LA SFIDA DI CARTESIO E LA RISPOSTA DI VICO
A cura di: Mario Della Penna
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Introduzione

 

«Il confronto con Descartes è il confronto con il problema se la matematica sia l'unica vera conoscenza, e con ciò al tempo stesso, se il pensiero matematico sia la vera manifestazione dell'uomo». (1) 

Sono le parole di Max Horkheimer, il quale ritiene, che nella genesi del pensiero vichiano, la polemica anticartesiana sia di fondamentale importanza. 

La sua problematizzazione difatti mette in questione il dogma di fondo dello scientismo matematizzante. L'applicare il metodo geometrico alla natura è senza dubbio utile, a patto di non pretendere di ridurre questa a ciò che deduttivamente ricaviamo da tale metodo, prescindendo dall'imprevedibile accertamento empirico. 

La critica vichiana si dimostra illuminante dal momento che per Cartesio il primato del metodo sulla realtà non è altro che il primato del soggetto, da cui egli ritiene che scaturisca quella mirabilis scientia, dai cui princìpi si possa dedurre la conoscenza di tutte le altre cose che sono al mondo. 

Questo approccio conoscitivo alla realtà è frutto per i francofortesi, di una patologia della conoscenza, dove l'elemento comune è l'asservimento del pensiero alla logica del dominio come viene ribadito in Dialettica dell'illuminismo:  

«L'io percepisce il mondo esterno solo nella misura corrispondente ai suoi ciechi scopi (...) Il nudo schema del potere come tale (...) afferra tutto ciò che gli si offre o lo inserisce, senza affatto badare alla sua peculiarità, nel proprio tessuto mitico». (2)

Il vero bersaglio critico di Horkheimer, è la pretesa assolutizzazione del soggetto, che trascura la concretezza della realtà umana e storico-sociale. 

La natura umana, dice Vico, è incertissima a causa dell'arbitrio, cioè della libertà come possibilità di scelta. Assistiamo in altri termini, ad una importante presa di posizione a favore di una pluralità metodologica, rispettosa della peculiarità dei diversi oggetti della ricerca, anzichè piegarli tutti, mortificando le differenze nella subordinazione ad un unico metodo, ad una sorta di omogeneizzazione repressiva e falsificante. 

L'oggetto di questa contrapposizione trova una sua strada naturale nel percorso attuativo del pensiero moderno, dove appunto la svolta soggettivistica impressa da Cartesio prepara la reificazione del soggetto che la società industriale tende a realizzare. 

Il pensiero moderno nel suo esito finale, e cioè idealistico, viene a negare un aspetto essenziale della premessa teoretica da cui è partito: la separazione del pensiero rispetto alla realtà. 

Adorno sottolinea che la svolta soggettivistica viene portata fino in fondo dall'idealismo per cui la coscienza diventa una secolarizzazione del principio creatore divino. 

L'esito teoretico dell'idealismo si caratterizza essenzialmente per una radicale immanenza, già implicita nel principio cartesiano, per cui il soggetto non è più solo fondamento del sapere come in Cartesio, ma si assolutizza negando ogni alterità e pretendendo di dedurre tutto da sè. 

Kant è visto da Adorno come colui che accentua quella svolta soggettivistica iniziata con Cartesio preparando così il terreno all'idealismo. 

Il filosofo di Konigsberg dunque, è inserito quasi al culmine di quel filone scientistico del pensiero moderno. Attorno alla sua figura vengono a confluire sia elementi scientistici, per cui sapere è potere, sia motivi che preparano l'idealismo. Il punto di incontro e di continuità tra scientismo e protoidealismo è la svolta soggettivistica; infatti è sempre il soggetto il principio unificante ed identificante.    

Restringendo il nostro zoom attorno a ciò che è più vicino all'oggetto della nostra attenzione, troviamo da una parte Cartesio che, attraverso la sua indagine e la sua ricerca ossessiva di un metodo valido per ogni circostanza, lancia la sua sfida per la nascita del pensiero moderno, e dall'altra la figura di Vico, un pensatore originale che al contrario, è riuscito a spostare l'attenzione sul mondo umano, il mondo della storia, il mondo dell'incivilimento umano con i suoi progressi ma anche con le sue involuzioni; e proprio nel momento in cui si stava preparando la grande stagione dell'illuminismo, egli è stato capace di andare contro corrente e questo ha rappresentato la sua vera novità. 

Questi due filoni di pensiero continuano ancor oggi ad occupare un posto di grande rilevanza; da Cartesio in poi, il pensiero scientifico si è affermato in maniera totalizzante, ed è cresciuto in maniera esponenziale; ha occupato tutti i settori della nostra vita, ha rimesso in discussione l'intero sapere, ma al culmine della propria parabola di crescita, tutti i sistemi da esso generati, mostrano i segni di una profonda crisi. L'attenzione è tornata a spostarsi attorno all'uomo riunificato, dopo che è stato sezionato, analizzato e giudicato in tante parti, quali sono le discipline che di lui si sono occupate.

Rimanendo nel campo strettamente tecnico-scientifico, la logica cartesiana che ha rafforzato la concezione dualistica, sta segnando il passo con la nascita di sistemi logici di pensiero, che stanno dimostrando tutta la sua limitatezza; è il caso ad esempio della contrapposizione fra i concetti e le applicazioni legati alla bivalenza, contro quelli legati alla polivalenza, come il caso del pensiero fuzzy, di cui abbiamo fatto cenno in alcuni capitoli del nostro corso Dall'atomo al bit.


(1) M. HORKHEIMER, Gli inizi della filosofia borghese della storia, Einaudi, Torino, 1978, pp. 70-71

(2) M. HORKHEIMER- TH. W. ADORNO, Dialettica dell'illuminismo, Torino, 1966, p. 203 


Theorèin - Ottobre 2003