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 XXIV Lezione

Giacomo Leopardi ricentralizza il corpo nell’esperienza generale. Siamo nel 1821 l’anno in cui escono Le serate di San Pietroburgo di De Maistre ed è l’anno in cui Leopardi scrive il maggior numero di pensieri nello Zibaldone.

Una nota del 30 settembre 1820 ci dice in che cosa consiste la ricentralizzazione del corpo che egli opera in una prospettiva anzitutto di tipo aristocratico.

La modernità lo disgusta, in primo luogo in quanto aristocratico, poi in quanto letterato. Manca rispetto a De Maistre l’aspetto religioso.

«Il costume e la massima di macerare la carne e indebolire il corpo per ridurlo, come dice san Paolo, in servitù, doveva necessariamente illanguidire le passioni e l’entusiasmo, e render soggetti anche gli animi di chi cercava di soggiogare il corpo, e così per una parte contribuire infinitamente a spengere la vita del mondo, per l’altra ad appianare la strada al dispotismo, perché non ci son forse uomini così atti ad essere tiranneggiati come i deboli di corpo, da qualunque cagione provenga questa debolezza, o da lascivia e mollezza, come presso i Persiani, che dopo il tempo di Ciro divennero l’esempio dell’avvilimento e della servitù, o da macerazione ecc. Nel corpo debole non alberga coraggio, non fervore, non altezza di sentimenti, non forza d'illusioni, ecc. Nel corpo servo anche l’anima è serva».

L’idea di fondo è volterriana. Il valore aristocratico consiste nella sanità, nella salute, nella forza del corpo. Leopardi lega la salute corporea con la salute etica, e quindi significa imbattersi nel pensiero fondamentale di certi greci, quello stoico entro certi limiti.

L’ideale educativo di Leopardi sarà di questo tipo e sarà una posizione che troverà perfettamente daccordo Nietzsche.

C’è una netta presa di distanza dalla tradizione platonica del Fedone in cui tutto ciò che va coltivato è l’anima e tutto ciò che va oppresso è il corpo.

Corpo significa non solo capacità di ragionamento, ma significa immaginazione, sogno, allora Leopardi dice che un corpo che è debole è debole anche per immaginare.

Nella modernità il corpo è più malato che un tempo. Non è in grado di creare grandi immaginazioni che in passato hanno creato la grande poesia, la grande letteratura, per cui ne deriva una quasi morte dell’arte nella modernità, perché sarà sempre più un’arte di testa e sempre meno di immaginazione.


Theorèin - Maggio 2004