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A cura di: Vito Sibilio
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CHRISTUS REDEMPTOR
Il tema soteriologico nella teologia cristiana

E tutti li altri modi erano scarsi
Non fosse umiliato ad incarnarsi
(Dante, Paradiso VII, 118-120)

A complemento di quanto detto sulla cristologia, quello che segue enuncia i caratteri generali della soteriologia (sotèr= salvatore), ossia di quella branca della dogmatica che spiega il modo in cui Dio ha operato la nostra salvezza, le ragioni e i fini di tale operazione e le sue conseguenze. Attore della salvezza è sempre Cristo, per cui quanto andiamo a dire si colloca nello stesso alveo della teologia che verte sulla Seconda Persona della Santissima Trinità incarnata e fatta Uomo. Per enunciare il più chiaramente possibile tale dottrina, andiamo a vedere cos’è la salvezza, ossia perché e da cosa dobbiamo essere salvati, da chi e con quale vantaggio. Cominciamo però dai concetti fondamentali.

QUESTIONI TERMINOLOGICHE DELLA SOTERIOLOGIA

La parola chiave della soteriologia è Giustificazione. Essa è il processo mediante cui l’uomo, da peccatore, viene costituito giusto innanzi a Dio; suo sinonimo è Giustizia, spesso nella Bibbia detta più specificamente Giustizia di Dio. Essa si compie mediante Gesù Cristo, il Quale è, secondo San Paolo, Egli stesso la Giustizia di Dio. S’impone subito una puntualizzazione: nella Chiesa Cattolica la Giustificazione è un atto mediante il quale Dio modifica lo stato ontologico e morale del giustificato, ossia l’uomo, che è peccatore prima di essere giustificato e portatore di una natura guastata – come vedremo- dal Peccato d’Origine, dopo essere giustificato recupera una natura restaurata e diviene realmente giusto innanzi al suo Creatore, in quanto può compiere azioni che meritano di essere ricompensate da Lui con la Beatitudine Eterna. Questa concezione si è in parte perduta nel Protestantesimo, dove la Giustificazione è un atto con cui Dio conferisce all’uomo uno statuto formale di santità che non modifica il suo stato ontologico né quello morale, ossia l’uomo, che è solo peccatore prima di essere giustificato, dopo esserlo stato diviene anche giusto, in quanto Dio ha deciso di considerarlo tale. In altre parole, se nel dogma cattolico la giustificazione è un processo che pone capo ad una res, in quello protestante giunge solo ad un nomen. Infatti, alle spalle della teologia luterana c’è il nominalismo della Tarda Scolastica (1). Tale concezione trapassa, in modi differenti, anche negli altri maestri della Riforma, come Calvino (1509-1564) e Zwingli (1484-1531). Naturalmente, l’insegnamento cattolico si regge sulla Tradizione che, in modo sempre unanime, interpretò la Sacra Scrittura, fissandone i pilastri sin dai tempi del Concilio di Orange (529), e riproponendoli nel modo più autorevole possibile con il magistero infallibile del Concilio di Trento (1545-1563). Esso esprime la ricchezza della misericordia e della potenza di Dio, il Quale non si limita a considerare l’uomo giusto, ma lo rende tale realmente. Il grande dottore della Giustificazione e dei temi connessi fu Agostino di Ippona (354-430), al quale – commentatore insigne della Lettera ai Romani di Paolo, dalla quale prende le mosse tutto il dibattito interconfessionale cristiano sull’argomento – si sono poi riagganciati tutti gli altri pensatori, sia ortodossi che eretici, in una serie di posizioni concettuali che hanno sviluppato tutte le implicazioni possibili del magistero dell’Ipponense, anche quelle rifiutate dalla Chiesa ufficiale. Solo partendo da questo dato – il plesso ermeneutico Paolo-Agostino e la pluralità dei suoi sviluppi – si può addivenire ad una comprensione tale del dogma che permetta di recuperare le istanze positive presenti anche nell’interpretazione protestante della soteriologia. Il che oggi, in seguito ai numerosi passi fatti tra le Chiese per venirsi incontro sull’argomento, non è istanza da trascurarsi.

La Giustificazione può essere detta per fede e per opere. Entrambe le locuzioni sono bibliche, l’una di San Paolo nella Lettera ai Romani, l’altra di San Giacomo nella sua unica Epistola; la prima mette in evidenza il fatto che l’uomo è giustificato se crede in Colui Che Dio ha mandato nel mondo per salvarlo, ossia Gesù Cristo; la seconda sottolinea che l’uomo salvato deve compiere le buone opere che gli meritano il Paradiso. Ossia l’uomo, redento da Gesù, credendo in Lui, viene giustificato e può compiere le buone opere necessarie alla salute eterna, fuggendo il male e facendo il bene. Ragion per cui la Giustificazione per fede implica e postula quella per opere, come l’albero il frutto, e quella per opere presuppone quella per fede, come sua radice (2). In questo plesso ermeneutico trovano collocazione altri quattro concetti: la fede, la carità, la speranza e la Grazia. Le prime tre sono le cosiddette virtù teologali, ossia concernenti Dio stesso, in quanto permettono all’uomo (vir, da cui virtù) di agire in relazione a Lui, per cause, modi e fini che Lo riguardano e sono quindi soprannaturali. La fede è la virtù soprannaturale per la quale l’uomo crede in Dio e in ciò che Egli può operare, a cominciare dalla salvezza. La carità è la virtù soprannaturale con cui l’uomo ama, facendo il bene, il prossimo per amore di Dio e Questi per Se stesso, compiendo atti che meritano la celeste ricompensa. La speranza è la virtù soprannaturale per cui l’uomo attende dalla misericordia divina l’aiuto per compiere il bene nella carità e il premio per il bene fatto, oltre che il perdono per il male commesso (3).

La Grazia è il dono gratuito – come indica il nome – che Dio fa della Sua stessa vita all’uomo, comunicandogliela in modo analogico e come forza operatrice trasformante (4). Quando la Grazia s’insedia nell’anima, questa diviene conseguenzialmente dimora dello Spirito Santo, che vi rimane finchè l’uomo non perde la Grazia stessa. Essa previene ogni merito umano, perché è il frutto della Redenzione operata da Cristo sulla Croce (5); in prima istanza essa comunica all’uomo la fede, suscitandola e sostenendola nell’atto con cui essa crede in Cristo come Redentore (6) ; in seconda istanza viene comunicata all’uomo che ha fede perché possa scegliere di compiere, intraprendere e completare le opere di carità gradite a Dio; in terza istanza suscita nell’uomo che opera il bene la speranza dei beni celesti; simultaneamente a tutte queste istanze, la Grazia conferisce agli atti di fede, carità e speranza compiuti dall’uomo un valore soprannaturale o divino, per cui essi meritano realmente di essere graditi a Dio e da Lui ricompensati. La corresponsione a tali gradi di perfezionamento implica e permette il passaggio da un grado all’altro. Tale Grazia è detta dunque santificante, proprio perché rende chi la riceve santo, ad immagine di Dio, il Quale dice: Siate santi perché Io, il Signore Dio vostro, sono santo (Lv 19, 2b). Tale Grazia santificante compie il suo scopo attraverso due modulazioni di efficacia: la Grazia di stato, per cui l’uomo può compiere i suoi doveri legati alla condizione che vive (l’uomo sposato, per esempio, può amare sua moglie ed esserle fedele); la Grazia attuale, per cui, di situazione in situazione, l’uomo può compiere sempre il bene, per cui egli passa di buona azione in buona azione, in base ad una efficacia proporzionale allo scopo da raggiungere.

La Grazia si comunica in due tipologie di modi: gli ordinari e gli straordinari. Gli ordinari corrispondono ai Sette Sacramenti, che producono di per sé nelle anime la Grazia, che diventa operativa in ragione della disposizione di chi la riceve. Perciò colui che formula per la prima volta il suo atto di fede in Cristo Redentore deve ricevere il Battesimo, che genera la Grazia nelle anime rendendole cristiane, ossia imprimendo in loro il carattere indelebile della Redenzione compiuta. Da sola infatti la fede non produce, ma ottiene la Grazia. Gesù infatti dice: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo (Mc 16, 15 a). Gli altri sacramenti producono la Grazia loro propria o sacramentale in base alle circostanze in cui devono essere ricevuti (7).

In quanto ai mezzi straordinari, che solo Dio conosce in modo preciso, essi distribuiscono a coloro che sono fuori della Chiesa la Grazia prodotta e messa in circolo dai sacramenti celebrati in essa. Si fondano quindi sulla natura sacramentale della Chiesa stessa, istituita da Dio per conferire la Grazia a tutti gli uomini. Il mezzo straordinario più semplice è il Battesimo di desiderio, da imputare sia a chi si farebbe battezzare se sapesse che è gradito a Dio(8), sia a chi vorrebbe essere battezzato ma non fa in tempo a farlo (9). In ragione di tale mezzo tutti coloro che professano, in buona coscienza e per incolpevole ignoranza, un’altra religione, possono giungere alla salvezza, sempre per i meriti di Cristo, e non per validità della propria fede (10). Infatti bisogna ricordare l’antica massima: Extra Ecclesiam nulla salus, Fuori della Chiesa non c’è salvezza, ma anche puntualizzare che nella Chiesa sono inseriti tutti quelli che professano, almeno implicitamente e potenzialmente, la vera fede. Questo realizza il volere divino, espresso dall’Apostolo: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi (2 Tm 2,4).

Ciò ci introduce ad un altro termine chiave della soteriologia, la Predestinazione. Essa è l’atto con cui Dio, conoscendo in anticipo coloro che corrisponderanno alla Grazia concessa per la Giustificazione, sanziona la loro scelta e li destina alla beatitudine eterna. Coloro che sono predestinati sono perciò detti eletti; essi sono compresi nel novero dei chiamati , ossia tutti gli uomini, che hanno la vocazione alla vita soprannaturale e che sono appunto giustificati nel modo descritto sopra. I giustificati che perseverano sino alla fine sono detti santificati (anche se essi sono santi in senso lato – perché provvisoriamente – anche in questa vita); il loro stato dopo la morte è quello dei glorificati, sebbene la gloria della Grazia sia presente, invisibilmente, anche nei giusti che ancora sono in questo mondo. I giustificati sono detti Figli di Dio per adozione (Ef 1, 5) perché riempiti della vita stessa di Dio, la Grazia; perché inabitati dal Suo Spirito; perché inseriti nel Corpo Mistico del Figlio di Dio secondo natura, Gesù Cristo. In questo senso tutti gli uomini, in quanto giustificati, sono predestinati ad essere costituiti Figli di Dio, anche se non tutti permangono in tale stato. Infatti il Signore dice: Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti (Mt 22, 14 (11)). Coloro i quali, pur essendo chiamati e giustificati e costituiti Figli di Dio nella Grazia, non perseverano, si determinano alla dannazione eterna, della quale Dio non è artefice. Infatti Egli ha per gli uomini solo una volontà di salvezza, con cui corregge il destino di dannazione che essi si sono procurati col Peccato. Inoltre Egli a tutti fornisce i mezzi per salvarsi. Per cui nessuno è dannato per divino volere, ma sempre e solo per volontà propria, la cui cattiveria è sanzionata dalla giustizia celeste (12) . Infatti non vi è, né vi è stato né mai vi sarà un uomo per il quale Gesù Cristo, Redentore dell’Uomo, non abbia sofferto per salvarlo, pur sapendo che per molti la sua sofferenza sarebbe stata vana (13).

IL PECCATO ORIGINALE

Quando Dio creò l’uomo, lo costituì in un perfetto equilibrio naturale, in cui i due elementi che lo formano, l’anima e il corpo, erano nella massima armonia. Tuttavia, arricchendo quella natura che Lui stesso aveva creato, le aggiunse delle caratteristiche che non le erano proprie, i cosiddetti doni preternaturali: immunità da dolore e morte, assenza di passioni, capacità di conoscere senza difficoltà. Infine, non contento di aver volontariamente eliminato per l’uomo quei limiti che avrebbe dovuto avere, Dio volle elevarlo al livello della vita soprannaturale: gli conferì la Grazia Santificante – di cui abbiamo già detto – che lo costituì Suo figlio adottivo. Il primo uomo – Adamo, ossia “fatto di terra”- e la prima donna – Eva, ossia la “madre dei viventi” – non avevano nessuna colpa da cui essere giustificati, perché erano stati creati e posti simultaneamente in questo stato di Grazia (giustizia originale); ma naturalmente anche per loro esso fu un dono assolutamente gratuito. La Grazia in loro preveniva, sosteneva e coronava le opere compiute in perfetta sintonia con essa. Costituito in piena armonia con il mondo naturale, benedetto per causa sua (Paradiso Terrestre), l’uomo e i suoi discendenti avrebbero dovuto vivere in uno stato di felicità e armonia, per poi passare, al termine della vita terrena, nella beatitudine eterna, con l’anima e col corpo, senza il trapasso doloroso del morire. La mancanza delle passioni – ossia dei desideri spontanei – e dell’ignoranza avrebbe reso facile la vita spirituale, segnata dall’ossequio alla legge morale dettata dal Creatore. In questa obbedienza Dio pose l’unica condizione per mantenere l’uomo in questo stato. Egli volle che Adamo e Eva fossero confermati in Grazia, con tutti i doni connessi, in virtù di un solo atto di obbedienza, il cui merito sarebbe stato tramandato ai loro discendenti per sempre. Tale atto nel racconto biblico è rappresentato dal divieto di cogliere il frutto dell’albero della scienza del bene e del male, ossia dal divieto di farsi legge a se stessi. Ma l’uomo e la donna, che non potevano commettere altro genere di peccato che un gesto di volontaria insubordinazione, cedettero all’inganno del diavolo. Questi, appartenente alla schiera degli esseri celesti immateriali creati da Dio prima dell’uomo, aveva, con altri suoi simili, già rifiutato di riconoscere Dio come suo Signore, era stato condannato ed era divenuto, da puro spirito, uno spirito impuro, assieme ai suoi sodali. Ora, per vendicarsi di Dio, consigliò ad Eva di mangiare il frutto proibito, ossia di fare a meno di Dio per determinare il giusto e lo sbagliato, per diventare come Lui. La donna si lasciò irretire e suggerì al marito di trasgredire. Questi ascoltò lo scellerato consiglio e commisero perciò il Peccato originale. Preferì alienarsi il favore divino, pur di essere legge a se stesso. Consapevole delle conseguenze che ne sarebbero derivate, l’uomo tuttavia volle ribellarsi a Dio, considerando questo atto una liberazione dall’unico limite che gli era stato imposto. Perciò, in seguito alla colpa commessa al posto dell’atto virtuoso, quello che doveva tramandarsi ai discendenti come merito passò a loro come colpa, come macchia, che segnò definitivamente la razza umana e il mondo, ad essa affidata.

Il Peccato originale, ossia l’atto di superbia primordiale con cui l’uomo rifiuta radicalmente il ruolo di Dio dopo aver ricevuto da Lui tutto il possibile, è un fatto realmente storico, senza del quale non solo non potremmo capire il fatto della Redenzione, ma la stessa storia umana e la natura degli uomini, drammaticamente segnata dal male, odiato, temuto e però continuamente commesso. Una forma di soggezione della teologia nei confronti delle acquisizioni, vere o presunte, della storia umana e naturale, della filologia e della scienza, ha fatto sminuire il ruolo del Peccato originale, degradato al rango di racconto popolare, di leggenda, di mito, di teologumeno, di proiezione psichica. In realtà, la narrazione biblica è di alto livello letterario, avendo come modello i testi dell’antica epica mesopotamica, e riveste delle migliori forme narrative dell’epoca il suo oggetto (14). Il predominio dell’ipotesi evoluzionista nella storia naturale ha fatto credere che il Peccato originale non fosse possibile, perché in realtà non vi è mai stato un primo uomo, né tanto meno uno stato di primordiale armonia tra lui e la natura (15). Ma in realtà l’evoluzionismo non c’entra niente col Peccato originale. Anzitutto, il racconto biblico insegna esplicitamente che Dio ha creato direttamente l’uomo, insufflando l’anima in una materia preesistente debitamente plasmata e predisposta. Tale materia può essere benissimo un animale superiore come le scimmie antropomorfe, o un ominide o un Homo di tipo non sapiens, ma anteriore ad esso. Ma è di fede che la creazione dell’uomo rompe il normale schema evolutivo, perché introduce nel cosmo materiale un essere composto di materia e spirito (16) . Peraltro, proprio la storia naturale ha scoperto un salto genetico intorno ai centomila anni fa, per cui, in modo discontinuo rispetto alle forme umanoidi precedenti, comparve l’Homo Sapiens. Un salto che rimanda all’intervento superiore, che integra ciò che aveva creato introducendo un elemento nuovo: un genoma utilizzabile da una forma spirituale, l’anima. Inoltre, la costituzione dell’uomo in uno stato preternaturale e soprannaturale non è il punto di arrivo di nessuno sviluppo evoluzionistico, ma una volontaria immissione, da parte di Dio, di elementi superiori in un mondo inferiore, assolutamente incapace di produrli da sé. L’uomo infatti, come essere naturale, non doveva necessariamente essere chiamato da Dio alla Salvezza. Diversamente, la Grazia non sarebbe più un dono assolutamente gratuito. Ci sono quindi le coordinate storiche in cui inquadrare la creazione dell’uomo e della donna, la prima coppia interfeconda della nuova specie, a cui Dio, in un tempo ancora imprecisato e in un luogo non identificato (17), ha dato, sia pure per poco, uno stato di vita superiore, perduto per propria colpa. Non dunque una narrazione che esprime un concetto teologico, ma un fatto storico le cui premesse, i cui fattori concomitanti e le cui conseguenze sono oggetto di fede (18). Non una proiezione psicologica ancestrale ma l’oggetto corrispondente alla fenomenologia della mente in materia di origini: l’evento primordiale che ha drammaticamente segnato la vita della razza umana e del quale tutti conserviamo un inconsapevole ricordo e una drammatica conseguenza.

Le conseguenze del Peccato originale furono devastanti per tutti noi. Tramandato per traducianesimo – ossia con la generazione sessuale, che produce corpi macchiati dal Peccato stesso e che subito contaminano le anime che Dio immette immediatamente in loro – esso implicò per l’uomo la perdita della Grazia Santificante e della giustizia originale, assieme alla dignità di Figlio adottivo di Dio, per cui le porte del Cielo si chiusero irrevocabilmente; ruppe l’equilibrio con la natura trasformando l’ambiente in un luogo ostile; causò la perdita dei doni preternaturali e il ritorno allo stato base di natura, peraltro irrimediabilmente danneggiato; ampliò a dismisura la percezione del dolore, le tenebre dell’ignoranza, il terrore della morte e la forza delle passioni: la triplice concupiscenza (del sesso, della ricchezza e della grandezza) divenne la tiranna dell’anima; infine danneggiò irreparabilmente la capacità umana di autodeterminazione. Infatti, se l’uomo conservò la capacità di scegliere se fare il bene o il male (libero arbitrio), perse la libertà, ossia la capacità di perseverare nel bene stesso, e rimanendo capace di fare volontariamente solo il male (19). In conseguenza di ciò, tutti gli uomini avrebbero potuto fare solo cattive azioni e, dopo aver perduto il Paradiso, meritare di soffrire, morire e di andare poi inevitabilmente all’inferno. Il Peccato Originale e la pletora infinita dei peccati attuali commessi dagli uomini aprivano inoltre un drammatico contenzioso con la Giustizia Divina: avendo offeso un Dio infinitamente buono, meritavano una punizione eterna, contraendo un debito immenso che nessuno avrebbe potuto ripagare. L’umanità, incapace di fare alcunché di buono, era destinata alla completa rovina, se Dio, nell’atto più sovrano, più clemente e più misericordioso mai compiuto, non avesse mandato un Redentore, promesso immediatamente dopo la Caduta: Porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la sua stirpe e la tua stirpe; tu le insidierai il calcagno, ma Essa ti schiaccerà il capo (Gen 3,15). Il senso profetico fu subito compreso dai due destinatari: l’uomo, con sollievo; il diavolo, con terrore. Il piano di Dio, per cui l’uomo doveva essere suo Figlio adottivo, danneggiato dalla sua rivolta, venne così restaurato e fu predisposta la Giustificazione, secondo quanto descritto prima, attraverso il Sangue del Redentore.

IL REDENTORE: GESU’ CRISTO

Prima ancora di creare il mondo, Dio sapeva che l’uomo che avrebbe fatto e chiamato alla comunione con Lui Gli si sarebbe ribellato; fin da allora aveva previsto che avrebbe dovuto scegliere se abbandonarlo – e poteva farlo in base alla Sua giustizia – o salvarlo, e sin da allora aveva ovviamente deciso che l’avrebbe salvato, e che l’avrebbe salvato attraverso un atto redentivo. In Dio infatti non vi è scansione di tempo e Lui vede tutto ciò che accadrà nel Suo eterno presente. Il decreto della Creazione e della Redenzione è dunque unico, anche se solo la Caduta diede il motivo per applicarlo completamente, ossia fornì la ragione della Redenzione stessa. Per questo Dio la permise, perché Gli avrebbe dato la possibilità di mostrare in pienezza il Suo amore per l’uomo e di chiamarlo ad una giustizia ancora migliore. In seno alla Sua famiglia trinitaria, Dio ebbe compassione della rovina dell’uomo; Egli, Che era infinitamente offeso dal peccato umano, sia appena compiuto, sia nelle molteplici forme che avrebbe assunto in futuro, volle che l’immenso oltraggio fattoGli fosse lavato da una riparazione proporzionata, ossia infinita anch’essa; tale riparazione poteva venire solo da Lui stesso, in quanto solo la Sua Santità immensa e infinita può soddisfare la Sua Giustizia altrettanto incommensurabile. La Sua Misericordia, che è anch’essa incalcolabile, colmò l’abisso tra Santità divina e colpa umana, in una sintesi che poteva placare la Sua Giustizia, e con arcano decreto l’Uno e Trino Dio decise di mandare Uno della Trinità per soffrire nella Carne (20). Il progetto della Salvezza fu proferito, nel silenzio trinitario, dal Padre alle Due Persone Consostanziali, Figlio e Spirito. Ad esso Entrambi assentirono: nulla infatti in Dio non è voluto dalle Tre Ipostasi insieme. Il Padre chiese: Chi andrà per noi? (Is 6,3b). E il Figlio, per l’amore di cui arde per il Padre Suo, volle realizzare il Suo desiderio più grande, che era anche il Suo, e disse dinanzi allo Spirito, rivolto a Colui Che Lo genera in eterno: Ecco, manda Me (Is 6,3 c). Il Padre, che nel Verbo Incarnato aveva posto l’archetipo sul quale aveva modellato l’uomo, per renderlo partecipe di questa somiglianza, avendo amato la Sua creatura, l’amò fino alla fine e volle che il Figlio Unigenito patisse per lui. Lo Spirito, in eterno assenso con le Sue Due eterne scaturigini, volle che l’Una donasse l’Altra all’uomo peccatore, nel quale Lui stesso aveva insufflato la vita.  

Nel momento in cui inizia l’attesa del Redentore, la storia dell’uomo si divide in due ere: quella di coloro che credono nel Cristo venturo – e che sono giustificati in vista di Lui, in Cui credono almeno implicitamente – e quella di coloro che credono nel Cristo venuto – e che sono giustificati per Lui, in Cui credono almeno implicitamente e nel Cui Nome sono battezzati almeno per desiderio. Prima della Sua Morte, il Cielo rimane chiuso anche per i Giusti: essi, quando muoiono, vanno in un luogo di attesa, il Limbo dei Padri, il biblico Sheol (21). I malvagi invece vanno all’Inferno. La lunga attesa è punteggiata di richiami profetici: figure ed eventi (la morte di Abele, l’Arca di Noè, il Sacrificio di Isacco, Giuseppe venduto dai fratelli, il Serpente di Bronzo nel Deserto, i sacrifici prescritti dalla Legge mosaica ecc.), profezie e scritture (di Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele e di tutti gli agiografi del VT) descrissero con dovizia di particolari la Vita e i Dolori del Redentore (22). Non mancarono luci anche ai pagani (23). Perciò quando Gesù venne nel mondo, tutti potevano riconoscerlo.

Per ciò che concerne il mezzo della Redenzione, diciamo che il Figlio dunque decise di assumere la Carne umana, nei modi descritti nella lezione dedicata alla cristologia. Dio avrebbe potuto sovranamente perdonare l’uomo senza nessuna espiazione, lasciando in ombra la Sua Giustizia; avrebbe potuto redimerlo facendo versare al Verbo Incarnato una sola goccia di sangue o di sudore, facendo risaltare la Sua Santità; volle invece che la Persona del Verbo, nella Sua Natura umana, soffrisse in modo proporzionale alla gravità delle colpe che gli uomini avrebbero commesso sino alla fine del mondo, sia quelle di cui si sarebbero pentiti sia quelle di cui non avrebbero mai fatto penitenza; in ragione di ciò il Verbo Incarnato, Gesù Cristo, soffrì ciò che mente umana o angelica mai potrà neanche immaginare nella Sua Passione e Morte, ma di cui abbiamo un pallido riflesso nella ricostruzione dei tormenti inflittigli, i più atroci inventati dall’uomo, e nella meditazione dei suoi dolori interiori. Egli soffrì per ognuno dei peccati di ognuno degli uomini, e tutti li conobbe nella Sua Passione. Egli pagò il prezzo del peccato con il Suo Sangue, che biblicamente è appunto la Vita dell’Uomo. Egli espiò nel Suo Corpo, che è la Sua stessa Umanità assunta nella Persona divina. Egli riparò nelle Sue Piaghe, perché lo Spirito Santo attesta tramite Isaia: Nelle Sue Piaghe siamo stati guariti (Is 53,5d). Peraltro, tutta la Vita di Cristo, dall’Incarnazione in poi, è espiazione. Per il semplice fatto che Egli, Persona divina, abbia vissuto l’esistenza creaturale, ha meritato la nostra salvezza, per la Sua umiltà; in essa, inoltre, ha provato le sofferenze proprie dell’umana vita. Inoltre Gesù, Che sapeva di dover morire e come ciò sarebbe accaduto, trascorse la Sua Vita in questa angosciosa attesa, che fu essa stessa espiazione. Ma naturalmente la vetta dell’espiazione fu la Passione e Morte. In questa maniera Dio mostrò al mondo il Suo volto più vero: la Misericordia e l’Amore. Essi non oscurarono la Giustizia, ma trionfarono su di essa; non eclissarono la Santità, ma la coronarono. Infatti l’Uomo Gesù è veramente tale, e perciò può patire per i Suoi simili, offrendosi Lui – con la Sua volontà umana – per loro; ma non è progenie di Adamo, in quanto la Sua Incarnazione avviene come conseguenza riparatrice del Peccato d’Origine, per cui è immune da tale colpa, ossia è costituito in quella innocenza originaria perduta dal primo uomo e per giunta potenziata infinitamente dal contatto con la Natura Divina nel vincolo ipostatico. In ragione di ciò Gesù è Santissimo, privo di ogni macchia, adorno di ogni santità: Egli dunque poteva non solo offrirsi, ma offrirsi come vittima gradita. Come infatti avrebbe potuto riparare per gli altri, se Lui stesso fosse stato macchiato? Inoltre, essendo la Persona che si offre umana ma anche divina, questa Divinità dava al sacrificio un valore infinito, che compensava ampiamente la Giustizia del Padre. Infine, proprio perché Uomo e Dio, Cristo, venuto nel mondo, divenne subito e di diritto, il nuovo capo del genere umano, per cui era abilitato a soffrire per esso. L’Amore di Dio ha dunque escogitato un sistema in cui la Persona che si offriva fosse anche Colei a Cui si offriva: nell’Umanità Cristo soffriva, nella Divinità riceveva, e nel vincolo che unisce le Due Nature l’una soddisfava e l’altra salvava. Ecco come la cristologia calcedonese mostra la sua intima connessione con la soteriologia.

Il Verbo Incarnato, Gesù Cristo, potè, con la Sua Vita tutta, dalla Sua Concezione, sino alla Passione e Morte, salvare e redimere tutta l’Umanità. La Sua Resurrezione mostra che il sacrificio fu gradito a Dio: come avrebbe infatti potuto restituire la vita agli altri, se Lui stesso l’aveva perduta? E nell’Ascensione Egli fu costituito realmente Capo dell’Umanità, unita a Lui come le membra in un Corpo, la Chiesa. Il Redentore, con la Sua Umanità glorificata, chiama, giustifica, elegge, santifica e glorifica i Suoi fratelli, conferendo loro la Grazia preveniente, quella della Fede, la Santificante, le Grazie attuali, quelle di stato, le concomitanti e le susseguenti, quella della Speranza e quella della Carità. E’ Gesù, l’Uomo Dio, la causa di tutto il bene che c’è nel mondo: Egli lo ispira, lo sostiene e lo porta a compimento. E’ Lui che impedisce che si compia tutto quel male che l’uomo riesce ad evitare. E’ Lui che perdona e ripara tutto quel male che è stato fatto contro la Sua Volontà. L’Uomo Gesù è lo strumento consapevole di cui si serve la Sua Divinità per compiere in eterno il mistero della Giustificazione: tutte le azioni che abbiamo descritto a proposito di tale processo divino sono le Sue azioni.

In quanto all’effetto della Redenzione, essa anzitutto salda il debito della Giustizia, e l’uomo non deve né più pagare le conseguenze innanzi a Dio il Peccato Originale – che può essere lavato con il Battesimo – né scontare i vari peccati attuali di cui si penta, per cui riceve il perdono attraverso le vie ordinarie o straordinarie della Grazia. In conseguenza, l’uomo riceve nuovamente la Grazia Santificante, nei modi di cui abbiamo parlato, e può ottenere nuovamente la vita eterna. La Grazia Santificante infatti restaura la natura umana devastata dal peccato, e mette la libertà umana in condizione di fare il bene, purchè voglia accettare l’ispirazione divina in tal senso e collabori con essa nei modi descritti. E’ per questo che Gesù ci ha uniti a Se’ in un Corpo Mistico, nel quale la Grazia dello Spirito scorre come il sangue, e in cui siamo nutriti del Suo Vero Corpo e dissetati del Suo Vero Sangue: per operare Lui in noi. Infatti Gesù dice: Senza di Me non potete fare nulla (Gv 15, 5 c). La Grazia Santificante quindi non solo restituisce all’uomo che corrisponde la vita soprannaturale, ma permette anche all’uomo che non persevera di compiere qualche azione apparentemente buona o almeno tale da un punto di vista naturale, anche se non meritevole del Cielo. Questo effetto è valido per tutti e per sempre, in seguito alla comunicazione della Grazia stessa che ogni uomo riceve almeno una volta nella vita. Ecco perché non vi è nulla di buono che non venga da Cristo. Specularmente, alla stessa maniera, la Grazia rende meritevole l’astensione dal male o almeno rende possibile che essa avvenga. In quanto poi alla restaurazione dello stato base della natura umana, la Redenzione, tramite la Grazia, permette al giustificato di dominare la triplice concupiscenza, nonostante essa sia rimasta forte, come mezzo di prova per ognuno. I doni preternaturali non sono stati restituiti, ma alla fine dei tempi, quando l’ultimo discendente di Adamo sarà nato e l’ultima conseguenza della sua colpa sarà stata esplicitata, allora anche l’ultima Grazia Santificante sarà conferita e l’umanità tutta sarà restaurata nello stato primigenio. Infatti è necessario che chi da Adamo ha avuto colpa e pena, sia innestato in Cristo per ricevere santità e premio. Allora dunque tutta l’umanità salvata riceverà una natura migliore, spiritualizzata, superiore a quella data ad Adamo stesso nell’Eden, nella Resurrezione dei Corpi. Ecco perché Cristo è il Nuovo Adamo: in Lui siamo innestati tramite la fede e il Battesimo. Egli non ha avuto bisogno di generare una nuova umanità, ma di innestare in Se’, Uomo nuovo, la vecchia umanità restaurata. Allora il numero dei predestinati, conosciuto da Dio prima ancora della Caduta, in conseguenza della quale alcuni sarebbero stati salvati e altri persi, sarà compiuto, e il disegno di salvezza realizzato. Così, a dispetto di satana e della Colpa di Adamo, chi avrebbe dovuto salvarsi, si salverà, e chi avrebbe dovuto dannarsi, andrà dove ha scelto di andare.

LA NOSTRA COOPERAZIONE ALLA SALVEZZA

Completo nel mio corpo ciò che manca alla Passione di Cristo a vantaggio del Suo Corpo che è la Chiesa (Col 1,24b). Così si esprime San Paolo, esprimendo il ruolo che ogni cristiano ha nella Salvezza del mondo. Nessun uomo può salvare se stesso né i fratelli. Ma il battezzato, redento e innestato nel Corpo di Cristo, quando soffre e offre, soffre e offre la Sofferenza e l’Offerta di Cristo stesso. Tutta la sua vita è oblazione con Cristo, ma in particolare i suoi dolori sono una partecipazione alla Passione, in quanto essi, ordinariamente dovuti a cause naturali o umane, possono essere volontariamente accettati e vissuti con spirito oblativo. Cristo stesso continua così a soffrire nelle Sue membra, mentre queste attingono al capitale infinito della Sofferenza del Redentore, che nella Sua Passione ha già causato, finalizzato, santificato e vissuto i loro dolori. Noi infatti non potremmo soffrire con Lui, se Egli non avesse predestinato tale buona opera, e non le avesse conferito valore nel Suo dolore che anticipa, riassume e ricapitola il dolore di tutti.

Questo è necessario non per la redenzione oggettiva – ossia per la liberazione delle anime – ma per la redenzione soggettiva – ossia per l’applicazione del merito e la partecipazione ad esso. Finchè Cristo fu sulla terra, fu Vittima e Sacerdote, ossia Colui Che offre ed è offerto. Il Padre ricevette il Sacrificio e ne trasmise la validità anche alle Altre Due Persone Divine. Da quando però Cristo ascese, Egli stesso, in qualità di Mediatore, offre ancora Sé stesso nella liturgia tramite la Chiesa, ma anche riceve ciò che viene offerto, in quanto Dio. Tutte le volte in cui l’umana iniquità rende vana l’offerta di Cristo per il mondo, si contrae un debito di giustizia, che può essere ripianato in questo mondo solo se un termine medio tra Cristo stesso e il peccatore ripete l’offerta stessa, associandovisi. Tale associazione è indispensabile, perché Cristo è sempre Vittima e Offerente, e nessuno può essere l’uno e l’altro separatamente e senza Cristo stesso. Perciò ognuno, come Cristo, può intercedere per i vivi e i morti, per sé e gli altri. Non sono dunque meriti nuovi prodotti dal nulla, ma l’esplicitazione dei meriti stessi del Redentore, che in noi sono fecondi nella generazione di nuovi elementi di salvezza, di per sé inutili, ma in unione a Cristo realmente efficaci. Non si tratta di un sadismo divino, che moltiplica all’infinito le sofferenze dei buoni per la salvezza dei cattivi, ma dell’unica strada per la quale l’inevitabile sofferenza umana, alla quale in ogni caso la Redenzione ha posto un argine che sarà definitivo alla Fine dei Tempi, assume un valore e un senso, quello della carità e della misericordia verso gli altri e verso Dio, oltre che, di conseguenza, verso se stessi. In questa sofferenza, che fa parte della vita umana e cristiana allo stesso titolo della gioia, è sempre presente la letizia cristiana, che sa che nulla è inutile per gli eletti.

La prima e fondamentale associazione ai Dolori di Cristo è quella della Madre Sua, nel corso di tutta la Sua Vita e ai piedi della Croce, quando il Suo soffrire, sia pure in modo assolutamente subordinato a quello del Figlio, fu chiamato a partecipare alla Salvezza degli altri uomini. Come vedremo infatti, Maria, redenta in modo speciale in vista della Sua missione e quindi addirittura preservata dal Peccato originale, non aveva bisogno di espiare per Sé, ma non fu esentata dal dolore perché fu chiamata all’amore: Ella applicò per prima le Sue sofferenze, scaturenti in modo diretto, per contemplazione, da quelle del Figlio, all’umanità peccatrice, e compiendo quindi l’opera della Salvezza, per quanto stava in Lei, a vantaggio della Chiesa, di cui è Madre. Al di sotto di questa immolazione meravigliosa e tremenda, stanno le immolazioni di tutti i Santi e dei giusti, offerte in questo mondo per i loro fratelli. Un posto eminente tra esse hanno quelle dei martiri, dei confessori, dei mistici, specie di quelli che rivivono la Passione di Gesù, per quanto è concesso loro. Un terzo livello è l’espiazione delle anime purganti, che è solo per se stesse. Un quarto è il soffrire dei Santi in modo mistico nelle membra del Corpo di Cristo, attraverso il mistico soffrire del Cristo stesso nel Suo Corpo. E’ il caso per esempio dei giusti calunniati o obliati da morti, che in Cielo offrono per noi.

Ognuno dunque porta la sua stilla di sofferenza alla fonte che sgorga dall’albero della Croce, quello che in eterno dà la vera vita, nella quale lo stesso dolore si trasforma in gioia, in attesa della felicità piena, nella Beata eternità, apertaci dal Cristo nella Sua Morte.    

   

 


1. In particolare il magistero di Guglielmo di Ockham (1285-1349) il quale, affermando che il nomen corrisponde alla res solo perché Dio ha voluto così, per cui è inconoscibile all’uomo la vera definizione della cosa, ha permesso di considerare giusto ciò che Dio vuole, senza che esso debba esserlo di per sé. Le implicazioni ereticali del pensiero di Ockham furono condannate dal papa Giovanni XXII (1316-1324).

2. La teologia luterana,volendo sottolineare il primato dell’azione salvifica divina, ha ripreso la sola Giustificazione per fede: all’uomo è concesso solo di credere che Dio possa salvarlo. Credendo questo come si crede in un dogma – ossia avendo l’assoluta certezza di essere salvato- l’uomo riceve la Grazia che gli fa compiere le buone opere che di per sé non lo salvano, o perché non hanno un reale valore sovrannaturale o perché avendolo lo devono tutto all’azione di Dio, che quindi non può attribuirle agli uomini come merito. Il nocciolo ortodosso di questa teologia è che il fondamento della salvezza è la fede nel Redentore, non la pretesa di conquistare il cielo con le proprie azioni. Ma la svalutazione delle opere - conseguenza della convinzione del fatto che l’uomo non subisce una reale trasformazione ontologica nella giustificazione, per cui continua, per quanto dipende da lui, a fare sempre e solo il male, anche quando sembra che faccia il bene – non può essere accettata: il redento è pienamente in grado di fare ciò che piace a Dio.

3. San Paolo insegna che nessuno può sapere se, davanti a Dio, è degno di salvezza o di dannazione. Per cui il Concilio di Trento ha definito che la propria salvezza non può essere oggetto di fede, ma di speranza, a differenza di quanto insegnato da Lutero (1483-1546).

4. Paolo VI (1963-1978) la definì energia spirituale

5. Calvino, insistendo unilateralmente sulla natura previente della Grazia, ossia sul fatto che essa è comunicata primordialmente da Dio, evidenziò che l’Autore della salvezza è Dio stesso attraverso di essa, per cui l’uomo non è giustificato né dalle opere né dalla fede, ma da Dio, che ha deciso di conferire la Grazia che rende possibile le une e l’altra. Questa dottrina è erronea perché implica che la Grazia non sia gratuita solo nel dono, ma anche nell’efficacia, ossia che l’uomo abbia fede non per suo merito, sia pure assecondando la Grazia stessa, ma solo per opera della stessa. Invece Dio conferisce all’uomo una Grazia che gli permette realmente di avere una fede gradita a Lui. Il nocciolo ortodosso sta nel fatto che Dio, comunicando la Grazia, avvia il processo di salvezza, di cui è l’Autore principale, ma non unico. Come diceva Agostino: Colui che ti creò senza di te non ti salverà senza di te. Ma è sintomatico che il maggior discepolo di Agostino, san Fulgenzio di Ruspe (467-532), anticipasse molte posizioni di Calvino, senza essere condannato come eretico, a causa della fluidità del dibattito che c’era all’epoca sull’argomento.

6. La Grazia Santificante previene la fede. Ossia quest’ultima è possibile per la Grazia. L’uomo poi corrisponde a tale Grazia e fa sua la fede, assumendone merito. La disputa sulla Grazia, iniziata dopo il Concilio di Trento, continua a tutt’oggi nel mondo cattolico e forse troverà nel dialogo con i Protestanti una possibilità di soluzione. I seguaci di Tommaso d’Aquino (1225-1274) e del suo interprete controriformista, Domingo Bañez (1528-1604), sottolineano con forza la necessità della Grazia preveniente, parlando di premozione fisica, praemotio physica, di messa in movimento, da parte di Dio, dell’uomo attraverso la Grazia stessa, che dunque ha una efficacia primordiale, attivante, della possibilità di credere e di fare il bene. Ciò sulla base della causalità universale di Dio che è valida nel mondo soprannaturale come in quello naturale. Essi sostengono che la Grazia data da Dio è sufficiente sempre per porre un atto meritorio, ma che essa diviene efficace solo se sostenuta da un ulteriore intervento soprannaturale. La mozione divina è detta irresistibile e infallibile, ma Dio muove ogni creatura in modo conforme alla propria natura, per cui l’uomo agisce nella libertà. I gesuiti, attorno a Luis Molina (1535-1600), sostengono la necessaria collaborazione dell’uomo. La sua libertà rimane intatta anche sotto l’azione della Grazia. Per lui non esiste alcuna premozione. L’azione di Dio accompagna la scelta dell’uomo. La Grazia è sempre sufficiente, e spetta all’uomo, con il suo assenso, di renderla efficace. Non operando la Grazia sulla volontà, l’elargizione della prima dipende dalla consapevolezza (scientia media) che Dio ha dell’assenso che l’uomo le accorderebbe nelle varie circostanze (futuri contingenti). Le due teologie della Grazia che abbiamo esposto sono due poli oretici in perpetua dialettica tra loro. Di certo c’è che la Grazia si dona in modo assolutamente libero e fonda la possibilità stessa di avere fede e quindi di fare il bene. Personalmente credo nella premozione fisica, come atto divino che avvia la fede come principio di giustificazione; sono convinto che ogni atto buono necessiti di una premozione divina e che Dio sostenga ogni atto meritorio nel suo farsi. Credo che la distinzione tra Grazia sufficiente ed efficace sia più di modo che di tipo, almeno ordinariamente. Una soluzione del problema in termini completamente diversi venne formulata da Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787). Egli distingue una doppia efficacia della Grazia: l’intrinseca e l’estrinseca. La seconda – detta Grazia comune – è accordata a tutti gli uomini, che con essa adempiono i precetti più semplici, specie quello della preghiera. Quest’ultima – definita il grande mezzo della salvezza – ottiene a ciascuno le Grazie intrinsecamente efficaci o speciali – perché Dio non le nega mai a chi le chiede – con cui si può adempiere a precetti più difficili. In tale ascesa alla perfezione anche terzi possono pregare per il peccatore, in particolare la Beata Vergine. Nell’ottica alfonsina possono essere lette le grandi devozioni cristiane che promettono la Grazia della perseveranza finale a chi le compie in virtù di particolari pratiche di pietà, come i Nove Primi Venerdì del Mese del Sacro Cuore di Gesù o i Cinque Primi Sabati del Mese del Cuore Immacolato di Maria o le Tre Ave Maria mattina e sera o le Quindici Orazioni di Santa Brigida, e molte altre legate a grazie particolari ultraterrene (lo Scapolare del Carmine o la Corona Angelica ecc.).

7. I sacramenti di iniziazione, dopo il Battesimo, confermano la Grazia Santificante in modo stabile (Cresima) o pieno (Eucarestia); quelli detti di guarigione restaurano la Grazia perduta col peccato (Confessione e Unzione degli Infermi); i sacramenti di stato abilitano a condurre la vita secondo le principali vocazioni cristiane (Matrimonio e Ordine). La validità assoluta dei sacramenti è detta da Agostino ex opere operato, perché indipendente dalla santità di chi li amministra. E’ sintomatico che i sacramenti siano rimasti anche nel Cristianesimo evangelico, anche se ridotti ai due maggiori (Battesimo e Eucarestia).

8. In questo modo possono giungere alla salvezza anche coloro che non professano il Cristianesimo perché non lo conoscono o non ne hanno compreso la natura salvifica. Anzi, maggiore è il patrimonio spirituale che con esso condividono, maggiore è il mezzo loro fornito per salvarsi, come insegna il Concilio Vaticano II (1962-1965).

9. Questa dottrina del Battesimo di desiderio è a mio avviso il mezzo con cui risolvere il problema della salvezza dei bambini morti senza Battesimo sacramentale. Sicuramente indegni del Paradiso perché nati col Peccato Originale, i bambini non battezzati, privi di altre colpe imputabili, sono posti in un luogo di felicità naturale detto Limbo. Di tale luogo oggi si parla molto, affermando che non esista. Ma destinare genericamente tutti i morti senza battesimo al Paradiso in nome di una generica Misericordia divina – a cui pure essi vanno affidati – significa svuotare di contenuto tutta la Redenzione. Il Limbo esiste, ma i bambini morti senza battesimo, anche prima di nascere, non ci vanno, se i genitori hanno avuto l’intenzione – cioè il desiderio – di farli battezzare, anche se poi non ne hanno avuto il tempo. Infatti, se la fede dei genitori supplisce alla fede del battezzando al momento della ricezione del sacramento, in quanto il bambino non intende, allora anche il loro desiderio, basato sulla fede, può supplire a quello di ricevere il Battesimo che il piccolo non può avere dentro di sè. Tale desiderio per conto terzi si può considerare valido anche per i genitori di bambini morti in altre religioni, ancora nell’età dell’innocenza, purchè tali genitori abbiano avuto una coscienza talmente retta, da desiderare per i propri figli una piena conformità ai voleri divini, per cui avrebbero desiderato per loro anche il Battesimo, se lo avessero conosciuto quale necessario alla salvezza. Analogamente si può supporre per tutti i bambini affidati ad altri educatori forniti delle medesime intenzioni. Forse, innanzi alla condotta omicida con cui tanti genitori non solo tralasciano di battezzare i figli, ma persino negano loro il diritto di nascere con l’aborto o con la distruzione degli embrioni soprannumerari nella fecondazione assistita, il pio desiderio di battezzarli prima della morte prenatale, formulato da chiunque potrebbe, almeno ipoteticamente, farlo, o da chiunque vorrebbe avere tale possibilità, potrebbe aprire a questi sventurati, mai venuti alla luce, le porte del Cielo.

10. Cornelius Jansen, latinizzato Giansenio (†1638), interprete unilaterale dell’ultimo pensiero di Agostino, aveva sostenuto l’infallibilità e l’irresistibilità della Grazia, che dunque è concessa solo ai salvati, in quanto se fosse concessa a tutti, non vi sarebbero dannati. Aveva cioè sviluppato le implicazioni ereticali presenti nel sistema di Bañez. Il rigorismo di Giansenio esclude quindi dalla salvezza non solo tutti cristiani che non sono santi, ma anche tutti quelli che non sono cristiani. A questa eresia si oppose papa Clemente XI (1700-1721) che, nella costituzione apostolica Unigenitus Dei Filius (1716), ribadì la destinazione universale alla salvezza e l’esistenza delle vie straordinarie, già teorizzate da San Giustino (†165 ca.).

11. La frase sembra riferirsi più che altro agli Ebrei – eletti – soppiantati dai pagani – chiamati. Ma vale anche oggi, quando gli eletti sono tra i cristiani, scelti tra i chiamati battezzati. Indipendentemente dalla quantità dei salvati, la frase insegna l’esistenza di una differenza tra la chiamata alla salvezza e il suo conseguimento, con conseguente possibilità di fallimento per una parte degli uomini. Parliamo di possibilità, in quanto di nessuno nella Bibbia è data per certa la dannazione, anche se le stesse Scritture presentano un futuro escatologico in cui alcuni sono salvi e altri dannati. Vedi nota 12.

12. L’idea calvinista di un Dio che predestina alla salvezza dando la fede ad alcuni e che quindi, negandola agli altri, li determina alla dannazione, è da respingere. La polemica sull’efficacia della Grazia, che essendo invincibile e infallibile non può non adempiere il suo scopo, è mal posta da Calvino come da Giansenio. La Grazia è invincibile e infallibile perché giustifica tutti, ma non ha lo scopo di salvare gli uomini contro la loro volontà né di surrogarne le funzioni.

13. Alcune correnti teologiche contemporanee hanno ipotizzato un inferno vuoto (H.U. Von Balthasar, Giovanni Paolo II) come conseguenza trionfale dell’onnipotenza della Misericordia Divina. Tale ipotesi va presa come relativa all’esito della Redenzione ma non considerata – come erroneamente fanno molti – una negazione della possibilità stessa della dannazione, che anzi nella Bibbia è presentata molto spesso e come assai incombente.

14. La tradizione letteraria mesopotamica, la cui forma classica è la letteratura sumera, ha custodito il racconto eziologico delle origini, in contesti religiosi anche differenti, con un medesimo significato e con la costante convinzione della sua storicità. Sarebbe interessante ricostruire la storia filologica e concettuale del racconto, per vedere se la forma fissata nella Bibbia, incentrata sul monoteismo, sia più recente o – come sarebbe più logico aspettarsi – più antica di quelle legate al politeismo. In questo caso la redazione ebraica sarebbe solo il punto d’arrivo di una tradizione scritta e orale di un racconto antichissimo, arricchito in parallelo di fatti e personaggi nelle epiche pagane. In ogni caso, nessuno potrebbe credere che la Genesi sia fatta nei suoi primi capitoli da un racconto popolare: tanto varrebbe credere che gli antichi potessero facilmente credere che i serpenti potessero parlare. In realtà i lettori contemporanei alla stesura sapevano bene che il nuovo testo echeggiava figure religiose anteriori, aventi uno specifico significato. Non dunque letteratura ingenua e scoordinata, ma consapevole e unitaria nel suo scopo didattico.

15. In realtà ogni specie deve iniziare da una sola coppia. Quindi un primo uomo e una prima donna, in cui il genoma si sia modificato, e che abbiano ricevuto l’anima, devono essere esistiti per forza. In quanto poi al Paradiso Terrestre, creato per l’uomo innocente, scomparve senza traccia quando egli si corruppe.

16. Il lodevole sforzo di conciliare Darwin con la Creazione fatto da Tehilard de Chardin (1881-1952) non può essere accettato quando tenta di mostrare che la Creazione si sviluppa sino ad essere capace di accogliere l’elemento spirituale e men che meno quello soprannaturale. Ciò fu rilevato da Pio XII nella Humani Generis, e ribadito dal Sant’Uffizio sotto Giovanni XXIII, nonché confermato dalla Segreteria di Stato sotto Giovanni Paolo II.

17. La cornice geografica del racconto, il Medio Oriente – come si deduce da due dei quattro fiumi nati dall’Albero della Vita, il Tigri e l’Eufrate – probabilmente è la spazializzazione data dall’autore, ignaro dei luoghi reali. In quanto ai tempi, stando alla lettera biblica dovrebbe risalire a quattromila anni avanti Cristo, che naturalmente si basava su una cronologia mitica oggi inaccettabile.

18. A dispetto di quei teologi che affermano che il Peccato originale è solo l’inclinazione al male che l’uomo ha in sé, evidentemente invincibile se bisognoso di Redenzione, quasi che Dio abbia creato l’uomo stesso corrotto. Analogamente, il Peccato originale è ereditario, contrariamente a quanto diceva Pelagio, altrimenti la natura non si sarebbe corrotta e la Redenzione sarebbe stata inutile.

19. Lutero, affermando che l’uomo perse anche il libero arbitrio, asserì che egli poteva fare solo e necessariamente il male, per cui vi era condannato. Ma così non si vedrebbe neanche la colpevolezza di chi, capace di scegliere solo il male, di fatto non avrebbe più avuto possibilità reale di scelta.

20. E’ l’antica Formula di fede detta Teopaschita: Uno della Trinità ha sofferto nella Carne.

21. Da esso sono liberati dall’Anima di Cristo, Che vi discende dopo la Morte, e li porta con Sé subito dopo, prima ancora della Resurrezione.

22. Alcune descrizioni sono impressionanti nella loro precisione cronachistica: il Salmo XXII, i Canti del Servo del Signore in Isaia, la II Lamentazione. Eppure sono scritti da un minimo di 400 a un massimo di 900 anni prima di Gesù.

23. In molte letterature pagane ci sono riferimenti, sia pure occasionali, alla necessità che un Dio salvi l’uomo o a tale credenza. Avviene per esempio in Cicerone o in Euripide, ma anche negli Annali degli Imperatori Cinesi, in epoca coeva a quella di Cristo. L’istanza di un Salvatore divino è peraltro drammaticamente e profeticamente presente anche nella cultura contemporanea, anch’essa in attesa di Qualcuno che però è già arrivato (Heidegger, Beckett, Horkheimer, Adorno ecc.).


Theorèin - Gennaio 2010