Il vangelo secondo Giovanni è l'ultimo della sacra quadriga. Scritto dall'apostolo prediletto intorno agli anni 90 del I sec., è il vangelo outsider. Sulla sua datazione non ci sono contenziosi particolarmente accesi, anche se qualcuno oggi vorrebbe farla risalire al 40-65, ma la testimonianza della tradizione e il contenuto teologico del testo mi spingono a credere che la collocazione cronologica giusta sia quella tradizionale, indipendentemente da possibili stratificazioni compositive del testo . Quando ad Efeso l'Anziano, già autore dell'Apocalisse, prese la penna per scrivere il suo vangelo e la lettera che gli faceva da introduzione - la prima - il quadro degli eventi successivi alla morte di Gesù era stato già consegnato alla storia in modo completo dai sinottici. Essi erano partiti, nel costruire i loro racconti, dalla manifestazione degli angeli al sepolcro, e dal messaggio che essi, per divino mandato, avevano riferito alle Donne, in quanto questi due fatti apparivano loro - e realmente lo erano - la prima, vera dimostrazione della Resurrezione di Gesù, quasi la sua proclamazione ufficiale. Via via che gli autori sacri si erano allontanati nel tempo dai fatti storici che dovevano raccontare, si erano anche sforzati di fornire una ricostruzione più precisa ed esauriente, più estesa e dettagliata. Cosicchè tra il 90 e il 100 tutti i cristiani sapevano cos'era successo al sepolcro: Mt 16, 1-4 e Lc 24, 3-5 fornivano i dettagli sul viaggio delle Donne al monumento funebre e sul loro ingresso al suo interno, completando reciprocamente le omissioni dovute alla forma veloce; Mt 28, 5-7 e Mc 16, 6-7 riportavano il messaggio angelico, mentre Lc 24, 5-7 aggiungeva le parti del discorso che gli altri due evangelisti avevano omesso perchè superflue; Mt 28, 8-10 ricordava l'apparizione di Gesù stesso alle medesime donne, mentre Lc 24, 9-11 concludeva la vicenda con la scettica reazione dei XII Apostoli; specularmente, Mt 28, 2-4.11-15 narrava ciò che le Donne non avevano potuto vedere. La singolare coincidenza, come un vero incastro, delle parti dei Sinottici, e la sapienza alternanza della forma veloce nelle singole sezioni narrative da un evangelista all'altro è la prova più evidente della reciproca conoscenza dei tre, ma anche del fatto che essi supponevano lo stesso pubblico e, in esso, una conoscenza preliminare dei fatti narrati indipendente dai testi medesimi. A fare da pendant a questo evento centrale, c'erano le varie apparizioni, il cui sunto più efficace ci è dato dalla finale di Marco, ma che san Luca ci riferisce più vivacemente. E così a Mc 16,12-13 corrisponde Lc 24, 13-35, e il racconto di Mc 16, 14 è ampliato in Lc 24, 36-43. Dopo l'apparizione agli XI, Mt 28, 16-20 supponeva almeno un'altra apparizione, mentre At 1, 1-3 specificava che ce ne furono parecchie in quaranta giorni, e Lc 24, 44-49, assieme a Mc 16, 15-18 fornivano i temi dei Discorsi di Gesù. Infine Lc 24, 50-53 tracciava i contorni dell'Ascensione assieme a Mc 16,19, per poi definire l'evento nei particolari in At 1, 4-14. Ampliando Mc 16, 20, At 1, 15- 2, 41 forniva infine la narrazione della Pentecoste. In questo susseguirsi di racconti, il fedele cristiano del I sec. che non avesse mai conosciuto Gesù, poteva trovare tutte le informazioni necessarie sull'evento più importante della sua vita, cioè la sua Resurrezione. Di Gesù c'erano diverse apparizioni il giorno di Pasqua e molte altre per quaranta giorni, fino all'Ascensione. I racconti dei tre erano diversi ma mai discordanti, ed esaurivano tutti i temi a cui avevano messo mano. Per questo Gv preferì raccontare cose che nessuno aveva riferito, o che erano state dette incidentalmente, volendo fornire non un quadro d'insieme, ma particolari atti a completare quel mosaico che già gli altri avevano composto. Ciò accadeva con facilità, in quanto egli, testimone oculare, poteva attingere a un repertorio di racconti che non solo Mc e Lc, ma neppure Mt, sebbene apostolo, potevano avere. Infatti l'Apostolo prediletto inizia proprio a lavorare con l'obiettivo di rispondere alle domande che gli altri evangelisti avevano lasciato senza risposta. Prima tra tutte, una che attanaglia ancora i posteri: come potevano le Donne andare ad imbalsamare Gesù a tre giorni dalla morte? Sappiamo bene che questa era infatti l'intenzione delle Donne nell'andare al sepolcro, in quanto Lc e Mc ce lo riferiscono. Sicuramente, se le Donne si recarono ad imbalsamare il Corpo di Gesù dopo tre giorni, lo fecero col fondato convincimento che tale operazione era fattibile. E' proprio Gv a dirci il motivo di tale convinzione: Gesù, dopo la deposizione dalla Croce, aveva già ricevuto un'imbalsamazione sommaria. Tale imbalsamazione era avvenuta alla sera del venerdì santo. Leggiamo infatti che (19,40) Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende e in oli aromatici, secondo l'usanza giudaica. Quali fossero questi oli aromatici, era stato detto poco prima: aloe e mirra. Tale mistura serviva ad evitare la decomposizione del corpo da imbalsamare. La quantità di olio profumato, pari a circa 32 kg odierni, lascia presumere che Nicodemo dovette illudersi di poter fare in tempo ad imbalsamare Gesù. Tuttavia noi abbiamo la certezza che ciò non avvenne: l'imbalsamazione, infatti, era un rito molto laborioso, e non potè compiersi nel tempo esiguo che fu a disposizione dei due pietosi discepoli. Già dai sinottici, infatti, sappiamo che Giuseppe d'Arimatea andò da Pilato verso sera, cosicchè, quando Gesù fu deposto dalla Croce "kaì sábbaton epéfosken, già splendevano le luci del sabato", come dice Lc 23,54, ossia i fuochi che preparavano all'imminente tramonto. Gv non fece alcun riferimento all'orario nel suo racconto della deposizione, ma dalla sua nota conclusiva, e dalla frase che introduce il racconto della lanciata al costato, si deduce che anch'egli colloca al vespro del venerdì santo la vicenda narrata. Infatti egli dice che, essendo la parasceve, i giudei si preoccupavano che i corpi non rimanessero in croce durante il sabato. Ora, tale preoccupazione ha un senso solo se il sabato era imminente, ossia che il tramonto era incombente. Tuttavia, si potrebbe credere che, a causa del loro legalismo, i sinedriti si muovessero con molto anticipo. E però, la nota conclusiva del racconto della deposizione è esplicita (19,42): “Ekeî oûn dià ten paraskeuen ton Ioudaíon, hóti enghiùs en tò mnemeîon, éthekan tòn Iesoûn, là deposero il corpo di Gesù a motivo della preparazione dei Giudei, perchè quel sepolcro era vicino”. Ora, non esisteva alcun obbligo di astenersi dal lavoro e quindi di non percorrere distanze superiori ad una certa misura per la Parasceve. Tale divieto iniziava dal Sabato. Ciò vuol dire che Gesù fu messo nel sepolcro quando il sole era già tramontato, come dicevano i sinottici. Cosicchè l'espressione "a motivo della Preparazione" va intesa in modo discorsivo, come ripresa di quella menzionata prima, in cui si faceva intendere che la Preparazione andava terminando. S'impone una precisazione: se Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo si recarono a deporre il Cristo dalla Croce a pomeriggio inoltrato, come poterono sperare di fare in tempo ad imbalsamarlo ? In realtà, noi possiamo anche concedere - a livello ipotetico - che i due criptodiscepoli di Gesù si siano recati dal governatore per tempo, ossia al primo balenare del tramonto. Tuttavia la tradizione sinottica c'informa che Pilato fece chiamare il centurione per sapere come e quando Gesù fosse morto, e questo fece perdere tempo prezioso. A questo va aggiunto il normale tempo che se ne andava in un'operazione delicata come la deposizione di un corpo dal patibolo. Non bisogna cadere poi in un grossolano errore, e cioè in quello di credere che Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo siano andati insieme da Pilato. Ciò implicherebbe, infatti, che Nicodemo, rendendosi conto del tempo che si andava perdendo al pretorio, rinunciasse all'idea di portare con sè ben cento libbre di mirra e aloe, e si accontentasse di una più esigua quantità di materiale, sufficiente per un procedimento sommario. Invece, Gv 19, 38b.d-39a.c-40ab - con gli altri tre evangelisti - dice che "Iosef ho apò Arimathaías… híva ápe tò soma toû Iesoû, kaí epétrepsen ho Pilâtos. Elthen oûn kaì eren tò soma autoû. Elthen dè kaì Nikódemos..féron mîgma..hos lítras hekatón. Élabon oûn tò soma toû Iesoû kaì édesan autò othovíois metà ton aromáton. Giuseppe di Arimatea...chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo e portò una mistura..di circa 100 libbre. Essi allora presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici." Fu dunque solo Giuseppe ad andare al pretorio, mentre con Nicodemo andarono solo a prendere il corpo di Gesù, ossia sul Calvario, evidentemente secondo un precedente accordo. E' infatti arguibile che i due si trovassero sul Golgota, in quanto è piuttosto ridicolo immaginarsi Nicodemo andare da casa sua al pretorio, e poi da questo al Calvario, con 32 chili di mistura aromatica dietro. E anche - com'è logico - se immaginiamo che fosse accompagnato da qualche servo, o che dividesse con Giuseppe d'Arimatea il peso del trasporto è sempre buffo immaginarsi i due sinedriti che si portano dietro gli oli fin dentro al pretorio per poi trasportarli sul monte Calvario. Ordunque, però, se Nicodemo non andò con Giuseppe, non vide che il tempo a disposizione, a causa delle lungaggini di Pilato, si assottigliava, e quindi non si rese conto che tutto il materiale portato non sarebbe stato utile. Aspettò sul Calvario l'arrivo dell'amico. Tuttavia Gv non fa cenno alcuno al fatto che l'imbalsamazione non fu terminata, cosicchè a rigor di termini noi non possiamo evincerlo dal testo. Solo la comparazione con la sinossi ci autorizza a farlo. Ma allora domandiamoci: questa comparazione è lecita ? Andiamo per gradi: sia la sinossi che il IV vangelo hanno un racconto, quello della deposizione di Gesù, che presenta il medesimo schema, in cui Giuseppe di Arimatea va da Pilato e ne ottiene il permesso per deporre il corpo di Gesù; si reca poi sul Golgota, compie il suo pietoso ufficio, compone la venerata salma nel sepolcro, e se ne va. La comunanza di questi elementi ci rassicura sulla storicità degli eventi. Ora, esistono particolari degli uni - i sinottici - che contrastano con quelli dell'altro, ossia Gv ? Ossia, esistono elementi che permettono di considerare falsa e inquinata la testimonianza dell'uno o dell'altro filone narrativo? E se si, quale dei due è falso? Per rispondere dobbiamo leggere i passi e vedere se ci sono cose che si escludono a vicenda. Il primo da cui partire è Matteo 27,57-61. Egli, che scrisse per primo, ci dice che Giuseppe entrò in scena quando si faceva sera. Egli si presentò a Pilato, chiese e ottenne il corpo di Gesù, salì al calvario, depose il Cristo, e lo avvolse in un lenzuolo bianco. Indi, lo adagiò nel suo sepolcro nuovo - mettere la salma di un condannato a morte in una tomba con altri defunti avrebbe profanato questi ultimi - chiuse l'entrata e se ne andò. A tutto questo assistettero le Pie Donne. Marco scrisse poi nel suo vangelo (15,42-47) che Giuseppe, quando sopraggiunse la sera, poichè era parasceve - ossia poichè incombeva l'obbligo del riposo - si fece coraggio e andò da Pilato per compiere il suo dovere di discepoli: farsi dare il corpo di Gesù e seppellirlo. E' Mc 15, 44-45 a dirci ciò che Mt e Lc tacciono, ossia che "Ho dè Pilâtos ethaúmasen, ei ede téthneken, kaì proskalesámenos tòn kenturíona eperotesen autón, ei pálai apétasen; kaì ghnoùs apò toû kenturíonos edoresato tò ptoma to Iosef. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe". La narrazione procede poi tranquilla, senza riservarci sorprese: Giuseppe, comprato - evidentemente prima - un lenzuolo, calò Gesù dalla Croce e lo avvolse in esso, per poi seppellirlo in un sepolcro scavato nella roccia. A tutto questo assistettero le Donne. Lc 23,50-55 non si scosta dal tracciato, tanto che non vale la pena di farne il sunto. Tuttavia annota al v. 54: ""kaì heméra en paraskeues, kaì sábbaton epéfosken, era il giorno della parasceve e già splendevano le luci del sabato”. Quell'imperfetto alla fine del racconto indica che le luci erano state visibili per tutto il tempo in cui Giuseppe aveva agito, dalla deposizione in poi. Praticamente Lc indica ciò che Mt e Mc avevano detto più sobriamente: Giuseppe corse contro il tempo. La piccola inchiesta di Pilato attardò ulteriormente le procedure.
In cosa differisce questo quadro da quello di Gv ? Praticamente in nulla, perchè egli si limita ad aggiungere due particolari: il ruolo di Nicodemo e l'uso di bende, più preciso rispetto al generico lenzuolo, sul corpo aromatizzato secondo l'uso giudaico. Gv non accenna allo scorrere inesorabile del tempo, se non alla fine, quando parla del sepolcro. Praticamente Gv fa intendere che i due discepoli dovettero affrettare le loro azioni alla fine, mentre prima forse avevano indugiato un pò. Quest'annotazione fa il paio con quella di Lc, per cui i sinottici e Gv non hanno divergenze.
Ma se i racconti della deposizione non differiscono e non si possono smentire a vicenda, come mai troviamo solo in Gv la menzione dell'imbalsamazione dei discepoli, e come mai non si parla della missione delle donne allo stesso scopo? In realtà, neppure Mt sembra parlare di imbalsamazione da parte delle Donne, e anzi non cita nessun procedimento analogo, quasi suggerendo che il corpo fosse abbandonato a se stesso, in contrasto con la genuina pietà giudaica. Ma come abbiamo visto il verbo theoresai (28,1b) indica un esame accurato che, per metonimia, può essere stato riferito al sepolcro e non alla salma venerata. Mc e Lc invece precisano che le Donne andarono a imbalsamare Gesù. Tuttavia appare ridicolo - a noi che non imbalsamiamo più i morti - che un simile rito si facesse a tre giorni dal decesso; evidentemente, lo sembrava ancor di più a quei tempi, per cui appare logico supporre che la sepoltura citata da Lc e Mc implicasse anche l'imbalsamazione, sommaria e incompleta, per giustificare l'azione delle Done. Non la citano, perchè incompleta. La presuppongono, perchè necessaria. Gv non ha dunque potuto raccontare ciò che tacciono i sinottici ? E se i sinottici avevano sottaciuto l'opera di Giuseppe e Nicodemo, per enfatizzare quella delle Donne, Gv non avrebbe potuto fare il contrario? Non solo, ma se riflettiamo sulle fasi del rituale funerario, abbiamo: l'avvolgimento in bende e l'unzione in Gv e l'avvolgimento nel lenzuolo dei sinottici. Ora, quali fasi sono ovvie nel rituale giudaico? evidentemente la bendatura e l'aromatizzazione. Quando Lazzaro risorge, esce bendato dal tumulo. E allora perchè i sinottici parlano solo del lenzuolo? Perchè il suo acquisto è un gesto particolare di pietà per il defunto. Dunque gli altri sono dati per scontati. Non a caso Lc dice che Pietro, recatosi in visita al sepolcro, vide solo le bende (24,12), che pur non aveva nominato (23,53). Gv, che scrive dopo la diaspora, quando ormai alcune usanze giudaiche andavano perdute, e quando ormai pochi ricordavano il ruolo di Giuseppe e Nicodemo, aggiunge esplicitamente il dettaglio, omette sul momento di parlare del lenzuolo e cita espressamente bende e sudario poco più avanti, quando Pietro va al sepolcro (20,6-8)- episodio comune a Lc, per cui i due vangeli attingevano alle stesse fonti. Del resto, Gv è un testimone privilegiato, che parla di ciò che vide, essendo rimasto fino all'ultimo sul Calvario. Anche le Donne, che in Lc 23,55 assistettero alla sepoltura di Gesù, evidentemente vedendo che il rito di unzione non era completo, concepirono il disegno di ritornarvi personalmente, come attesta lo stesso Lc 23,56. Vale la pena di evidenziare che Gv 20,7a, dicendo dopo che il sudario era stato posto sul capo di Gesù, ci fa capire che esso aveva avvolto il corpo in verticale e non orizzontalmente, essendo tali lini più lunghi che larghi. Ma veniamo ora ai racconti giovannei direttamente concernenti la Resurrezione (20,1-21,25).
In 20, 1-18, Gv racconta come la Maddalena visitò il sepolcro e vide il Risorto. E' l'apparizione citata nella finale di Mc. Gv non narra la visita delle Donne, secondo una specifica scelta stilistica: egli integra e supporta gli altri tre, sempre. Mt, Mc (considerato senza la finale) e Lc non hanno parlato della Maddalena, e lui non parla delle Donne, come non parla di nessun altro evento pasquale riferito dagli altri tre. Del resto, egli non ha nessun miracolo in comune coi Sinottici, nè discorsi, nè un vangelo dell'infanzia; anche nella lunga parte sull'ultima Cena, non parla dell'istituzione dell'eucarestia. Tanto è certo della sua funzione integrativa.
La Maddalena in Gv 20,1b va al sepolcro "proì skotìas éti oúses, di buon mattino, quand'era ancora buio". L'orario coincide con quello dei sinottici, che tra l'altro danno Maria con le altre donne. Non si può dunque credere che la Maddalena andasse sola, nè che tornasse dopo aver visto gli angeli, da sola e prima delle altre: non avrebbe detto (v. 2b): "Eran tòn Kúrion ek toû mnemeíou, kaì ouk oídamen poû éthekan autón. Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l'hanno posto". Come mai allora Gv la fa andare da sola ? Forse che la Maddalena precedette di poco le altre, constatò che il tumulo era vuoto, lasciò le amiche sopraggiunte e tornò dagli apostoli, mentre gli angeli apparivano in sua assenza ? Tanto varrebbe dedurre che se ne sarebbero dovute andare tutte: che facevano alcune donnette sole in una tomba profanata da un misterioso furto ? Meglio è ricordare che Mt e Mc usano la forma veloce, quindi possono aver riassorbito nel loro denso racconto l'allontanamento della Maddalena, non appena ella ebbe vista la pietra rotolata. La reazione emotiva è coerente col personaggio, che probabilmente neanche entrò, e che da "capogruppo", si assunse spontaneamente l'onere di avvisare gli XI. Mt usa una forma velocissima ed ellittica proprio quando dovrebbe parlare del fatto in questione; Mc ha versetti più piani proprio in corrispondenza dell'arrivo al sepolcro, ma ben centrati sull'azione del gruppo, per cui può ragionevolmente aver tralasciato l'allontanamento di una donna. Non a caso, la Finale lo integra, e non solo in questo. Inoltre, se Maria si allontanò dopo essere entrata nel sepolcro - e non all'ingresso come sembra suggerire Gv - questo gesto potrebbe ricadere nella descrizione veloce dell'angelofania, e quindi essere omesso. Appare logico immaginare che la donna sia entrata nel tumulo, per vedere che cosa fosse accaduto al corpo di Cristo. Crea un imbarazzo maggiore il silenzio di Lc, ma la particolare costruzione del brano nel suo vangelo giustifica l'omissione. Infatti, egli menziona una per una le donne solo alla fine del racconto della Resurrezione, attribuendo loro genericamente tutte le azioni susseguitesi dalla sepoltura di Gesù in poi. La Maddalena, citata alla fine, come chiunque altra, avrebbe potuto benissimo partecipare solo ad alcune delle azioni e non a tutte. Ma, se Mc adoperò la forma veloce e non ci dice che la Maddalena entrò nel sepolcro, allora anche Gv adopera la forma veloce: perchè non ci dice che Maria entrò, ma solo che "blèpei, vide" la pietra rotolata (v.1). Questa affermazione ha dei riscontri ? E' evidente che i vv.3-9 sono scritti con ricchezza di dettaglio. Se c'è una forma veloce si colloca nei vv. 1-2. Paradossalmente, proprio il silenzio circa la presenza di altre donne - con tutte le omissioni che comporta - depone a favore della forma veloce. Del resto, l'elemento fondamentale di ogni forma veloce, e cioè l'omissione di un passaggio logico secondario nel racconto, qui c'è ! Si dice infatti (v. 1b) che la Maddalena " blèpei tòn líthon erménon ek toû mnemeíou; vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro". In base a ciò ella si ritiene in dovere di correre dai discepoli per dire che il corpo non c'è più ! Ebbene, chiunque vada a far visita ad un mausoleo e lo scopra aperto, prima di dire che dentro non c'è il corpo del defunto, vi deve almeno entrare ! Dunque la Maddalena entrò, ma Gv non lo dice, per lo stile ricalcato su quello di Mt e Mc. Del resto, quando al v.2b dice agli apostoli Pietro e Giovanni al plurale "kaì ouk oídamen poû éthekan autón; non sappiamo dove l'hanno posto", suppone di aver fatto la ricerca non da sola, ma con altre, sebbene non menzionate! Abbiamo individuato l'omissione di un secondo passaggio logico minore: quello delle Donne con Maria di Magdala, presenti perchè non citate. La forma è talmente veloce che non riporta i dettagli, ma al tempo stesso cronachistica, perchè riporta le parole della protagonista così come le disse. I presenti storici (si recò, vide, corse, disse sono in realtà un “si reca, vede, corre, dice: érkhetai, blépei, trékhei, léghei”, ecc.) suggeriscono l'istantaneità delle azioni ed equivalgono a degli aoristi. L'atmosfera è chiaramente trafelata, e c'è motivo di credere che il colloquio con gli apostoli sia stato più lungo di quanto riportato. Anche il v. 3 è dunque velocizzato. Del resto, Gv non dice dove la Maddalena andò a trovare i discepoli, e questa omissione di luogo è tipica della forma rapida. Probabilmente fu nel cenacolo, dove c'erano evidentemente anche gli altri XI, che però non vengono nominati per il solito motivo.
E' importante puntualizzare che, dal v. 4 in poi, "mvemeîon, sepolcro" va inteso in senso stretto, come "camera mortuaria", secondo l'uso degli scrittori attici. Gv giunge per primo sulla soglia. Se infatti fosse arrivato solo all'ingresso del vestibolo, guardando dentro non avrebbe potuto vedere le bende, che erano nella camera mortuaria. Simon Pietro entrò per primo nella camera e vide quello che poi anche Gv vide, che però lo descrive come se lo vedesse con gli occhi di Pietro. La forma è assai lenta (vv.4-7): "proédramen tákhion, corse più veloce", "elthen protos, giunse per primo", "parakúpsas, chinatosi", "ou méntoi eiselthen, ma non entrò", "akolouthon auto, lo seguiva", "tà othonía keímena, le bende per terra", "tò soudárion, khoris entetulighménon eis héna tópon, il sudario piegato in un luogo a parte" - cioè in un angolo della nicchia. Questi particolari, descritti in modo visivo, quasi contemplativo, tradiscono un testimone oculare in colui che scrive. Al v. 8, l'altro discepolo "epìsteusen, credette" alle parole della donna, e non alla Resurrezione, come spiega al v. 9. Ciò che i discepoli si dissero dopo questa stupefacente visita, fatta in un silenzio assoluto, non ha importanza: essi non avevano capito che Gesù era risorto. Per questo Gv non nomina nemmeno lo stupore di Pietro ricordato da Lc. Gv dice ai vv.9-10 "apelthon oûn pálin pròs heautoùs oi mathetaí, intanto se ne tornarono di nuovo a casa", ossia, mentre pensavano a tante vane ipotesi, non avendo ancora compreso "hóti deî autòn ek nekron anastenai, che egli doveva risuscitare dai morti", invece di lasciare Gerusalemme, gli apostoli continuavano a rimanere insieme. Evidentemente la paura del sinedrio e le pendenze del gruppo in disfacimento li tenevano ancora uniti. Senza parlare poi dell'obbligo del riposo pasquale, che vietava viaggi lunghi - e gli apostoli erano quasi tutti della Galilea. Molti poi dovevano essersi radicati in Sion. Infatti il clan della Madre di Gesù era di origine gerosolimitana - la domus Mariae, casa natale della Vergine risalente al I sec. e già da allora adattata a luogo di culto, è sotto l'attuale basilica di Sant'Anna - e aveva proprie tradizioni religiose, legate alla Piscina di Betesdà, il cui culto iatrico salomonico fu poi da loro in parte cristianizzato per gli ebrei convertiti. Gv, legato a Maria, e i "fratelli" di Gesù, erano dunque incardinati nella città .
Dal v. 11 al v. 18 è ancora adoperata la forma veloce, interrotta evidentemente solo dai ricordi del testimone oculare nonchè protagonista dei vv. 3-8. Gv omette i discorsi che sicuramente Pietro e Giovanni fecero con la Maddalena, per farla venir via. In ogni caso, quel v. 11 si riconnette ai vv. 6-8: la Maddalena "stava", ossia rimase "all'esterno, vicino al sepolcro" (heistekei pròs to mnemeío éxo), ossia nel vestibolo, e "piangeva" (klaíousa), ossia pianse per tutto il tempo in cui i discepoli fecero ciò che è descritto ai vv. 4-8. Probabilmente la donna arrivò dopo Pietro, ma Gv non lo dice. Ancora, su di lei, grava la forma veloce. L'omissione dei particolari ancora suggerisce le fasi convulse della vicenda da lei vissuta. Così la struttura di 20,1-18 è ad anello: due sezioni (vv. 1-2; 11-18) tematico-stilistiche, in cui è protagonista la Maddalena e che sono narrate velocemente, e una sezione centrale (9-10) disomogenea, in cui protagonisti sono i discepoli, con la narrazione lenta, ossia con l'indugiare su ciò che è stato visto dai testimoni oculari. Il v. 3 fa da trapasso: afferisce al tema della sezione centrale, ma è scritto nella forma della prima sezione; lo stesso dicasi dei vv. 9-10. Sono come una nicchia di cronaca che l'autore si ricava nella conformità stilistica del racconto, la particolarità, l'unicum di esso, che non può ovviamente caricarsi dei sottintesi della forma veloce, i passaggi visti coi propri occhi, che l'autore considera cuore del passaggio da comunicare attraverso lo scritto: la tomba vuota e la posizione delle bende, infatti, sarebbero bastati a fondare la fede nel Risorto, anche se i discepoli non capirono.
Maria, quando rimase sola vicino al sepolcro, pianse a lungo. Piangendo, si chinò verso il sepolcro, ossia si sporse verso la porta e le scale che conducevano nella camera sepolcrale. Evidentemente la Maddalena piangeva appoggiata alla parete, e poi, in un momento di particolare commozione, dev'essersi accoccolata a terra e si deve essere piegata in basso, lungo la parete dell'arco che sovrasta gli scalini che conducono nella camera sepolcrale, abbassata rispetto al vestibolo, e deve aver distintamente visto la nicchia sepolcrale. Presso la nicchia scorse subito due angeli disposti agli estremi: ci accorgiamo di essere nella solita forma affrettata perchè la Maddalena non riporta alcuna espressione di stupore o venerazione per i due suoi celesti visitatori, anzi entra subito nel colloquio (v. 13); evidentemente, poi, la Maddalena deve aver avvertito una presenza alle sue spalle, e distogliendosi dal celeste colloquio, si girò e vide quello che scambiò per il giardiniere. Evidentemente, dopo aver visto il giardiniere, Maria dev'essersi girata nuovamente verso gli angeli, forse per vedere come l'uno e gli altri reagissero alla presenza reciproca, o solo per non abbandonare due esseri celesti per un uomo; ma Gv non lo dice. Altrettanto evidentemente, deve aver constatato la sparizione degli spiriti, visto che non sono più citati, ma anche questo è omesso. Si trapassa invece dal breve colloquio con gli angeli di Maria al dialogo tra lei e Cristo. Inoltre, dopo, aver pronunziato le parole del v. 15, Maria si dev'essere rigirata verso il sepolcro, altrimente Gv non scriverebbe al v. 16 "strafeîsa, voltatasi verso di lui". Anzi, dalle parole di Gesù "Me mou háptou, non mi trattenere", se ne deduce che la Maddalena (v. 17) si era slanciata verso il Maestro per abbracciarlo. Al v. 18 il racconto dell'apparizione è interrotto bruscamente: dando per scontato lo sparire di Gesù, l'avverbio "subito" della traduzione italiana esprime lo slancio degli ultimi istanti, quando Maria, scomparso Cristo, lascia il sepolcro per obbedirgli. Gv usa il presente storico, con la sua carica di immediatezza: érkhetai. In quanto poi alla reazione degli apostoli all'annunzio di Maria, Gv non dice nulla: probabilmente si rifaceva a Mc che aveva già ricordato la loro incredulità.
Bella la puntualizzazione: "Léghei auto ebraistí: rhabbouní, hò léghetai didáskale. Gli disse in ebraico: - Rabbunì ! - che significa: Maestro !" Ora, perchè un autore greco con un pubblico ellenofono sente il bisogno di evidenziare ciò che Maria disse in ebraico? Forse per il significato ? Ma rabbunì è più solenne di rabbì, e significa propriamente maestro mio. Quindi Gv non dà la traduzione esatta, ma la parola in sè. Perchè? Forse perchè i due parlarono in aramaico. O perchè parlarono in greco, o in un greco dialettale, semitizzato. In effetti, in questo caso avrebbe senso ancor di più citare una parola ebraica, che scaturirebbe dal cuore. Ciò però supporrebbe che almeno una parte del pubblico di Gv sapesse e supponesse che Gesù conoscesse il greco e lo parlasse. Maria era una galilea, e poteva saperlo. Ma anche Gesù lo era. Che a Gerusalemme poi si parlasse greco, lo sappiamo - come ho già detto - dalle iscrizioni del tempio e dall'insegna sulla croce di Cristo stesso, e anche da altri indizi. Chi scriverebbe in greco, se nessuno lo potesse leggere e parlare ?
Ricostruiamo - così da riannodare le fila del nostro discorso - gli eventi della mattina di pasqua. Le Donne radunano i mezzi per imbalsamare Cristo e si accingono a partire per il sepolcro. Contemporaneamente le guardie di Pilato sono messe fuori gioco dall'angelofania. Mentre esse sono tramortite, e le donne per strada, Gesù risorge - senza testimoni. Le guardie rinvengono e rientrano in città. Le Donne arrivano, probabilmente da un'altra strada, e vedono il sepolcro aperto, in cui Gesù non c'è più. Fatta questa constatazione, la Maddalena corre ad annunziare la misteriosa traslazione ai discepoli. Mentre lei è via, i due angeli si mostrano alle altre Donne. Queste lasciano in fretta il sepolcro, ma non tornano subito dagli apostoli. Nel frattempo giungono Pietro e Giovanni; compiuta la visita, tornano increduli indietro, mentre la Maddalena rimane, e vede prima gli angeli e poi Cristo. Nel frattempo le Donne hanno comunicato agli XI la visione degli angeli. Ma gli XI non ci credono. Subito dopo i Due di Emmaus partono. Dopo arriva la Maddalena, ma non credono neanche alle sue visioni. Ritornano le Donne, che hanno visto anch'esse Cristo, ma neanche sono credute da tutti. Il gruppo continua a sfilacciarsi. Pietro si allontana, probabilmente di pomeriggio. E vede Cristo. Torna indietro e lo racconta. I discepoli sono persuasi, ma gli apostoli no. Arrivano i Due di Emmaus, e raccontano la loro esperienza. Ma gli XI sono sempre increduli. Solo la sera Gesù si manifesterà loro.
Gv riprende il suo racconto la sera appunto (v.19). Ciò che aveva da aggiungere sui fatti del sepolcro, lo ha scritto. Ora passa ad aggiungere dettagli sulla cristofania del Cenacolo, integrando Mc e Lc. Gv, testimone oculare, racconta ciò che lo colpì: Gesù entrò a porte chiuse. Disse: "Eirene humîn, Pace a voi !". E' il saluto anche in Lc 24,36, che narra tutto ciò che Gesù fece per convincere i suoi di non essere un fantasma (vv.37-49). Gv 20, 20b dà tutto per presupposto e, in una forma che s'incastra con quella di Lc, comunica il risultato delle dimostrazioni di Gesù: "Ekharesan oûn oi mathetaì idóntes tòn Kúrion. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore." L'unica prova ricordata è la prima che Gesù esibisce: le mani e il costato. Il pranzo è omesso. Omessi i rimproveri agli increduli. Gv ha a cuore di evidenziare il messaggio del Risorto (vv. 21-23), che poi disparve. L'evangelista comunica con un eloquente silenzio il più enigmatico potere del Cristo risuscitato: la capacità di materializzarsi e smaterializzarsi a piacimento.
Inoltre Gv racconta il celeberrimo episodio di Tommaso, assai significativo. Questi, rientrato nel gruppo nei giorni successivi, ascoltò il racconto dei condiscepoli, e non vi credette. Gesù rispose alla sua incredulità con un'apparizione simile alla prima. Commentare adeguatamente la delicatezza dello stile di Gv in queste pagine frutto della sua esperienza è veramente arduo. Gesù ripete gli stessi gesti di Pasqua, e Gv li narra con le stesse parole (vv. 19-26): il Maestro ha replicato tutto, ma per una sola persona, e infatti il trapasso è immediato: dopo aver augurato la pace a tutti, si volge al solo Tommaso, dicendogli con un tono di rimprovero addolcito da condiscendenza: "fére tòn dáktulón sou hode kaì íde tàs kheîrás mou, kaì fére ten kheîrá sou kaì bále eis ten pleurán mou, kaì me ghínou ápistos allà pistós. Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere più incredulo, ma credente !". Il tono si fa via via più sostenuto, come sottolinea l'interpunzione, e Tommaso risponde, confuso e meravigliato, pentito e felice: "Ho Kúriós mou kaì ho Theós mou! Mio Signore e mio Dio!". In una pagina di così intensa commozione, è probabile che a Gv sia sfuggito di evidenziare che Tommaso s'inginocchiò. In effetti, il contesto è sufficientemente espressivo per indicarlo senza profferire parola. E Gesù parla ancora a lui, dicendo però parole che sarebbero valse per chi, nei secoli, le avrebbero lette e sentite: "Hóti heorakás me, pepísteukas; makárioi oi me idontes kaì pisteúsantes. Perchè hai veduto, hai creduto. Beati quelli, che pur non avendo visto, crederanno !". E disparve.
A chi crede che un simile episodio sia un'aggiunta tardiva, maturata in ambiente pagano, quando ormai la rottura tra Sinagoga e Chiesa si era compiuta, vale la pena di far notare l'arcaico impianto semitico della visione: Gesù si mostra, ma sottolinea il primato dell'ascolto della parola. E' l'ascolto che dà la fede, non la visione. Mentre la cultura greca, da Platone in poi, contempla la verità nella visione iperuranica delle idee - la cui radice è Id, che indica appunto il vedere - quella giudaico-cristiana sottolinea la necessità di udire la parola di Dio e del suo intermediario: il profeta, il messia e l'apostolo. Il discredito che Gesù getta sulla prova visiva sembra quasi contraddittoriamente ribaltare il valore probante della sua stessa apparizione, valida per convincere umanamente, ma non per suscitare meritoriamente la fede.
Facendo una nuova sinossi, diremo che Mc condensa le apparizioni agli XI nella sua breve finale, Lc raggruppa le visioni successive alla pasqua nelle note sui quaranta giorni, e solo Gv, delicato e sensibile, ci ha conservato questa splendida visione secondaria, dedicata ad un solo apostolo. E con essa Gv crede bene di dover chiudere il vangelo. In effetti, nessuna chiusura poteva essere migliore, non volendo l'autore dilungarsi su fatti già raccontati da Lc.
Sarà probabilmente sempre un mistero il motivo per cui nessun evangelista - e tantomeno Gv - ha sentito il bisogno di armonizzare espilcitamente i racconti della resurrezione. Se è fuor di dubbio che ognuno completa simmetricamente l'altro, è altrettanto vero che nessuno riprende il precedente in modo esplicito, citandolo. Questa cosa può dipendere dalla forte relazione con la tradizione orale, che colma le lacune con la catechesi; ma ciò implica anche la sfiducia profonda nel testo stesso, non concepito per essere autonomo, nè per durare nei secoli. Scomparsa la generazione apostolica, emersero le difficoltà interpretative, rese ancor più difficili dalla sacralizzazione dei testi. Gli interventi di armonizzazione si giocarono ai margini della generazione degli scrittori (cfr. la Finale di Marco), e la loro scomparsa li lasciò incompleti. L'armonizzazione tra Gv e i Sinottici per i fatti del sepolcro è sicuramente la più difficile: ma va scartata sia l'ipotesi di una indipendenza dei testi, smentita dai rimandi interni degli altri passi del Quarto Vangelo ai suoi predecessori, sia quella di una oscurità voluta, che non avrebbe senso in un'operazione di falsificazione, e che invece dipende dalla scelta della forma veloce che obbligatoriamente i Vangeli adoperano per i fatti del sepolcro. Questa scelta - su cui abbiamo detto qualcosa qua e là - non aiutava i lettori di secolo successivi a capire cosa successe a Gerusalemme in quei giorni, ma certo riprendeva sia la consapevolezza stilistica dell'importanza dell'evento, invalsa sin dalla stesura del Vangelo di Mt, sia probabilmente l'effetto oratorio della predicazione orale, deliberatamente veloce, densa e emozionante, evidentemente decisa tra i XII e che Gv, che apparteneva a quel gruppo, volle conservare sino alla vecchiaia, mentre Mc la riprese da Pietro e Lc, che l'attutisce molto, la conservò appunto per fedeltà ai modelli. La forma veloce infatti suggerisce il passaggio rapido del Cristo dalla morte alla vita, dei discepoli dalla tenebra alla luce, e il trionfo subitaneo di Dio, il suo irrompere nella storia in modo repentino e drastico. Si potrebbe credere che tale stile è ripreso dai Quattro Evangeli da fonti preeesistenti, per cui essi non avrebbero conosciuto direttamente i fatti, nè li avrebbero ricostruiti essi stessi; ma il fatto che ognuno aggiunga episodi della Resurrezione in uno stile non veloce (Mt il rapporto delle guardie, Lc i Due di Emmaus, Gv l'apparizione in Galilea) dimostra che gli autori attingevano ad ampie conoscenze per diversificarsi e che quindi ripetevano il racconto affrettato dei fatti del Sepolcro per convenzione.
Come e perchè Gv abbia deciso di aggiungere il cap. 21 rimane un mistero. Forse fu aggiunto dai suoi discepoli per giustificare il fatto che l'apostolo, nonostante tutto, fosse morto, mentre in molti credevano che fosse immortale. La negazione dell'immortalità di Gv, fatta risalire all'interpretazione delle parole di Gesù nel cap. 21, 23 -"exelthen oûn hoûtos ho lógos eis toùs adelfoùs hóti ho mathetes ekeînos ouk apothneskei; ouk eîpen dè auto ho Iesoûs hóti ouk apothneskei, all’eàn autòn thélo ménein héos érkhomai, tí pròs sé? Si diffuse la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Ma Gesù non disse che non sarebbe morto, ma: Se voglio che rimanga finchè io venga, che importa a te?" - serviva anche a mantenere viva la fede nel Ritorno di Cristo, che sembrava smentito dalla morte del discepolo prediletto. Gesù non aveva vincolato il suo ritorno alla vita di Gv, quindi si poteva ancora attenderlo. D'altro canto, se gli ultimi versetti sono sicuramente usciti dalla penna dei discepoli di Gv, come del resto si legge esplicitamente (v. 24 b: "kaì oídamen hóti alethes autoû e marturía estín, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera", fa chiaramente intendere che i redattori sono più d'uno, e persone distinte da Gv appena nominato), è anche vero che il v. 25, che chiude il Vangelo, ha il soggetto al singolare, per cui il narratore sembra essere tornato uno solo. Vero è che per forza di cose l'estensore del cap. 21 doveva essere uno solo, e quindi qui avrebbe parlato in quanto autore mentre al versetto precedente avrebbe presentato la testimonianza collettiva della comunità per convalidare il suo racconto. Ma lo stile del cap. 21 è di Gv. La ripetizione del concetto di 20, 30-31 in 21, 25 è di Gv, che ama tornare su cose dette per chiarirle (basti leggere la sua prima lettera). La preoccupazione di puntualizzare che il Vangelo non esaurisce tutti i fatti di Gesù è di Gv in quanto testimone apostolico. Per cui forse egli stesso aggiunse l'appendice al suo vangelo, e i suoi discepoli aggiunsero solo il v. 23 e il v. 24 b, mentre il v. 24 a è una firma perifrastica, in terza persona. Addirittura potrebbe Gv stesso aver puntualizzato che Gesù non gli aveva promesso l'immortalità, per non lasciare disorientati i suoi discepoli con la sua imminente dipartita, e 24 b potrebbe essere stato inserito per suo volere, affinchè questa aggiunta, evidentemente tardiva, fosse riconosciuta autentica anche dopo la sua morte dalla testimonianza della sua Chiesa locale. Una cosa è certa: il racconto è troppo lungo per avere l'unico fine di smentire l'immortalità di Gv.
Dobbiamo molto al Quarto Evangelo per questo capitolo. Il suo stile soave è la trama sottile ed elegante che unisce insieme le parti di quest'ultimo, significativo racconto. L'occhio del testimone è sempre presente e ci restituisce particolari affatto secondari, fondendoli però in un racconto mai lezioso o pedante, ma al contrario pervaso nei suoi aspetti più minuti di raro senso poetico. E' di sicuro il più letterariamente riuscito dei passi evangelici sulla Resurrezione, accanto a quello lucano dei Due di Emmaus. Ma questo di Gv vibra di più. Esso verte sulla terza apparizione di Gesù ai suoi. Si riallaccia a quanto Egli aveva fatto promettere agli XI dalle Donne in Mt 28, 10b: " Híva apélthosin eis ten Galilaían kakeî me ópsontai, che vadano in Galilea e là mi vedranno". Gv presuppone Mt 28,16, che a sua volta lasciava intendere che in Galilea erano accadute più apparizioni ("eis tò òros hoû etáxato autoîs, il monte che aveva loro fissato" presuppone un incontro anteriore) non raccontate da nessun vangelo. Praticamente tutto il ciclo dei Quaranta Giorni di Lc si svolse in Galilea e terminò con la visione sul Monte descritta da Mt alla fine del suo vangelo. Ora Gv ci racconta la visione che aprì i Quaranta Giorni. Il fatto che la visione abbia creato l'opinione dell'immortalità di Gv fa intendere che essa era arcinota prima ancora di essere scritta. Il racconto inizia con l'elenco dei presenti (v. 2): ancora una volta troppi per essere vittime di una suggestione, che peraltro non avrebbe nessun tratto d'isterismo, essendo legata ad atti prosaici come il lavoro o il pranzare, come del resto le visioni del Cenacolo e di Emmaus. I discepoli erano andati probabilmente a Cafarnao, dove avevano risieduto con Gesù, che aveva ordinato di recarsi in Galilea senza specificare dove. Al momento dell'apparizione, erano giunti o erano presenti solo cinque apostoli e due discepoli. Era sera (v. 3 d). Gv ci restituisce l'atmosfera carica di attesa dubbiosa e un pò ansiosa, alle spalle delle parole recise pronunziate. E' Pietro che lancia l'idea di andare a pescare. Probabilmente gli apostoli avevano ripreso il loro mestiere. "Exelthon oûn kaì enébesan ei tò ploîon, kaì ev ekeíne te nuktì epíasan oudén. Allora uscirono (evidentemente di casa o dal molo) e salirono sulla barca ecc." Ma la notte passò senza nulla prendere. A questo punto l'aria di malinconia titubante è rotta da un viandante, che i discepoli non riconoscono - come i Due di Emmaus - e che, ormai all'alba, con linguaggio da pellegrino grida chiedendo del cibo. Alla risposta negativa dei discepoli, motivata dalla cattiva pesca, il viandante risponde indicando dove gettare le reti. Questo particolare secondario prepara il capovolgimento: i discepoli, finora troppo incerti per essere considerati uomini di fede, forse persino un pò rudi con lo sconosciuto, seguono il consiglio supinamente e pescano a lato. L'esito miracoloso e istantaneo apre loro gli occhi: il v. 6 b tradisce emozione e stupore. Giovanni è il primo a capire e dice a chi come lui amava Cristo al v.7: "Ho Kypiós estin! E' il Signore!". Non ci sono parole per esprimere la vividezza dei vv. 7-8: Pietro si getta in acqua senza indossare il camiciotto ma solo cingendolo: è un gesto istintivo e dettato dall'emozione; gli altri si attardano a trascinare la pesca lentamente, a causa del peso, nonostante la breve distanza dalla riva, scrupolosamente segnata dall'autore testimone, assieme al numero dei pesci. Gv rimane in barca, e descrive i suoi ricordi. Lo ha colpito il gesto di Pietro. Egli, che pescava in maglia ("ghymnós, nudo"), normalmente sarebbe tornato in barca. Lì avrebbe ripreso dal fondo della barca il camiciotto, asciutto, e lo avrebbe indossato, per camminare decorosamente. Preso dalla foga, Pietro, che non vuole andare a terra "nudo", dimentica tuttavia che, gettandosi in acqua con il vestito, lo bagnerà tutto. Pensa a sbrigarsi, e non lo indossa, limitandosi a cingerlo, ma dimentica che in ogni caso lo bagnerà. Qui il filo dei fatti si spezza perchè appunto Gv rimane in barca. Una volta a riva, rivede Gesù che prepara la brace. Evidentemente erano approdati non al porto. La patina con cui Gv riveste il racconto è di una sottile ma accorata commozione: colui che aveva chiamato Signore cucina con premura. Tutti tacciono. Pietro è pronto agli ordini del maestro. La rete non si spezza. E' una cronaca giornalistica. Ma anche un'esperienza di fede. Gv 21,12b annota che nessuno chiese al viandante "Sù tís eî? Chi sei?", perchè sapevano che era Gesù. Segno che il suo aspetto, a Cafarnao come a Emmaus e al Sepolcro davanti alla Maddalena, è misteriosamente cambiato. Mentre nel Cenacolo era comparso uguale, come alle Donne. Questa fenomenologia parapsicologica è ancora una volta ben lungi dalla suggestione, anzi ne capovolge le regole: essa tende a riconoscere fatti noti in quelli nuovi, qui invece si stenta a farlo. La consapevolezza dell'identità dell'interlocutore misterioso è tutta intellettuale, non sensoriale. Al massimo è legata alla voce o ai gesti. Qui al miracolo della pesca, noto ai discepoli. Gesù ricrea la familiarità con i discepoli invitandoli a mangiare. E loro sono profondamente intimiditi e turbati. Il pranzo passa in silenzio, e il Risorto appare sotto l'aspetto dell'ordinarietà, in cui si mangia e si beve. Proprio in quei frangenti i discepoli compresero la realtà concreta di ciò che andavano vivendo: e infatti solo a questo punto Gv (v.14) dice: "Toûto ede tríton efanerothe Iesoûs toîs mathetaîs eghertheìs ek nekron. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli dopo essere risuscitato".
Dopo pranzo Gesù ammaestra i suoi discepoli e Pietro. Il dialogo, semplice e bellissimo, è di scultorea bellezza, senza sdolcinature. La richiesta di affetto di Gesù è sincera e profonda, perchè fatta al suo vicario. Ed è solenne (v.15): "Simon Ioannou, agapâs me pléon toúton ? Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" Sono citati nome e cognome, e l’uso del verbo è enfatico. "Hoûtoi, costoro" sono gli altri che pur lo amavano e dovevano amarlo. E Pietro chiama a testimonianza la conoscenza del Maestro: "Naí Kýrie, sù oîdas hóti filo se. Certo, Signore. Tu sai che ti amo." Lo chiama Signore, perchè lo considera Dio. Ma Gesù insiste, e Pietro replica con le stesse parole. Ma all'ultima richiesta, meno solenne ma più intima, che chiama in causa l'amore di Pietro di per sè, senza confronti, l'Apostolo è addolorato. Sa che Gesù non solo dubita che lo ami più degli altri, ma che lo ami proprio. E allora diventa lui solenne (v.17b): "Kýrie, pánta sù oîdas; sù ghinoskeis hóti filo se! Signore, tu sai tutto. Tu sai che io ti amo!" Pietro sa che Gesù conosce il suo amore. Ma sa di averlo tradito. Gesù sa, come Dio, che Pietro lo ama, ma vuole sentirne il calore anche come uomo. E ad ogni attestazione di amore - tre come i rinnegamenti - Gesù risponde con la conferma del primato, sulle pecorelle e gli agnelli, i fedeli e i pastori. Traspare in filigrana l'amicizia, sia pure non paritaria, tra Gesù e Simone. Ma l'amore è esigente, e Gesù, alla terza professione di affetto, fa seguire la profezia che verte sulla crocifissione di Pietro al v. 18 ("Hótan de gheráses, ekteneîs tàs kheîrás sou, kaì állos zosei se kaì oísei hópou ou théleis. Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e qualcun altro ti cingerà la veste e ti porterà dove non vuoi"). Gv forse non capì subito, ma dopo sessant'anni non aveva più dubbi, e chiosò al v.19: "Toûto dè eîpen semaíon poío thanáto doxásei tòn Theón. Questo disse per indicare di quale morte doveva morire". Pietro invece capì subito, e infatti domandò ragguagli sul futuro di Gv. Ma Gesù diede la famosa, equivoca risposta.
Il brano del Vangelo si conclude con Gesù che dice a Pietro "Akoloúthei moi! Seguimi!". Ad essi si unisce spontaneamente Giovanni. Dove vada Gesù con Pietro non conta. Il valore simbolico è altissimo: i discepoli seguono il Cristo fino all'estremo.
Theorèin -
Ottobre 2005