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 XVIII Lezione

Un analogo momento di critica al dolore sia stoico che cristiano, lo riscontriamo in Michel de Montaigne e precisamente nel XIV capitolo del I libro degli Essais (siamo nel 1580):

"Limitiamoci ad occuparci del dolore. Concedo, e volentieri, che sia il peggiore accidente della nostra esistenza; di fatto io sono un uomo che lo odia quant’altri mai, e quant’altri mai lo fugge, per non aver avuto finora, grazie a Dio, grandi rapporti con esso. Ma sta in noi, se non annullarlo, per lo meno diminuirlo con la pazienza e, quand’anche il corpo ne fosse scosso, mantenere tuttavia l’anima e la ragione ben salde. E se così non fosse, chi avrebbe dato credito fra noi alla virtù, alla forza, alla magnanimità e alla risolutezza? Dove potrebbero esse sostenere la loro parte, se non ci fossero più dolori da sfidare? "Avida est periculi virtus" (cita Seneca nel De providentia libro IV). Se non si dovesse dormire sul duro, sopportare con tutte le armi addosso il calore del mezzogiorno, nutrirsi di cavallo e di asino, vedersi fare a pezzi ed estrarre una palla di fra le ossa, sopportare suture, cauterizzazioni e sonde, come acquisteremmo la superiorità che vogliamo avere sugli uomini del volgo? Quello che dicono i saggi, che cioè fra azioni ugualmente meritevoli, è preferibile a compiersi quelle in cui c’è più pena, significa ben altro che fuggire il male e il dolore [...]. Per questa ragione è stato impossibile convincere i nostri padri che le conquiste fatte a viva forza nel rischio della guerra non fossero più pregevoli di quelle fatte in tutta sicurezza con intrighi e raggiri [...]. Ancor più ci deve consolare questo: che, per natura, se il dolore è violento, è breve; se dura a lungo, è leggero [...]. Non lo sentirai a lungo, se lo senti troppo; esso metterà fine a se stesso o a te: l'una e l'altra cosa porteranno allo stesso punto. Se tu non lo sopporti, esso ti porterà via [...]".

In tempi precedenti, essere nobili era dimostrato dal fatto stesso di esistere, "oggi 1580" non è più così; bisogna teoricamente riprendere degli esercizi stoici unicamente per ribadire questa appartenenza che non è più così evidente. Se non si facessero questi esercizi, non vi sarebbero altri elementi per far pesare di essere nobili a chi nobile non lo è.

Montaigne è ad un bivio: accettare totalmente la nuova valoristica borghese che viene fuori dalla negazione della antica aristocrazia, oppure accettare in parte questa novità che si annuncia, e ricercare da sè possibilmente il dolore almeno in parte, mantenendo questi esercizi per dimostrare ciò che si è sempre stati ma che ormai non sono più evidentemente così.

Montaigne verrà interpretato sempre in questa posizione ambigua; come l’ultimo degli aristocratici ed il primo dei borghesi.

Gli antichi che misuravano tutta la loro potenza con la forza, disprezzavano coloro che ottenevano una vittoria attraverso una negoziazione. Montaigne a tal riguardo ha una posizione doppia: da una parte accetta la risoluzione militare, quindi ottenuta con la forza; dall’altra accetta il raggiro, l’intrigo, elementi che fanno parte della negoziazione.

Macchiavelli è l’esponente principale di questo tipo di soluzione, tanto che essendo il primo ad usare strumenti di tipo borghese, viene visto come un diabolico.

Al riguardo delle armi Montaigne scrive un passo, che sarà beffeggiato da Diderot nell’Enciclopedia, dove dimostrerà la sua poca comprensione della modernità intesa come elogio della tecnologia. Scrive in un passo a riguardo della pistola:

"E’ molto più facile poter contare sulla spada che teniamo in pugno che sulla palla che esce dalla nostra pistola, in cui vi sono molte parti, la polvere, la pietra, la ruota, delle quali la minima che fallisca farà fallire la vostra sorte. Si imbrocca con scarsa certezza il colpo che l’aria conduce ... Ma quanto a quest’arma, ne parlerò più ampiamente quando farò il paragone fra le armi antiche e le nostre; (non lo farà mai N.d.R.) e, salvo l’assordamento degli orecchi, a cui ormai ognuno è abituato, credo che sia un’arma di pochissimo effetto, e spero che un giorno ne abbandoneremo l’uso".

In un altro brano deride le forme di stoicismo e di cinismo più radicali.

"Quando Anassarco, messo nel cavo di un macigno e pestato a colpi di maglio di ferro per ordine di Nicocreonte, tiranno di Cipro, non cessa di dire: "Colpite, rompete, non è Anassaraco, ma il suo astuccio, quello che pestate"; quando sentiamo i nostri martiri in mezzo alle fiamme gridare al tiranno: "Questa parte è abbastanza arrostita, tagliala, mangiala, è cotta, ricomincia dall’altra"; quando sentiamo, in Giuseppe, (Flavio N.d.R.) quel ragazzo tutto lacerato dalle tenaglie mordenti e trafitto dalle lesine di Antioco, sfidarlo ancora, gridando con voce ferma e sicura: "Tiranno, stai perdendo il tuo tempo, io sto proprio bene; dov’è quel dolore, dove sono quei tormenti dei quali mi minacciavi? Non sai fare che questo? La mia fermezza ti procura più pena di quanto io ne senta per la tua crudeltà: vile gaglioffo, tu ti arrendi, ed io mi rafforzo; fammi piangere, fammi piegare, fammi arrendere, se puoi; dà coraggio ai tuoi satelliti e ai tuoi carnefici; eccoli che vengono meno, non ne possono più; armali, aizzali" - certo bisogna riconoscere che in quegli anni vi è qualche alterazione e qualche furore, per santo che sia. Quando arriviamo a quelle uscite stoiche: "Preferisco esser pazzo che libidinoso", frase di Antistene; quando Sestio dice che preferisce essere trafitto dal dolore che dal piacere... chi non pensa che siano puntate di un cuore che si slancia fuori della sua dimora abituale? Il nostro animo non saprebbe dalla sua sede spingersi tanto in alto".


Theorèin - Novembre 2003