (cfr. le tre visite di Gesù ai discepoli al Gethsemani, che in Lc diventa una), o a omettere persino fatti della Passione (come Flagellazione e Coronazione di Spine) a vantaggio di altri inediti (come i dettagli sulla Via Crucis o sul processo mattutino o l'episodio del Buon Ladrone), il Terzo Evangelista segue il suo filo narrativo senza cedimenti. Queste tecniche, che alcune cose riprendono e altre omettono di Mt e Mc integrandole, e che precorrono Gv, che integrò Lc a sua volta, attestano la profonda interdipendenza tra i tre sinottici, costruita attorno ad uno schema di fondo comune, e il legame col Quarto vangelo.

Lc, descrivendo il viaggio delle Donne, non parla delle loro preoccupazione per il masso. Non a caso era stata narrata da Mc. La forma lenta di Mc in questo frangente viene consapevolmente abbandonata. Dal v. 2, la narrazione si rallenta. Al v. 3, dicendo che, "eiselthoûsai dè oukh heûron tò soma toû Kupíou Iesoû; entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù", Lc c'informa di una paziente ricerca. I verbi " eiselthoûsai; entrate" e " oukh heûron, non trovarono" suggeriscono proprio questo: una stupita constatazione. Cosicchè, al v. 4, riprendendo dalla pausa emotiva del v. precedente, Lc delinea l'angelofania, con uno stile di trapasso, nè veloce nè lento, come dimostra l'omissione della visione delle bende per terra, da parte delle Donne, e che invece saranno di lì a poco menzionate per Pietro. Presumibilmente, le Donne erano nella stanza sepolcrale, quando apparvero gli Angeli. Solo in quell'interno poteva aver fine la loro diligente ricerca del corpo. Sostarono evidentemente incerte, come annota l'Evangelista, e poi videro apparire due angeli in vesti sfolgoranti. Mt non aveva parlato dell'ispezione, Mc aveva detto che le Donne videro l'angelo, andando l'uno più piano dell'altro, ma sempre veloci; Lc invece descrive l'apparizione. Lc dipinge gli angeli come apparentemente umani. Scopriamo che sono due. Mt e Mc, sempre per la forma veloce, avevano presentato solo l'angelo che parlava. Ora Lc narra nei dettagli, e ce ne mostra due. Più gli anni passano, più gli evangelisti sono fedeli ai fatti storici. Lc omette d'indicare la posizione degli angeli: dettaglio importante, ma descritto da Mc. Dice tuttavia che apparvero accanto alle Donne, per cui esse erano vicino alla nicchia funeraria. Gv ci dice che i due angeli erano seduti uno a capo e l'altro a piedi, quando si mostrarono alla Maddalena. Probabilmente erano in questa posizione anche quando apparvero alle Donne. Lc non descrive l'aspetto degli angeli: ma non doveva essere come la folgore, che fa svenire le guardie in Mt. Incuteva timore, certo, ma non era terrificante. Evidentemente, Mt poteva aver attinto dalla testimonianza delle guardie, e in genere come abbiamo detto si era messo dal loro punto di vista. Tuttavia anche Lc definisce sfolgorante il loro abito, come Mt. Il loro volto viene tralasciato, per rispetto (l'angelo del Signore, nell'AT, non viene mai descritto, e del resto nemmeno Cristo lo è mai). Le Donne si prostrano fino a terra per paura. Non fanno neanche in tempo a fissare in viso gli esseri celesti. Mt e Mc non fecero parola della proscinesi, ma lo stile di Lc glielo permette, e lui lo fa.

Se fino a questo punto comparare i sinottici è stato facile, accomunando Lc e Mc in una prospettiva del racconto focalizzata sulle Donne, a differenza di Mt incentrato sull'angelo, e se è stato così possibile creare una corrispondenza inversa tra Lc 24,1-2 veloce - Mc 16, 1-4 lento, e Lc 24, 3-4 lento - Mc 16, 5-6 veloce, adesso, dovendo riportare il discorso degli angeli, ci addentriamo in una problematica più complessa, in quanto l'unico tratto comune tra Lc e gli altri sinottici sono le parole di 24,6a. Il resto non solo discorda, ma da 6b a 7 ha un significato completamente diverso.

Non credo che i vv. 6-7 siano un invenzione di Lc, perchè troppo venerabile era per i primi cristiani il messaggio angelico, per poterlo modificare. Del resto, Mt e Mc lo avevano riportato in modo simile, e Lc lo sapeva, tanto più per la sua dipendenza stilistica da Mc già enunziata. Potremmo dunque credere che Lc omise le parole già riportate e ne menzionò altre passate sotto silenzio. Ma da dove verrebbero allora queste novissima verba ? Siccome Lc attribuisce le frasi indistintamente ai due angeli, potremmo ritenere che esse furono pronunziate in parte da uno e in parte dall'altro. Della loro autenticità non bisogna dubitare, per la testimonianza delle Donne, per la scrupolosità di Lc e la sua relativa antichità. Ma allora perchè Mt e Mc le omisero ? Non profanarono forse la memoria del messaggio angelico ? In realtà, essi omettono parole che non annunziano più la Resurrezione, ma ricordano le profezie di Gesù. La forma veloce aveva sacrificato ben altro: apparentemente persino la coerenza, che solo i contemporanei videro, riallacciandosi all'oralità. Forse Mt e Mc riportarono le parole di un angelo solo.

Ne darei questa concordanza, partendo da Mt, Mc e Lc.

Mt scrive (28,5-7): Me fobêisthe humêis; oîda gàr hóti Iesoûn tòn estauroménon zetêite. Ouk éstiv hode. Eghérthe gàr kathos eîpen. Deûte ídete tòv tópon hópou ékeito. Kaì takhù poreutheîsai eípate toîs mathetaîs autoû hóti eghérthe apò ton nekron, kaì idoù proághei humâs eis ten Galilaían, ekeî autòn ópsesthe. Idoù eîpon humîn. Non abbiate paura, voi ! So che cercate Gesù il Crocifisso. Non è qui. E' risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto.

Mc scrive (16,6-7): Me ekthambeîsthe. Iesoûn zetêite tòv Nazarenòn tòn estauroménon. Eghérthe, ouk éstiv hode. Íde ho tópos hópou éthekan autón. Allà hupàghete, eípate toîs mathetaîs autoû kaì to Pétro hóti proághei humâs eis ten Galilaían. Ekeî autòn ópsesthe. Kathos eîpen humîn. non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il Crocifisso. E' risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto.

Lc scrive (24,5a-7): Tí zeteîte tón zonta metà tôn nekron? ouk éstin hode, allà eghérthe?mvesthete hos elálesen humîn éti on en te Galilaía, légon tòn huiòn toû anthropou hóti deî paradothenai eis kheîras anthropon hamartolon kaì staupothenai kaì te tpíte heméra anastenai. Perchè cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'Uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno.

Queste parole mi sembrano più che opportune. Non c'è niente che osti al fatto che siano state pronunziate. Il riferimento alle profezie di Gesù era comprensibile e doveroso. Psicologicamente appropriato. Lo stupore delle Donne lascia intendere che non ci fu suggestione, che in ogni caso non poteva essere esteso a tutto il gruppo. A mio avviso, se le parole di Mt-Mc toccano ad un angelo e quelle di Lc ad un altro, le cose, nella camera sepolcrale, quella mattina misteriosa del 17 nisan del 33, andarono più o meno così: prima appaiono gli angeli, e le donne si prostrano; poi l'angelo di Mt e Mc parla, pronunziando la frase chiave dell'annuncio della Resurrezione: - Me ekthambeîsthe. Non abbiate paura ! [lo " humêis, voi" di Mt è enfatico]. Oîda gàr Iesoûn zetêite tòv Nazarenòn tòn estauroménon. So che cercate Gesù Nazareno, il Crocifisso [questa formula di Mc ricalca la denominazione popolare di Gesù, ed è a mio avviso preferibile alla più scarna di Mt].

A questo punto, dinanzi all'esterrefatto silenzio delle Donne, interloquisce forse l'altro angelo: Tí zeteîte tón zonta metà tôn nekron? Perchè cercate tra i morti colui che è vivo ?.

Allora qui l'altro potrebbe aver soggiunto, venendo al sodo: - Ouk éstiv hode. Eghérthe gàr kathos eîpen. Non è qui. E' risorto, come aveva detto [questo è il nocciolo dell'annunzio, comune a tutti e tre. La formula di Mt è la più credibile, perchè la più significativa, in quanto aperta alla concordanza con gli apax concettuali di Lc. Infatti, quel " kathos eîpen, come aveva detto" dà lo spunto a ciò che il Terzo Evangelista riporta per esteso].

A questo punto probabilmente il secondo angelo dice alle Donne incredule: mvesthete hos elálesen humîn éti on en te Galilaía, légon tòn huiòn toû anthropou hóti deî paradothenai eis kheîras anthropon hamartolon kaì staupothenai kaì te tpíte heméra anastenai. Ricordatevi come vi parlò quand'era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'Uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno - [e a quel punto, come dice Lc, le Donne si ricordarono delle sue parole].

L'angelo dell'annunzio aggiunse, riferendosi alla nicchia sepolcrale: Íde ho tópos hópou éthekan autón. Ecco il luogo dove l'avevano deposto [Mt, dicendo " Deûte ídete, venite a vedere", suggerisce l'immagine delle Donne prostrate, invitate ad alzarsi e a constatare, questa volta con gli occhi della fede, il vuoto della nicchia. Ormai sapevano che era risorto. Il sepolcro vuoto assume il suo significato solo dopo le spiegazioni dell'angelo].

All'uditorio ancora più stupito e spaventato, l'Angelo dice ancora: Allà hupàghete, takhù, eípate toîs mathetaîs autoû kaì to Pétro hóti eghérthe apò ton nekron, kaì idoù proághei humâs eis ten Galilaían, ekeî autòn ópsesthe. Idoù eîpon humîn. Presto, ora andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro: egli è risuscitato dai morti, e vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto. Ecco, io ve l'ho detto [l'annunzio di Mt è il preferibile per completezza, oltre che per antichità. Aggiungo all"'ora andate" (Allà hupàghete) di Mc il "presto" (takhù) di Mt, mi sembra più completo. Il riferimento a Pietro, proprio di Mc, a mio avviso va salvato, come già dicevo trattando di quell'evangelista. La chiusa " Idoù eîpon humîn. Ecco, io ve l'ho detto" rimanda ora alla responsabilità di annunzio che grava sul gruppetto].

A questo punto, la forma narrativa di Lc subisce una mutazione: con un rapidissimo accenno a quanto successe dopo l'annunzio (v.9:"hupostrépsasai apò toû mnemeíou, tornate dal sepolcro"), descrive quello che gli altri sinottici non avevano raccontato sul resoconto agli XI. Ancora una volta i tre testi appaiono volutamente complementari. Dai vv. 9-11 appare che il racconto delle Donne e il loro dialogo cogli XI fu piuttosto vivace e articolato. Lc è il primo a dire esplicitamente che gli XI non credettero ad una sola parola. Quando dice che "tuttavia" (dè) Pietro andò al sepolcro (v.12), intende dire che ci andò nonostante tutto, per altre ragioni. Gv darà ulteriori delucidazioni. Narrato come un inciso, in forma rapida, questo breve brano dimostra che uno degli XI andò al sepolcro prima di vedere il Risorto. Pietro, per vedere le bende - con cui genericamente si designano tutti gli indumenti sepolcrali - entrò nella cella mortuaria. E non credette. Lc insiste sullo stupore incredulo dei testimoni. Evidentemente gli appariva come una garanzia di autenticità. Non vi è in lui infatti la riprovazione dell'incredulità, come nella finale di Mc: e certo non gli si può dare torto. Forse Lc non avrebbe citato il viaggio di Pietro, se non avesse avuto un addentellato indiretto con le vicende delle Donne, chiarite da Gv, che metterà la visita dell'apostolo in connessione a quella della Maddalena. In effetti, per Lc l'episodio staccato che la vide protagonista è solo un appendice dell'annunzio angelico. Queste omissioni sembrerebbero trasandatezze, ma il riferimento alla visione di Pietro en passant, fatta più avanti senza troppi scrupoli, dimostra che l'evangelista dava per scontate tante cose nella conoscenza del pubblico.

Lc non parla della visione di Gesù da parte delle Donne. Gli apostoli le videro quando non ancora accadeva. E' alla visone angelica che essi si riferiscono come vaneggiamento. Quando i Due di Emmaus racconteranno dei fatti del sepolcro al misterioso viandante da loro incontrato sulla strada faranno cenno solo della visione angelica: segno che, al momento della loro partenza, le Donne non avevano ancora visto Gesù. Probabilmente lo videro dopo il loro frustrante resoconto. Forse volle essere una conferma a ciò di cui esse ricominciavano a dubitare. Forse una conferma alla visione della Maddalena. Certo non accadde prima del loro ritorno dal sepolcro. In effetti, la forma veloce di Mt sull'argomento rende difficile capire il momento della giornata in cui accadde, e soprattutto come ne fu fatta relazione agli XI.

Rimane un'ultima questione da trattare. Lc presenta al v.10 Maria di Magdala come una delle testimoni dei fatti del sepolcro, con Giovanna, Maria di Giacomo e altre. E' il primo elenco completo delle Donne. Ma Gv smentirà Lc - e Mt e Mc - presentando la Maddalena in un contesto separato. Perchè Lc, che usa la forma lenta, la presenta con le altre ?

La probabile risposta a quest'interrogativo sta in un duplice percorso stilistico e storico-teologico.

Stilisticamente, Lc può aver voluto presentare l'insieme delle Donne come un soggetto unitario apparente dei fatti sepolcrali, indipendentemente dagli spostamenti delle singole persone in quei frangenti. Sembra infatti che il gruppo sia, grammaticalmente, il soggetto che regge il participio "tornate" e il verbo "annunziarono" ("hupostrépsasai e apéngheilan”, v. 9), ma in realtà regge - da un punto di vista logico - tutti i verbi da 23,55 a 24,9, ossia fu protagonista - nel complesso - di quei fatti. Lc parla in genere di “ghiunaîkes, donne” al v. 23,55 ma non ne fa mai l'elenco, nè dice chi siano, per tutti gli altri versetti, sebbene ad esse siano predicati 17 verbi lungo tutto il brano. Esse ne sono i soggetti per la coniugazione in terza persona plurale o per i nominativi plurali femminili dei participi. Praticamente Lc elenca le Donne quando finiscono i fatti di cui esse erano state nel complesso protagoniste, dalla Deposizione in poi, anche se non tutte allo stesso titolo. La Maddalena non solo non poteva essere esclusa per il ruolo che aveva nel gruppo, ma anche perchè, a pieno titolo, aveva assistito alla Deposizione, alla Sepoltura, aveva preparato gli oli, aveva visto il Sepolcro aperto e constatato la sparizione del corpo. Questo lo conferma pure Gv. Quando poi Lc dice che le donne annunziarono i fatti agli XI e a tutti gli altri, crea una gerarchia degli ascoltatori a cui fa riscontro una delle narratrici: Maria di Magdala, Giovanna, Maria di Giacomo e tutte le altre. E' dunque una simmetria, in cui ai capi del gruppo maschile corrispondono quelli del gruppo femminile. Certo, è un passo ambiguo, ma non si può dubitare del fatto che Lc conoscesse l'apparizione alla Maddalena: troppi sono i punti di contatto tra lui e Gv. Il breve cenno al viaggio di Pietro lo presuppone in modo categorico.

Da un punto di vista teologico-storico questo modus procedendi ha ragioni più stringenti. Lc è sempre un sinottico, che amplifica, rallentandola, la narrazione dei fatti sepolocrali, ma non la modifica nello schema, incentrato sull'apparizione degli Angeli al gruppo muliebre. Qualsiasi altra visione e vicenda non solo rompe lo schema, legato alla predicazione e quindi standard, ma è soverchia, in quanto Dio diede l'annunzio "ufficiale", tramite i suoi messaggeri come nell'AT, solo alle Donne nel sepolcro. Se esse e gli apostoli avessero creduto, non ci sarebbe stato bisogno di alcun altra visione. Dunque si tratta di un di più concesso da Gesù per l'incredulità. Non degno di un vangelo scritto, ossia ufficiale. Così aveva ragionato Mt, così Mc. L'autore della finale marciana introduce nuove visioni, ma rimprovera gli increduli che le resero necessarie. Lc avrebbe inserito la visione agli XI e ai Due di Emmaus, e un accenno a quella di Pietro: la prima, vedremo, come un completamento; la seconda come un arricchimento; la terza en passant. Era già abbastanza. Esse non modificano l'impianto dei fatti del sepolcro, come sarebbe accaduto se si fosse parlato della separazione della Maddalena dal gruppo, come vedremo.

Diciamo dunque che Lc è in bilico tra la tradizione genuina dei sinottici e l'outsider Giovanni. Il terzo evangelista ricalca lo schema di Mt, con una teologia diversa. Mt ha i fatti del sepolcro, un'apparizione di Gesù a testimoni non apostolici che fa da trapasso, un'apparizione agli XI che chiude la sua vicenda umana. Lo stesso ha Lc. Ma Mt fa apparire Gesù alle Donne, Lc ai Due di Emmaus. Mt fa incontrare Gesù con gli XI in Galilea, per il mandato missionario, Lc il giorno di pasqua per confermare la loro fede, e l'adempimento del mandato missionario sarà il tema degli atti. Per Mt, la vita di Gesù finisce con la missione, e il resto è storia della Chiesa. Per Lc, questa distinzione è più sfumata: l'apparizione agli XI trapassa nell'Ascensione. Ma il racconto preciso di quest'evento, che prelude alla Pentecoste, e quindi alla storia della Chiesa, si avrà negli Atti. L'evento storico dell'Ascensione fa da spartiacque. In questo schema, tutto il resto è decorativo. Lc lo aggancia a quello dell'Ascensione- Pentecoste-Chiesa, lo sostanzia di episodi diversi, ma non lo modifica. Se avesse inserito la digressione o il parallelismo della Maddalena lo avrebbe dovuto fare. In questo senso, Mt e Lc rappresentano modi alternativi di concepire una stessa soteriologia missionaria.

Adesso ci occuperemo delle apparizioni del Risorto ai Due di Emmaus e agli XI per saggiarne la credibilità storico-filologica.

L'apparizione ai Due di Emmaus è profondamente atipica, a causa delle modalità del riconoscimento, dell'aspetto peripatetico e della durata. Per questo Lc la cita, a scopo esemplificativo, tra tutte quelle ricordate dalla tradizione orale. Tra il v. 12 e il v. 13 c'è una garbata soluzione di continuità (kaì idoù), ma il v. 13 non si riconnette nemmeno al v. 11, in quanto l'uso costante dell'imperfetto nei vv. 13-14 (esan; homíloun) supporrebbe una serie di azioni la cui durata coprirebbe anche il tempo in cui si compiono le azioni indicate con l'aoristo ai vv. 10-11 (apengheilan; efánesan; édramen; cfr. anche élegon), cosa che invece è smentita dai vv. 22-24, in cui è esplicitamente affermato che i Due discepoli erano presenti quando le donne tornarono dal sepolcro, e partirono subito dopo il viaggio di Pietro. La collocazione dell'episodio nel giorno della pasqua è dunque imprecisa. Cosicchè il suo racconto è come un'appendice, che richiama con estrema finezza lo stacco della finale di Marco, giocato essenzialmente sul cambio dei tempi storici. Il racconto inizia con la collocazione spazio - temporale, legata alla strada tra Gerusalemme e Emmaus. Si precisa che discutevano e discorrevano degli eventi pasquali. Nel bel mezzo della conversazione, in cui evidentemente i momenti di colloquio si alternavano a quelli di polemica, come suggerisce la sottile differenza di significato tra i due verbi del v. 15a (homileîn; suzeteîn), Gesù non appare, ma si accosta e cammina con i Due, pur risultando irriconoscibile. I discorsi fatti subito dopo dimostrano come i due non si aspettano minimamente una resurrezione di Gesù, e che anzi sono disorientati dalla fine del Maestro, e dall'opposizione dei sacerdoti. Ciò, ricostruendo in modo plastico la situazione psicologica dei protagonisti, basterebbe a far escludere ogni ipotesi di suggestione. Ma, come rincalzo, il racconto evidenzia le circostanze straordinarie della visione: anzitutto il suo compiersi in movimento, senza fenomeni parapsicologici di contorno; poi il suo prolungarsi per tutto il viaggio e persino durante la cena; indi, il fatto che Gesù viene riconosciuto solo alla fine. Il racconto non è un resoconto dettagliato di quanto avvenne lungo la via: infatti i discorsi fatti da Gesù non vengono riportati, sebbene tocchino temi importantissimi, e sebbene sarebbe stato assai autorevole attribuire al Risorto stesso, il giorno di pasqua, una catechesi sulla sua morte e resurrezione. Ne derivano due cose: anzitutto che quei discorsi erano conservati in modo sicuro altrove, o nella catechesi orale o nella letteratura preevangelica, altrimenti Lc non li avrebbe omessi; poi che il racconto vuole essere solo una prova della resurrezione.

Dopo l'eccezionale esperienza, i Due tornano a Gerusalemme, portando la loro testimonianza agli XI che già discutevano di una ulteriore apparizione, avvenuta sotto gli occhi di Pietro. Questa visione è accennata di straforo, come se fosse già sufficientemente nota al pubblico di Lc, ed evidentemente lo era, se l'evangelista la liquida così in fretta. Un rimando così vago dopo tanta precisione narrativa è la prova ulteriore che il terzo vangelo dipende strettamente dalla tradizione orale e, all'occorrenza, da Mt e Mc, a cui rimanda. Forse quest'accenno può essere arrivato a Lc da una tradizione di cui non sapeva altro. Ma questo supporrebbe che tra i vari autori evangelici potessero esserci come paratie stagne, per cui le conoscenze degli uni non erano degli altri. Ciò è altamente improbabile, per non dire impossibile. Tanto più che Lc era discepolo di Paolo, che ben conosceva l'apparizione a Pietro, tanto che la cita scrivendo ai Corinti la sua Prima lettera (15,4). Piuttosto, Lc cita questa ed altre informazioni con grande scrupolo, riprendendole evidentemente da fonti precedenti, forse perchè ne aveva un rispetto particolare, non essendo egli stato testimone oculare. Paolo cita - come vedremo meglio - l'apparizione a Pietro come una testimonianza ufficiale e autorevole della resurrezione, per cui gli evangelisti la danno per acquisita nella catechesi fondamentale, kerigmatica, ricevuta da ciascun fedele.

E' singolare che Lc non riporti la reazione degli XI all'annunzio dei Due, mentre lo fa la finale di Marco, pur accennando brevemente all'episodio. Sembrerebbe che anche in questo piccolissimo dettaglio i vangeli abbiano avuto cura di non ripetersi. Tuttavia, ad onor del vero, sembrerebbe in Lc che gli XI fossero meno increduli che in Mc. Probabilmente Mc riporta in modo più drastico e reciso la reazione d'incredulità su cui Lc glissa, stemperandola nello stupito dibattito che accompagnò tra gli Apostoli le vicende pasquali. La frase che più colpisce è (v.34):"Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone (óntos eghérte ho Kúrios kaì ofthe Símoni)", che non si addice a quegli incalliti increduli denunciati da Mc. Si potrebbe supporre che le parole di rimprovero pronunziate da Gesù in quel vangelo contro di loro siano state causate dal fatto che ci vollero tre apparizioni per persuaderli della sua resurrezione (alle Donne, alla Maddalena e a Pietro), e che quindi non implichino un'incredulità fino all'ultimo. Tuttavia l'incredulità degli XI dinanzi ai Due, registrata dallo stesso Mc, smentisce quest'ipotesi, e crea un contrasto tra Mc e Lc. Tale contrasto sparisce se la frase "óntos eghérte ho Kúrios kaì ofthe Símoni, Davvero il Signore è risorto e apparso a Simone" non è attribuita agli XI e a quelli che erano con loro in genere, ma solo a questi ultimi, a cui si riferisce l’espressione toùs sùn autoîs légontas del v. 34. Questa lettura si accorda pure coi vv. 37-43, in cui il gruppo degli Apostoli è incredulo dinanzi al Risorto. Che il soggetto dei vv. 37-42 siano gli XI lo si evince da At 1, 2-3, in cui si dice che Gesù apparve loro con molte prove, senza specificare nè dove, nè come, nè quando, ma rimandando in modo esplicito al brano finale del vangelo in cui la visione del Risorto è accompagnata da segni spettacolari. Ora, è significativo che gli At evidenzino le molte prove fornite da Gesù, come destinate agli apostoli stessi, a cui sono rivolti i suoi ultimi insegnamenti: evidentemente erano proprio loro ad essere più increduli, mentre più convinti erano i discepoli. La controprova sta proprio in 24, 34: l'espressione "óntos eghérte ho Kúrios, Davvero il Signore è risorto" non si addice a degli increduli, quali risultano essere i XII dal proseguimento del racconto e, se è pur vero che essi non sono esplicitamente nominati nel seguito del racconto (ma lo sono, come dicevamo, agli inizi degli At), per cui sembrerebbe che discepoli e apostoli siano stati indifferentemente increduli, è altrettanto vero che questa frase va pure attribuita a qualcuno, che evidentemente non era incredulo, e che non compì i gesti di stupore dei vv. 37-43. Evidentemente gli Apostoli furono più increduli dei discepoli semplici, forse perchè più degli altri, da vicino, constatarono la kénosis del maestro. Cosicchè i vv. 33-34 vanno intesi così: "Kaì anastántes aute te ora hupéstrepsan eis Ierousalem, kaì heûpon ethroisménous toùs héndeka kaì toùs sùn autoîs légontas hóti óntos eghérthe ho Kúrios kaì ofthe Símoni. E partirono senza indugio (i Due) e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti (cioè insieme) gli Undici e (ossia con, così va inteso il kài) gli altri che erano con loro (ossia che li accompagnavano di solito, che seguivano Gesù: sùn autòis), i quali (questi ultimi, a cui si riferisce légontas) dicevano ecc., ossia sostenevano una tesi che gli Apostoli non condividevano. Praticamente gli Apostoli erano impegnati in una discussione sulla resurrezione, e ancora non si lasciavano convincere. I Due, arrivati, fecero relazione della loro esperienza; tale relazione, ascoltata da tutti, era in realtà rivolta solo agli XI, come capi della comunità. Il participio légontas, che va reso con l'imperfetto " che dicevano", fa intendere che la discussione sull'apparizione di Pietro durava da molto; l'aoristo "riferirono (exegoûnto)" del v. 35, con i Due come soggetto, fa vedere che essi invece esaurirono il loro resoconto, senza che la discussione si prolungasse fino a quando Gesù comparve. In effetti, dicendo che lo riconobbero allo spezzar del pane, Lc c'informa che i Due arrivarono fino alla fine del racconto, per cui l'espressione "mentre essi parlavano di queste cose (taûta dè hauton laloûnton)" del v. 36 non si riferisce a loro, ma agli altri. Considerando che il pronome dimostrativo del v. 36 si riferisce agli stessi a cui si applica l'espressione "in mezzo a loro" (méso hauton), di poco più avanti, e che lo stesso pronome si riferisce al soggetto dei vv. 37, 41, 42, 52, 53, e che noi abbiamo identificato gli apostoli con i protagonisti del brano che va dal v. 37 al v. 53, deduciamo che gli "autoí" che parlavano al v. 36 erano gli stessi apostoli. Di che parlavano? Quel "queste cose (taûta)" sembra riferito ai fatti di Emmaus, ma in realtà si riferisce a tutto ciò che è stato narrato dal v. 1 del cap. 24. Questo perchè tra il v. 35 e il v. 36 c'è soluzione di continuità, come tra il v. 12 e il v. 13. Il bozzetto dei Due di Emmaus è terminato, e il racconto riprende in un momento imprecisato del giorno di pasqua: infatti, se l'apparizione del Risorto agli XI si stempera nella finzione letteraria dei vv. 44-50, di cui diremo, è giusto credere che anche l'inizio dell'episodio non sia rigorosamente definito.

L'intero brano è costruito per dare la certezza della Resurrezione. Gesù mostra mani e piedi, si fa toccare ( o vorrebbe farsi toccare), mangia del pesce. Ora, è evidente che l'apparizione non si esaurì in questo, in quanto è assurdo credere che Gesù nulla disse ai suoi - e infatti Gv ne fa un resoconto, e Mc accenna ai rimproveri - ma Lc non aggiunge altro: vuole solo dare in un climax la progressiva certezza della Resurrezione, acquisita dalla fede dei discepoli. Prima c'è la visita al sepolcro vuoto con l'angelofania e l'annunzio delle Donne agli XI che non credono; indi la visione mimetica dei Due che la riferiscono agli XI che si vanno interrogando sull'apparizione a Pietro; infine la Cristofania agli XI stessi, con riscontri corporei. Lc omette gli insegnamenti del Risorto agli Apostoli come omise quelli ai Due. Lc non riporta il rimprovero di Gesù agli XI increduli, ma in compenso il racconto della verità sempre più certa della Resurrezione è anche quello dell'incredulità sempre più ostinata degli Apostoli: alle donne danno delle vaneggiatrici, ai Due riservano distacco, ai discepoli perplessità sulla visione petrina, a Gesù stupore inebetito. Non basta vederlo, bisogna toccarlo; non si può toccarlo, per non ingannarsi; ci si arrende solo quando mangia e beve. Sono queste le prove che Gesù, chiuso ormai il corso della sua vita terrena e avendo abbondantemente annunziato la sua Resurrezione, fornisce in più alla sua giovane Chiesa. Ecco perchè Mc e Mt, non interessati ai fatti degli Apostoli, non ne avevano parlato, fermandosi agli avvenimenti del Sepolcro vuoto e delle Donne.

Tra il v. 43 e il 44 c'è soluzione di continuità: apparentemente i vv. 44-53 descrivono ciò che accadde nel giorno di Pasqua, ma in realtà i vv. 44-49 sono una condensazione della catechesi che Gesù fece agli XI durante i quaranta giorni dopo, come dice il prologo degli Atti; anzi al v. 47 riscontriamo il tema missionario dell'apparizione in Galilea di Mt. In quanto ai vv. 50-53, sono un condensato narrativo dell'Ascensione. In tal maniera bisogna puntualizzare che il "poi, dè" del v. 44 va inteso come "inoltre, in un altro momento", mentre il "tóte, allora" del v. 45 suggerisce un significato tipo: "in quelle circostanze, in conseguenza di quanto detto"; infine, anche il "poi, dè" del v. 50 è come quello del 44. Perchè san Luca fa così un’epitome dei quaranta giorni? Anzitutto perchè vuole mostrate che il mistero pasquale arriva fino all'Ascensione, poi perchè un resoconto più dettagliato riguarda la storia della Chiesa (gli Atti) e si collega alla Pentecoste; infine perchè non vuole dilungarsi sulle cose che Gesù disse nei quaranta giorni, divulgate dagli Apostoli stessi, nelle lettere o oralmente, o anche negli stessi vangeli di cui furono autori, o i cui autori ispirarono, laddove si citano e commentano i passi biblici concernenti il Messia. Gesù parla, in questa epitome, dei temi degli incontri con gli apostoli: ciò che si riferiva a lui nell'AT, la missione, il battesimo, la fede, il giudizio. Se Lc avesse riportato tutto, avrebbe fatto un "credo", un "catechismo", non un vangelo. Come al solito rimanda alle dottrine orali o scritte altrove, come fa persino al v. 49, quando parla di "ten epanghellían toû Patrós mou, quello che il Padre mio ha promesso", senza spiegare che era lo Spirito Santo, ossia dandolo per scontato. Ne parlerà solo negli Atti, ma come promessa sua, e non del Padre.

Lc, quando parla dell'Ascensione, dice che "aneféreto eis tòn ouranón, egli fu portato verso il cielo", mettendo in evidenza, se vogliamo fare un commento teologico ispirato alla cristologia calcedonese, che l'Umanità di Cristo è soggetto passivo di un'azione compiuta dalla Divinità.

C'è contraddizione tra ciò che Gesù dice alle Donne ("hupághete apanghéilate toîs adelfoîs mou, híva apélthosin eis ten Galilaían kakeî me ópsontai, Dite ai miei discepoli che vadano in Galilea e là mi vedranno" Mt 28, 10 b) e l'apparizione agli XI narrata da Lc ? Già Matteo parla di un monte fissato da Gesù ai suoi come luogo di appuntamento in Galilea, evidentemente in un'altra apparizione (v.16). Mc parla nella sua finale dell'apparizione di Gesù il giorno di pasqua, in cui Gesù potrebbe agevolmente aver fissato l'incontro in Galilea di Mt. Lc parla di quaranta giorni di visioni, in cui Gesù ebbe il tempo di fissare appuntamenti e di apparire in Galilea. Certo, se gli apostoli non avessero visto risorto Gesù, non avrebbero creduto alle Donne, e non sarebbero andati in Galilea. Questo conferma ancora una volta che l'apparizione di Gesù il giorno di pasqua avviene per l'incredulità dei suoi, avendo il Risorto pianificato di farsi vedere solo in Galilea, non per fornire prove del suo ritorno, ma per conferire il mandato missionario. In Galilea Gesù dice che "mi vedranno me ópsontai", evidentemente in senso lato, ossia lo incontreranno. Al riparo da occhi indiscreti, lontano dai luoghi del martirio, Gesù torna sulla terra in modo misterioso ma reale, evidentemente dimostrato dalla lunghezza del periodo delle visioni, non spiegabili psicanaliticamente nè riconducibili ad isterismo per il velo di ordinarietà che le ricopre, fatto di pranzi e cene, viaggi, e altre cose comunissime. La prima visione è quella di Gv 20, 19-23 - che descriveremo - e poi molte altre, fino al mandato missionario, nella Galilea delle genti. Poi il ritorno a Gerusalemme, dove Gesù ascende. Le sorti dunque della Chiesa in fasce si decisero in Galilea, dove gli XI si trattennero per un mesetto.

L'ultima questione verte sui vv. 24, 22-24. Perchè vi si parla dell'apparizione degli angeli alle Donne e non di quella di Gesù in Mt ? Ho già fornito una proposta di spiegazione, conforme allo stile matteano e coerente con la lettera di Lc. Ne propongo una adatta allo stile di Lc ma meno aderente alla sua interpretazione letterale, che però permette di fissare una cronologia dei fatti di pasqua. Anzitutto va detto che le Donne che "exéstesan, sconvolsero" i discepoli sono sia coloro a cui sono apparsi gli angeli, sia la Maddalena, in quanto proprio per quest'ultima "tives, alcuni" dei cristiani andarono al sepolcro, come si esprimono i Due (e questi alcuni sono Pietro e Giovanni per il IV Vangelo), mentre sia le une che l'altra videro degli angeli, e sentirono da loro l'annunzio della Resurrezione (le Donne in Mt, Mc, Lc; la Maddalena in Gv), e soprattutto si erano recate al sepolcro tutte insieme, pur tornandone in tempi diversi (la Maddalena per prima, le altre dopo). Pertanto, essendo per i primi cristiani le Donne un solo gruppo, anche morale, i Due di Emmaus potrebbero aver benissimo riferito le loro esperienze in modo cumulativo, senza distinguere Maria Maddalena dalle altre. E' probabile che i Due si riferissero anzitutto alle cose narrate da Maria Maddalena, che tornò per prima. I Due fecero in tempo, prima di partire per Emmaus, a sentire il racconto della Maddalena sul sepolcro vuoto, quello di Pietro e Giovanni che andarono al sepolcro, e quello delle Donne, che raccontarono della visione degli angeli. In un secondo momento, quando i Due partirono, e quindi quando non poterono sentire, le Donne ebbero la visione di Gesù e la raccontarono, e la Maddalena tornò dal sepolcro, dove aveva visto anche lei gli angeli e il Cristo. Anche se la Maddalena, come sembra suggerire il vangelo di Gv - ma in realtà non è così, come vedremo..- parlò solo con Giovanni e Pietro quando tornò ad avvisare che il sepolcro era vuoto, questi due poterono ben riferire agli altri, compresi i Due, che quindi poterono dire che le Donne li avevano "sconvolti". In conseguenza "alcuni" degli apostoli andarono al sepolcro. Lc poco prima aveva parlato del solo Pietro: segno che i suoi "alcuni" non vanno presi necessariamente alla lettera, o che il racconto del viaggio petrino ha, come dicevamo, una forma veloce o almeno ellittica. Ora, per bocca dei Due, Lc dà altri ragguagli, aggiungendo che questi "alcuni" - evidentemente non Pietro da solo - al sepolcro trovano "oútos kathos kaì hai ghiunaîkes eîpon, tutto come le Donne avevano detto", ossia il sepolcro vuoto e aperto, "autòn dè ouk eîdon, ma lui non l'hanno visto", ossia Gesù. Evidentemente, non trovarono alcun elemento sensibile che facesse credere loro che Gesù fosse realmente risorto. L'"anche, kaì" con cui i Due introducono l'apparizione degli angeli alle Donne andrebbe inteso come "persino". C'è poi un'ulteriore ipotesi, per cui i Due rimasero almeno fino alla visione della Maddalena, e seppero che vide Cristo. In questo senso, la visione sarebbe stata considerata come un'allucinazione, indegna persino di essere ricordata nella conversazione. Diversa la visione angelica, che aveva una tradizione veterotestamentaria. L'"anche" sarebbe così inteso come un obliquo riferimento all'altra visione, e "autòn dè ouk eîdon, Lui non l'hanno visto" andrebbe inteso in questo senso, anche se Pietro andò alla tomba prima della visione della Maddalena. Tale visione fu senz'altro la prima, come dice Mc. Ma quest'ultima ipotesi è assai improbabile: i Due secondo me lasciarono Gerusalemme senza sapere che Maria Maddalena e poi le altre Donne avevano visto Gesù. La giornata potrebbe essere andata così:

1. Le Donne vanno al sepolcro con Maria Maddalena. Lo vedono vuoto. La Maddalena va da Pietro e Giovanni, le altre rimangono al sepolcro.

2. La Maddalena avvisa gli apostoli, e nel frattempo le Donne vedono gli angeli, e lasciano il sepolcro. Stanno zitte per un pò, per paura.

3. Pietro, Giovanni vanno al sepolcro con la Maddalena e lo vedono vuoto. Gli apostoli se ne tornano a casa. Nel frattempo Le Donne arrivano da loro e dicono di aver visto gli angeli, ma non sono credute. I Due partono per Emmaus.

4. La Maddalena al sepolcro vede gli angeli e poi Gesù. Va dagli apostoli ma non le credono.

5. Le Donne vedono Gesù,in un altro luogo. Vanno di nuovo dagli Apostoli, ma non sono credute.

6. Gesù appare ai Due. Cammina con loro. Si ferma fino al crepuscolo, si fa riconoscere. Scompare. I Due si riavviano verso Gerusalemme. Nel frattempo Gesù appare a Pietro, forse davanti ai discepoli.

7. I Due arrivano dagli XI. Essi non credono ai discepoli su Pietro, nè agli XI.

8. Gesù appare agli XI. E' ormai già notte.

Vedremo poi come Lc negli Atti integra il racconto della Resurrezione,


Theorèin - Ottobre 2005