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A cura di: Vito Sibilio
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TRINITATIS MYSTERIUM
Il mistero della Trinità: nel cuore della Divinità

“Quando Io parlo,
parla anche il Padre Mio e lo Spirito Santo,
perché Noi Tre siamo un solo Dio.”
(Nostro Signore Gesù Cristo a Brigida di Svezia)

La Santissima Trinità è il cuore del mistero cristiano. Il dogma basilare, quello che enuncia la struttura stessa di Dio. E’ sicuramente il tema più arduo, più difficile, più complesso che la mente umana possa affrontare, consapevole del fatto che in ogni caso essa mai riuscirà ad avere una piena cognizione di esso. Le anime elette passeranno l’eternità a penetrare in modo sempre più approfondito l’abisso imperscrutabile dell’essenza divina, che è appunto il suo essere trinitario, fonte inesauribile di beatitudine per coloro che sono ammessi a contemplarla col lume della gloria. La definizione di questo dogma ha impegnato, in una serrata discussione teologica, i primi trecentottantuno anni della storia del Cristianesimo, e ancora oggi non vi è dogmatica che non possa confrontarsi con questa solenne verità (1). La spiritualità cristiana si è sempre imperniata sull’immersione nella vita soprannaturale della Trinità, la quale, come un abisso di eccezionale bellezza, chiama le anime perché si perdano in Lei. Lungi dall’essere una semplice enunciazione concettuale, il mistero trinitario è infatti la causa, il fine e il sostegno di tutta la vita cristiana, del singolo e dell’individuo; l’oggetto e il soggetto del suo amore, del suo volere e della sua comprensione; il tema primario della Rivelazione e delle sue fonti; Colei che è onorata e che opera nell’economia liturgica e sacramentale; la scaturigine, il sostegno e lo scopo della legge morale; il fondamento e il clavigero di tutto ciò che esiste; la ragione profonda del mistero di tutte le cose. Naturalmente non ho la balzana pretesa di fare una trattazione sull’argomento, cosa che va ben oltre le mie possibilità. Mi limiterò a fornire delle coordinate generali, nelle quali si colloca questa grande verità della fede, professando la quale gli uomini sono salvati.

LA TRINITA’. QUESTIONI DI PRIORITA’ E DI TERMINOLOGIA

Quando i cristiani recitano il Credo, professano la loro fede in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo (2). Ossia scandiscono il dogma trinitario in relazione alle Persone Divine. Il tema della Trinità nel suo complesso è posposto, perché postulato, all’enunciazione di quanto è proprio delle Tre Persone. Questo è lo schema di solito seguito da tutti i catechismi, e questo è il modus procedendi anche della grande patristica, specie orientale, che si è dedicata all’enunciazione del mistero trinitario (3) . Io seguirò invece lo schema inverso: dapprima cercherò di enunciare il mistero in quanto tale, poi passerò a dire qualcosa, nelle prossime volte, delle singole Persone. Questo schema, introdotto nella patristica da Agostino di Ippona, ha il pregio di mostrare come, nella Trinità delle Persone, esiste l’Unità divina (4). Perciò, sebbene la scansione trattatistica basata sulla sequenza delle Persone sia basata sulla stessa Bibbia – in cui il tema trinitario non è mai trattato di per sé – seguo la lezione dell’Ipponense perché sia chiaro, per le finalità di questo modesto corso, innanzitutto il concetto e la realtà dell’Unità Divina.

Tutti sappiamo che Dio è uno solo. In ogni ente tuttavia, sulla scorta del principio di identità e di non contraddizione di Aristotele, noi distinguiamo logicamente la sostanza – detta anche natura – e la sussistenza. Tale distinzione è appunto solo logica, perché nella realtà oggettiva di ogni ente ad ogni sostanza corrisponde la sua sussistenza, che è quindi sempre e rigorosamente individuale. Intendiamo per sostanza o natura ciò che una cosa è – l’id quod est, come diceva Boezio – ossia l’insieme delle caratteristiche proprie della cosa stessa. In essa vi sono sia le caratteristiche individuali, sia quelle specifiche e generiche, per cui la sostanza di una data cosa pertiene ad una determinata categoria di cose simili. Per sussistenza invece intendiamo ciò per cui una cosa è, l’id quo est di boeziana memoria, la realtà obiettiva in cui la sostanza esiste e persiste nell’essere. Sebbene sostanza e sussistenza siano etimologicamente simili, sono dunque concettualmente differenti. Sostanza è ciò che sub-stat, sta sotto, intendendo la sua immutabilità che fa da basamento alla mutevolezza delle caratteristiche accidentali di ogni cosa, che sono appunto tali proprio perché si predicano di un soggetto sostanziale. Sussistenza è ciò che sub-si-stat, ciò che rimane, perdura sotto, ossia il suo essere un soggetto che ha in sé la propria ragione di essere, del proprio permanere.

Anche per Dio vale questa distinzione tra sostanza e sussistenza, ma con una differenza basilare: mentre la sostanza di ogni ente corrisponde ad una sola sussistenza, in Dio ad una Sostanza corrispondono tre Sussistenze. Ossia è proprio della Sostanza divina – o della sua Natura – di essere in tre Sussistenze. Da qui il termine Trinitas: una fusione tra tres e unitas.

La Sostanza divina è l’insieme delle caratteristiche proprie della Divinità: l’onnipotenza, l’onniscienza, l’immutabilità, l’infinitezza, l’eternità, la perfezione (5). Naturalmente tale sostanza non regge alcuna caratteristica accidentale, in quanto nulla esiste in Dio di mutevole; né vi sono nella sostanza o natura divina elementi specifici o generici, non appartenendo Dio ad alcuna specie o genere, perché Egli è unico. Ed è in questa assoluta unicità sostanziale che trova il suo fondamento il monoteismo cristiano (6). La sostanza divina è tecnicamente definita in latino come substantia; suo sinonimo teologico è anche il termine natura, uguale in italiano e in latino; in greco invece si usa il termine fysis, nella sua accezione di natura sostanziale, sebbene la parola in sé possa avere anche altri significati, e soprattutto la parola ousìa (7).

Le Sussistenze divine sono dunque tre. Esse sono dette anche Ipostasi o Persone. Sussistenza è termine italiano che traduce subsistentia, a sua volta traduzione di hypostasis, che può rendersi direttamente dal greco nella nostra lingua con la parola Ipostasi (8). Ipostasi è etimologicamente sia la sostanza che la sussistenza, per la correlazione sia linguistica che logica e ontologica esistente; ma nella teologia trinitaria l’Ipostasi è solo la Sussistenza. Le Tre Ipostasi sono ciò per cui la Sostanza divina è. Non esiste un Super-Dio, superiore alle Ipostasi, o peggio anteriore o posteriore ad esse. Esiste Dio in quanto triplice nelle Ipostasi e unico nella Sostanza. Le tre Ipostasi non sono tre dei, ma un Dio solo. Non sono tre infiniti, o tre onnipotenti o onniscienti o quant’altro, ma un solo infinito e onnipotente e onnisciente essere perfettissimo. Hanno cioè tutte e tre la stessa e medesima natura. Sono cioè consustanziali tra loro, e quindi rigorosamente pari e uguali nella natura (9). Dio non è la loro somma; è la loro Sostanza; così come non è la divisione della Sostanza divina, ma appunto la sua triplice Sussistenza.  

Le Ipostasi sono chiamate anche Persone, perché ognuna di esse è in relazione con le altre. E’ tale perché si rapporta alle altre, sussistendo in modo diverso da loro. Il termine Persona indica proprio questo, in latino; etimologicamente indica ciò –che- si- mostra-a; ogni Persona divina si mostra così alle altre Due. Ci riferiamo naturalmente non a un mostrarsi estrinseco o apparente, ma alla intima conoscenza che Dio ha di sé nel mistero della sua multipersonalità. Il termine Persona rende il corrispettivo greco Prosopon, che significa proprio il mostrarsi alla visione. La Bontà divina ha voluto che anche noi fossimo, per fede, partecipi del modo in cui le Tre Persone si conoscono nella loro unità, e per ciò stesso si amano di un amore eterno e perfetto.

LA TRINITA’. LE PERSONE E LE LORO RELAZIONI

Il discorso è più chiaro indicando le tre Persone coi Nomi con cui si sono rivelate a noi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il Padre è tale perché genera; il Figlio è tale perché è generato (10); lo Spirito Santo è tale perché procede da entrambi (11). Generazione attiva e passiva e Processione sono appunto le relazioni che legano le Tre Persone(12). Ma, mentre tra gli enti le relazioni sono sempre e solo possibili, in Dio sono intrinseche alla sua natura. Mentre negli enti sono accidentali, perché contingenti, in Dio sono sostanziali, perché eterne. Ossia devono essere per forza, per una necessità la cui razionalità travalica qualsiasi comprensione di ogni mente creata. Nella natura divina libertà e necessità coincidono, ma possiamo dire che la Sostanza divina implica necessariamente la libera relazione tra le Sussistenze. In poche parole, Dio non può non essere Padre, Figlio e Spirito. Ma siccome Dio è eterno, anche le relazioni lo sono. Per cui il Padre genera il Figlio eternamente, Questi è generato eternamente e altrettanto eternamente lo Spirito è emanato da Entrambi. Mai vi è stato un momento in cui Dio fosse solo Padre o Padre e Figlio. Ma neanche mai vi sarà un momento in cui il Padre non genererà più il Figlio, Questi non sarà più generato e lo Spirito non procederà più. Queste relazioni, dinamiche, dialettiche, reali, sono eterne, perché Dio lo è (13). Queste relazioni sono comprensibili alla luce della Natura divina, così come essa è definita dall’apostolo Giovanni, nella sua Prima Lettera: Dio è amore. Questo amore non è quello che Dio nutre per le sue creature, ma è l’amore che Egli nutre per Se’, l’intima unione che Egli ha con Se stesso, sul cui modello Egli poi ha fatto tutte le cose come unite a se stesse nel principio di identità, e tra loro nell’interconnessione, come già intuito dai filosofi antichi, da Empedocle di Agrigento in poi – sia pure in modo parziale (14)– e le ha portate ad un amore cosciente nell’uomo e negli angeli, unici esseri a noi noti capaci di amare intenzionalmente cose sempre più perfette, secondo quanto già Platone, nel Simposio, aveva intuito (15). Ma nella Natura divina questo amore trova già il suo compimento e non ha bisogno di nulla, tantomeno di uscire fuori da sé. Lungi dall’essere però un amore di Sé narcisistico o solitario, quello di Dio si realizza proprio attraverso le relazioni delle Ipostasi. Dio ama Se stesso, infinitamente amabile, in modo infinito, attraverso l’amore del Padre che genera il Suo Figlio. In Lui Egli ama la Sua stessa perfezione, e amandola la rende feconda, ne rende partecipe un’Altra Ipostasi. Diversamente dall’amore di desiderio, che cerca ciò che non ha, l’Amore di Dio è dono e condivisione, è agape e carità (16). Il Figlio, amato dal Padre nella generazione, Lo ama a sua volta; il vincolo è dunque bilaterale, e tale Amore, vero e proprio trait d’union delle Due Prime Persone Divine, diviene Esso stesso Persona, perché è il nesso tra Amante e Amato, in una corrispondenza biunivoca che dunque non si identifica con nessuno dei suoi due termini, pur essendovi indissolubilmente legato: lo Spirito Santo (17). Lo Spirito è il Soffio vitale di Dio, perché Dio vive in quanto amore, e l’amore è tale perché ama ed è riamato. Per tale ragione, lo Spirito, Santo per eccellenza, procede, ossia deriva, o spira, dal Padre innanzitutto, e poi dal Figlio (18). La Processione dal Figlio può intendersi sia in senso diretto che indiretto. Diretto se consideriamo il Figlio in Se’ quale Dio, in tutto simile al Padre secondo la Natura, e quindi capace, come Lui, di far procedere da Sé lo Spirito. Indiretto se consideriamo il Figlio in relazione al Padre, quale generato, che riceve nella generazione dal Padre la capacità di far procedere lo Spirito da sé, che dunque fuoriesce dal Padre sia senza mezzi intermedi che tramite il Figlio stesso (19).

Le Tre Persone divine sono anche indicate secondo la loro proprietà personale. Il Padre è Potenza, il Figlio Sapienza, lo Spirito Santo Amore. Cerchiamo di capire meglio il perché. Sin dall’AT Dio si rivela quale Essere: a Mosè che chiede di rivelargli il Suo Nome, Egli risponde : אהיה אשר אהיה’Ehjeh ’Asher ’Ehjeh, ̉Εγώ ειμί ̉ο̉ ̃Ων; Ego sum Qui sum; Io Sono Colui Che Sono (20). Da questo versetto 3, 14 dell’Esodo, di capitale importanza per la storia del pensiero, Dio e l’Essere coincidono. Capire dunque chi è Dio è capire cos’è l’Essere. Questo Essere è un mare magnum, un oceano sconfinato di realtà, assolutamente ineffabile, al di là di ogni comprensione, infinita e senza limiti, oltre ogni natura e tempo (21). In questo Essere, che è quello Divino, il Padre è Esse Ingeneratum , il Figlio Generatum, lo Spirito Derivatum. L’Esse Ingeneratum è quello che contiene dentro di sé gli altri due, è cioè la piena potenzialità dell’Essere, il basamento della Divinità, la scaturigine della Trinità e quindi la causa prima di tutte le cose, che Dio poi crea. Chiamiamo quindi Dio Padre col termine di Potenza, che per agire non ha bisogno che di volere. Questa Potenza, in cui sussiste tutta la Sostanza divina, ha un intelletto – meglio, è il suo stesso intelletto – in quanto è proprio dell’Essere supremo non solo essere intelligente, ma avere ed essere l’Intelligenza suprema. Tale intelletto pensa evidentemente qualcosa, e questo qualcosa è il Logos divino, inteso sia come parola che come concetto. Chiamiamo Verbum in latino questo Logos, ma la sfumatura semantica è più ricca in greco. Questo Logos-Verbum, ossia il Verbo divino, è l’unico concetto- parola che Dio Padre concepisce in Sé e di Sé. Una volta pensato e proferito nel silenzio sonoro della Divinità, tale Logos diventa diverso da Chi l’ha pensato e proferito, e sussiste di per Sé. Egli è il Figlio, perché il Padre genera per amore Chi è uguale a Sé, e quindi la generazione equivale al pensare e proferire il Logos(22). Questi è l’impronta della Sua Sostanza divina e quindi è sussistente proprio perché pensato, e pensato perché generato. In questo Logos c’è tutto ciò che Dio è, in una perfetta coincidenza tra essere e pensiero; ma c’è anche tutto quello che Dio può fare. Egli è perciò la Sapienza di Dio sussistente, mediante cui Egli ha fatto il mondo (23). Tutto ciò che Dio può nel Padre, lo pensa nel Figlio. L’amore che unisce entrambi è appunto lo Spirito, che è anche amore gratuito di ciò che può esser creato e viene poi creato, e quindi lo Spirito è l’Amore per eccellenza in Dio, sebbene anche il Padre e il Figlio amino, si amino e siano amore. E’ tramite Lui che il Verbo fa concretamente il mondo: era infatti Lui che si librava sulle acque all’inizio della creazione. Nello Spirito Santo Dio ama tutto ciò che può fare e pensare. Potenza, Sapienza e Amore, le Tre Sussistenze dell’Unica Sostanza Divina, sono impresse come un sigillo in tutte le cose create, di cui sono, in gradi e forme diverse, sempre degli attributi. In grado eminente sono nell’animo umano e negli spiriti angelici, per cui Dio –Trinità potè dire a Sé stesso, creando l’Uomo, “facciamolo a Nostra immagine e a Nostra somiglianza”.            

LE AZIONI DI DIO, AZIONI DELLA TRINITA’

Tutte le azioni esterne alla Trinità, che generalmente si attribuiscono al Padre, sono in realtà azioni di tutte e Tre le Persone Divine. Tali azioni mostrano Dio come Misericordia, ossia come amore gratuito riversato agli immeritevoli, che sono tali o perché non possono meritare, in quanto non ancora esistenti, o perché, pure esistenti, non possono meritare perché infinitamente inferiori a Dio stesso, se non addirittura peccatori. E’ da questa Misericordia, che in ebraico indica la matrice, le viscere, l’utero di tutte le cose, il rahamim,che vengono fuori la Creazione, la Provvidenza e la Redenzione.

La Creazione è l’atto mediante cui Dio produce dal nulla tutte le cose, ed è un atto che può fare solo Lui (24). Egli non fa le cose prendendo da Sé il loro elemento costitutivo, perché così esse sarebbero parte di Lui, e ciò è incompatibile con la sua immutabilità e la sua compiuta perfezione, che non ha bisogno di modifiche, ma le fa rimanendo trascendente rispetto ad esse (25). Dio Padre vuole, Dio Figlio pensa, Dio Spirito produce tutto ciò che esiste, secondo le leggi proprie di ogni cosa, che la scienza tenta di scoprire e che sono fatte da Dio stesso. Nel Suo Verbo, Dio ha le Sue Idee, ossia i modelli innumerevoli di tutto ciò che può creare; tra esse sceglie ciò che vuole liberamente creare, e conferisce a tali essenze – ossia a tali modi dell’essere – l’esistenza – ossia l’essere in atto. Volendole le ama, amandole le crea. Tutte le cose sono analoghe al Creatore nell’essere, perché sono come Lui; ma ogni ente è secondo un modo, ossia solo parzialmente, a differenza di Dio, Che è senza limitazione (26).

Il creare non si esaurisce col produrre direttamente l’Universo agli inizi del tempo – che è esso stesso, come lo spazio, una creatura di Dio (27)– e neanche col continuare a produrre, indirettamente, tutte le cose che sono attualmente presenti, volendo che si formino in base alle leggi di natura – come i corpi per generazione - e tantomeno con ulteriori creazioni dirette – come le anime nei corpi appena nati, l’ovocita umano fecondato – ma continua nel volere divino che mantiene ogni cosa nell’essere (28). Se Dio smettesse di volere l’esistenza di una cosa, essa cesserebbe di esistere e precipiterebbe nel nulla: Dio potrebbe far sì che una cosa non fosse mai esistita. Dalla Beata Vergine Maria fino all’ultimo atomo dell’Universo, comprese le creature ribelli come i demoni, tutti gli enti sono sottomessi a questo Divino Volere, a questa Potentia Dei Absoluta (29). Dio è il fondamento ontologico ultimo di tutte le cose esistenti, ma anche delle inesistenti: delle prime, perché sono in quanto Egli le vuole, delle seconde perché non sono in quanto Egli non le vuole. Ogni essenza infatti è in potenza, ma esiste, ossia è in atto, solo se Dio vuole. Solo Dio è essere per essenza, ossia è tale da dover esistere per forza. Ma se una cosa è, lo è per volontà divina; essa non può volere nulla di male, quindi tutto ciò che esiste è buono di per sé (30) . L’essere infatti è la condizione previa di ogni positività, ed è positivo di per sé rispetto al nulla, massima negatività. Dio è l’Essere supremo, ed è dunque il Bene supremo, che fa solo cose buone; tutte le cose sono fatte da Lui, quindi tutte sono buone. Il male, come principio autonomo e sussistente o sostanziale, non esiste. Ciò che accade avviene sempre per legge di natura, ossia per divino volere, e quindi rientra nel ciclo cosmico, così come Dio l’ha voluto. La pianta muore nutrendo l’erbivoro, questi muore nutrendo il carnivoro; una generazione scompare per dare posto all’altra; una stella esplode per liberare la sua materia e via di questo passo: all’uomo, che considera le cose mettendosi al centro del cosmo, sembrano cose crudeli, ma non lo sono: egli stesso esiste in virtù di questi processi, perché si nutre di altri viventi e vive su un pianeta che è illuminato da una stella creata da Dio con la comune materia delle stelle, destinata a decomporsi, così come viene da altre stelle decomposte. Il male in natura non esiste: catastrofi, malattie e morte sono parte integrante del ciclo della materia, creata da Dio come realtà distruttibile e trasformabile. E’ un vizio mentale dell’irrazionalismo ateo credere che esiste il male in natura. Anche i limiti che ogni ente ha, e che spesso un certo esistenzialismo contemporaneo considera mali, non sono tali, ma solo i confini del modo di essere di ognuno e di ogni cosa.

L’unico male esistente è la scelta cattiva degli esseri liberi, uomini e angeli, quando rifiutano di fare ciò che è bene, ossia ciò che Dio vuole. Essi fanno azioni cattive, ma non sono cattivi di per sé. Per questo non vengono mai distrutti da Dio: portano, nel loro essere, l’impronta originaria della loro positività; è la ragione per cui i demoni e i dannati rimangono immortali, nonostante siano puniti. Naturalmente la loro ribellione fa sì che quanto di positivo c’è in loro, l’essere, si ritorca contro di loro, divenendo fonte di sofferenza. Avremo in ogni caso modo di approfondire la maniera in cui il male morale entra nel mondo e il male fisico affligge moralmente il Creato, in quanto, se è vero che non c’è un male ontologico, è altrettanto vero che i mali esistono e costituiscono una durissima prova per tutti i viventi. In ogni caso dalla Creazione Dio ci appare come il produttore, l’ordinatore e il fondamento ontologico di tutte le cose, la vetta delle loro perfezioni, la causa delle loro trasformazioni.

Il modo in cui Dio si prende cura dell’Universo, sia attraverso le sue leggi immutabili, sia attraverso la predizione delle libere azioni degli esseri senzienti, piegate ai Suoi scopi, si chiama Divina Provvidenza. Nulla accade nell’Universo contro il volere di Dio: ogni cosa è o voluta o permessa da Lui. Ciò aiuta tutti noi in ogni momento della vita. Tale Provvidenza riguarda anche e soprattutto la storia umana, di cui solo apparentemente l’uomo è protagonista. Dio la segue e la piega al Suo fine: la salvezza degli eletti.

Avendo chiamato l’uomo ad una forma di vita superiore a quella naturale, una vita gratuitamente donata, che in nulla è presupposta da quella di grado inferiore, Dio ha allestito e guidato la Storia della Salvezza. Ha promesso il Redentore ad Adamo, perdonandolo; ha rinnovato l’Alleanza naturale con tutti gli uomini in Noè; ha scelto il popolo ebraico in Abramo; ha stipulato l’Antica Alleanza con Mosè; ha mandato il Figlio per riscattare l’umanità nel Suo Sangue; ha fondato la Chiesa per unire gli eletti al Redentore in un Corpo mistico; tramite il Cristo giudicherà tutti alla fine dei tempi, liberando il Creato dalla corruttibilità, dando la beatitudine ai giusti e la dannazione ai reprobi, risuscitando – liberamente – tutti i corpi. Questa è la Redenzione, voluta dal Padre, compiuta dal Figlio, comunicata dallo Spirito. Per essa, la Divinità e l’Umanità si sono incontrate nel Figlio, modificando l’assetto trinitario e portando nella Sussistenza del Verbo, accanto alla Sostanza divina, anche quella umana.

E’ in vista di questo scopo redentivo che Dio compie la Rivelazione. Al Dio Trinità, che crea, si rivela e redime, l’uomo spontaneamente può affidarsi con la fede: Egli è infinitamente buono, e quindi implica e richiede una fiducia illimitata, in ogni momento e circostanza. Essa è presupposta dalla conoscenza di Dio, dall’amore naturale per Lui, dalla comprensione razionale del suo essere, dall’obbedienza alle Sue leggi morali naturali. La Fede è il punto di arrivo dell’uomo slanciato verso il Dio che gli si mostra. Le difficoltà che possono caratterizzare questo abbandono sono superabili col Suo stesso aiuto, che previene ogni nostra azione con la sua Grazia, la forza con cui Egli ci spinge al Bene, ci sostiene in esso e lo porta in noi a compimento. Tutta la vita del cristiano avviene consapevolmente nel Nome del Dio Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.     


1. Il I Concilio Niceno (325), ai tempi di papa san Silvestro I, e sotto l’imperatore Costantino I il Grande, condannò l’eresia di Ario, che considerava il Figlio come la più eccelsa delle creature del Padre, e affermò che l’Uno e l’Altro avevano la medesima sostanza, ossia sono consustanziali. Il I Concilio Costantinopolitano (381), ai tempi di papa san Damaso I e sotto l’imperatore Teodosio I il Grande, condannò l’eresia di Macedonio, che faceva dello Spirito Santo una creatura del Figlio, e definì che anch’Egli è consustanziale alle altre Due Persone Divine. I riferimenti e le integrazioni al dogma trinitario si ebbero poi in molti altri Concili Universali successivi, anche perché la disputa cristologica, dibattuta subito dopo, si saldò cronologicamente e tematicamente, senza soluzione di continuità, alla controversia trinitaria.

2. Tutti i Simboli o Credo hanno questo riferimento. Penso però in particolare sia al Simbolo Niceno-Costantinopolitano, composto nei Sinodi di cui alla nota precedente, ricchissimo di precisazioni trinitarie, e al Simbolo Apostolico.

3. I nomi di Atanasio di Alessandria, di Basilio Magno, di Gregorio di Nazianzo, di Gregorio di Nissa non possono essere ignorati da coloro che vogliono approfondire la santa fede. Le loro opere monumentali possono essere agevolmente consultate o in lingua volgare o in originale, anche su internet, per esempio nel grande database del sito www.documentacatholicaomnia.eu, a cura della Societas Cooperatorum Veritatis.

4. Agostino risolse il grande problema trinitario-cristologico prima dei greci, in ordine al metodo espositivo per il dogma trinitario e alla definizione per quello cristologico. L’autarchia della teologia greca le impedì di usufruire della grande lezione dell’Ipponense, che blindò la catechesi trinitaria da ogni pericolo di subordinazionismo, ossia di una concezione teologica per cui tra le Persone Divine esista una gerarchia che implichi una differenza ontologica, per cui Esse non sono tutte Dio allo stesso modo.

5. La Sostanza Divina non potrà mai essere pienamente definita. Sia attribuendo a Dio tutte le perfezioni in grado sommo (via eminentiae), sia considerandolo causa di ognuna di esse (via causalitatis), una teologia positiva o catafatica non potrà mai enunciare a sufficienza le caratteristiche divine. Ma anche la teologia negativa o apofatica, che nega in Dio qualunque caratteristica incompatibile con la Sua grandezza, e che quindi sconfina nell’impossibilità espressiva, potrà mai esprimere il mistero divino in modo esauriente. L’ostacolo non sta nella complessità di Dio, ma nella Sua semplicità, assolutamente inscomponibile, quindi infinita e conseguenzialmente incommensurabile a  qualsiasi mente che non sia quella di Dio stesso.

6. L’Islam e l’Ebraismo affermano che il Cristianesimo è un politeismo camuffato. Ma né la Sinagoga né la Moschea hanno mai approfondito, nella loro storia plurisecolare, la distinzione logica tra Sostanza e Sussistenze, fatta dalla Chiesa alla luce della Rivelazione. Il loro è un monoteismo naturale. Il nostro è coonestato dalla nozione che Dio stesso dà di Sé.

7. Contrariamente a quanto spesso si crede, non è stata la filosofia greca a colonizzare il dogma, ma il contrario. Ousìa, la parola chiave nella terminologia greca, indicherebbe propriamente l’essenza, ma si preferisce tradurla in latino con substantia. Ossia le parole perdono lo specimen filosofico – l’una platonico e l’altra aristotelico – per assumere un senso nuovo, predeterminato. In quanto a fysis, viene tecnicamente giustapposto alle due parole citate, sebbene abbia un senso ancora più vasto, di matrice presocratica. Ossia, i tre termini sono sinonimici solo in teologia dogmatica. La parola fysis è usata soprattutto da Atanasio, agli esordi della controversia. I Padri Cappadoci insistettero invece molto su ousìa. I latini su substantia.

8. Anche qui la teologia ha avuto la meglio sulla filosofia, facendole una violenza tale da separare anche ontologicamente i concetti logici di Ipostasi e Sostanza, con una operazione impossibile a qualsiasi filosofo greco, e attribuendo d’autorità a Ipostasi un significato solo, piuttosto che due. La giustapposizione di Persona e Ipostasi è oggetto della medesima considerazione. Il dogma doveva esprimere concetti completamente nuovi rispetto a quelli classici dell’ontologia.

9. Il termine greco omoousios è quello determinante, che separa il Cristianesimo dall’Arianesimo, ed è confessato nel Credo da tutte le Chiese Cristiane, anche se non è un termine biblico, ma patristico-magisteriale. Per conservare integro questo termine, si è dovuto morire ed essere torturati, nel corso dei secoli.

10. Lungi dall’identificarsi con principi sessuati, i Nomi di Padre e di Figlio indicano, nell’uso che Dio ne fa mostrando il Suo mistero all’uomo, evidentemente un archetipo di generazione, che fa da modello a tutte quelle che Egli ha poi voluto inserire nella natura creata: il Padre è il generatore datore di forma e quindi attivo – come nella tradizione filosofica è identificato il maschio- e il Figlio è il generato recettore di forma in modo attivo, ossia la sua immagine.

11. Lo Spirito è termine neutro in greco, ma riceve l’articolo maschile che lo sostantivizza in tale genere, a dimostrazione che Egli è, nella uguaglianza della Natura, simile al Padre e al Figlio, e conserva la loro forma in modo attivo, pur ricevendola da Entrambi in modo diverso dalla Generazione, ossia attraverso la Processione, come vedremo. In ebraico invece il termine Ruah è femminile, mentre il termine Dio, Elohim, è un pluralia tantum, il termine Signore, Adonai, ovviamente maschile. Singolari indicazioni terminologiche: Dio una pluralità unitaria, la sua signoria maschile, lo Spirito femminile, quasi ad indicare la presenza in Lui di una molteplicità che travalica ogni genere sessuale. E in effetti questo va ritenuto con chiarezza: in Dio non vi è genere, non per povertà di essere, ma per ricchezza, che non sopporta alcuna determinazione riduttiva. Naturalmente il Ruah ebraico non indica ancora, nel VT, una persona separata in Dio, ma una funzione svolta da Dio stesso – come fecondatore di vita – o la sua stessa essenza vitale, magari in modo perifrastico.

12. I termini sono squisitamente biblici. Nella Lettera ai Colossesi, per esempio, leggiamo che Cristo è generato prima di ogni creatura; nel Vangelo di Giovanni che lo Spirito procede dal Padre.

13. Le relazioni non vanno confuse né con una serie di emanazioni di tipo plotiniano, né con una serie di nessi dialettici di tipo hegeliano. In Plotino le Ipostasi del mondo intellegibile sono tre sostanze sussistenti separate, di cui la prima è oltre essere e pensiero, l’Uno, la seconda è pensiero, l’Intelletto, la terza è essere, l’Anima, e fuoriescono l’una dall’altra, non si generano tra loro. In Hegel i nessi sono articolati in tesi, antitesi e sintesi, come Logica, Natura e Spirito, che si riunificano nell’Idea, considerata in sé, fuori di sé e ritornante a sé. Questi momenti non si generano tra loro, non si emanano, ma si contrappongono e sintetizzano in un ciclo eterno, ma immanente al mondo, non separato da esso; inoltre, pur essendo una sola sostanza, non sono sussistenti in modo separato. Non vanno confuse neanche con i modi delle Trimurti indiane, delle quali la suprema è quella di Brahma, Visnù e Shiva: esse, proprie di molti dei, sono appunto l’insieme delle modalità con cui una sola sostanza divina sussistente si mostra in modi diversi per svolgere funzioni diverse in tempi diversi. Nei secoli passati, l’eresia modalista interpretò la Trinità come la somma di tre modi dell’unica sostanza divina sussistente: un Dio che ora è Padre, poi è Figlio e poi ancora è Spirito Santo. La conseguenza fu l’eresia patripassiana: se Padre e Figlio sono solo modi, non vi è distinzione tra essi neanche sulla Croce: il Padre diventa Figlio per soffrire.

14. Empedocle diceva che l’amore unisce i quattro elementi nello sfero primordiale, che è l’essere parmenideo, e che l’odio li separa, producendo tutte le cose, concepite come enti in divenire proprio perché separati l’uno dall’altro.

15. E’ il famoso mito di Eros, e l’ampia spiegazione che ne viene data, attraverso il desiderio di cose sempre più perfette.

16. L’amore neotestamentario è dunque radicalmente diverso da quello della filosofia classica, da Platone in poi, il cui eros, derivato etimologicamente da erotào, indica appunto il desiderio di qualcosa, da cui il nostro erotismo.

17. I termini Padre Figlio e Spirito Santo sono coniati da Gesù. Il termine Spirito Santo era adoperato anche dagli Esseni; Gesù lo riprende, ma in modo completamente nuovo.

18. Infatti, nelle icone della Trinità spesso lo Spirito è rappresentato come una colomba le cui ali toccano le labbra del Padre e del Figlio.

19. Questa duplice lettura della Pneumatologia corrisponde a due diverse sensibilità, greca e latina. Oggetto di molte dispute, la composizione tra le diverse letture della Processione dello Spirito è avvenuta nei Concili Ecumenici di Lione (il Secondo, nel 1275) e di Ferrara-Firenze-Roma (1438-1443); la rinnovata divisione delle Chiese all’indomani di tali sinodi ha tuttavia lasciato sospesi i vantaggi di questo chiarimento dogmatico.

20. Dall’ebraico al greco al latino sino al volgare, la frase perde il suo mistero, per un depauperarsi del significato. In ebraico ci troviamo dinanzi a un testo di difficile comprensione, perché legato alla struttura tipica del verbo di quella lingua, legata alle forme, e non ai tempi. E’ probabilmente un causativo, che esprime la capacità di Colui Che è di imprimere l’Essere a tutte le altre cose. Nello stesso tempo è una determinazione atemporale, perché in ebraico ci sono solo il perfetto e l’imperfetto, che assumono un tempo passato, presente o futuro a seconda dell’uso, e qui indicano una situazione stabile del Soggetto parlante. Il Nome proprio che scaturisce da questa frase, IO SONO –EGO EIMI – JAHWE - יהוה, è una forma arcaica del verbo essere, forse derivata da radici preebraiche, di sicuro difficilmente inquadrabile in una etimologia precisa. Letteralmente significa Egli è, ma in ebraico la perifrasi Io Sono Colui Che Sono – traduzione letterale – equivale a Io Sono Colui Che è. Il costrutto, che sembra esprimere la reticenza divina a dire chi o cosa Egli sia, in realtà esprime la sovrabbondanza dell’essenza divina, per cui il nome, che in ebraico definisce la persona, qui ne fissa l’ineffabilità. E’ peraltro un verbo identico al verbo che indica il vivere. In greco, la Settanta comprende che Colui Che è è l’Esistente, colui che esiste per antonomasia. In latino, la Vulgata sceglie la prima persona, influenzato dalla traduzione greca del Nome, che Gesù stesso si attribuisce. Oggi il sacro rispetto che circondava questo Nome si è perduto, nonostante il divieto divino di pronunciarlo. Sebbene noi ci riferiamo all’Essere supremo con due antonomasie, Dio e Signore, troppo spesso nelle nostre chiese il Nome Santissimo risuona sulle labbra dei sacerdoti, e ancor più spesso dei fedeli, alla ricerca di un contatto ancestrale con Dio, che noi abbiamo in Cristo. Il Santissimo Nome, che solo una volta all’anno il Sommo Sacerdote pronunziava nel Tempio, con somma riverenza, era vocalizzato con le vocali di Adonai, e quando lo si incontrava nella Bibbia non lo si leggeva, ma lo si sostituiva appunto con quell’altro sostantivo. Era quello che chiamiamo, in grammatica ebraica, un qere perpetuum, una lettura diversa dalla scrittura, ma sempre uguale.

21. Per quanto andiamo a dire fondamentale è la riflessione teologica di San Gregorio Nazianzeno.

22. La perfetta identità tra Logos e Figlio è dimostrata nel Prologo del Vangelo di Giovanni. Qui si mostra anche che il Verbo è la Luce e la Vita, ossia è la Divinità. Si mostra la pluralità di Persone in Dio, la loro coeternità, le loro caratteristiche. E’ uno dei brani più significativi del NT sulla Trinità.

23. Sapienza indica la proprietà, Logos e Verbo la Persona, come Figlio. Nell’AT la Sapienza fu dapprima distinta letterariamente da Dio, poi considerata una Ipostasi separata da Lui, la più insigne delle sue creature. Nel NT questa teologia viene rimaneggiata e inglobata in quella della Trinità: la Sapienza non è separata da Dio, ma dal Padre, e non è una creatura, ma il Figlio. Dio è sia l’Uno che l’Altra. Già Filone l’Ebreo, contemporaneo di Gesù e Giovanni, parlò di Logos, come Sapienza divina demiurgica, considerandola in Dio e fuori di Lui – endiathetos e proforikòs. Ma ancora è una creatura o uno strumento divino, subordinato al Padre. Giovanni prende la terminologia, ma la usa in modo nuovo.

24. Il racconto biblico della Creazione è fatto secondo gli stilemi letterari dell’epoca. Esso può accordarsi con le scoperte scientifiche, ma non è necessario che ciò avvenga. In esso Dio appare quale Onnipotente, così come viene chiamato nella fase più arcaica della Rivelazione, dai Patriarchi: El Shaddai. Questa Onnipotenza implica anche una Onniscienza e una Onnipresenza.

25. In contrasto con l’assurdità del panteismo dei Milesii, degli Stoici, di Eriugena, di Spinoza e degli Idealisti, la Bibbia insegna che Dio è assolutamente trascendente: è l’Altissimo, El Elion. La sua trascendenza assoluta fa sì che Egli sia presente ovunque senza mescolarsi con nulla. E’ il fondamento ontologico di ogni cosa, senza aver bisogno di alcun fondamento.

26. Questa è una estrema sintesi della dottrina sulla Creazione di San Tommaso d’Aquino.

27. Dio è senza tempo né spazio. E’ovunque perché, tecnicamente, non è in nessun luogo, in quanto è luogo di Se’. E’ eterno perché non muta e quindi non ha scansione di prima, dopo e durante. Questi concetti, espressi tramite il linguaggio filosofico greco, sono tuttavia presenti già nella letteratura sapienziale biblica.

28. Un celebre inno paolino afferma che tutte le cose “per la Tua Volontà furono create, per il Tuo volere sussistono”.

29. Sull’assoluta potenza di Dio, svincolata anche dalla ragione così come l’uomo la concepisce, cioè limitatamente, ha insistito molto il filone filosofico-teologico del volontarismo, da Duns Scoto in poi.

30. La dottrina sulla bontà della Creazione e sull’inconsistenza ontologica del male è di Sant’Agostino.


Theorèin - Ottobre 2009