LA SFIDA DI CARTESIO E LA RISPOSTA DI VICO
A cura di: Mario Della Penna
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XXII Lezione

La risposta di Vico

BORIA DELLE NAZIONI E BORIA DEI DOTTI.
ALLA RADICE DEGLI ERRORI E PER UN APPROFONDIMENTO
DEL SENSO DELLA COMPRENSIONE STORICA

La prospettiva gnoseologica serve a comprendere il senso della comprensione storica di Vico. Nella SN nella sua ultima redazione del '44 troviamo nella parte iniziale un sezione intitolata Degli elementi in cui sono esposte le famose Degnità che sono come degli assiomi di base come li definisce Vico. Sono unità sia filosofiche che filologiche. Queste Degnità sono come il sangue per il corpo. Le prime quattro  riguardano il problema della conoscenza. Per conoscere correttamente bisogna superare una tendenza del soggetto ad identificare la realtà che conosce a sé. Dice il Vico che questi assiomi mettono in guardia rispetto ad un errore comune della mente umana, ossia che misurano da se le nature non ben conosciute di altrui. Questa critica degli errori serve ad impostare correttamente il problema della conoscenza. Dice il Vico:

«Di tutte l'anzidette proposizioni, la I, II, III, IV, ne danno i fondamenti delle confutazioni di tutto ciò che si è finora opinato d'intorno a' princìpi dell'umanità».

La seconda Degnità mette in luce: "il fonte inesausto di tutti gli errori". Quali sono questi errori e qual è la radice? La terza Degnità è dedicata alla boria delle nazioni e la quarta alla boria dei dotti. La boria è la pretesa che nasce da un desiderio di superiorità, di esaltazione del proprio prestigio, per presentare, nel caso delle nazioni, il proprio livello di civiltà come antichissimo, attribuendolo anche ai popoli primitivi così da poter vantare: "d'aver esse prima di tutte l'altre ritruovati i comodi della vita umana e conservar le memorie delle loro cose fin dal principio del mondo". Vico parla a proposito di questo atteggiamento di vanagloria. Analogamente c'è la boria dei dotti, "i quali ciò che essi sanno, vogliono che sia antico quanto il mondo". Essi sono mossi dalla presunzione, per cui, studiando e interpretando il mondo primitivo, attribuiscono i contenuti del proprio sapere agli antichi, intesi come propri precursori, funzionali a dare lustro e nobile vetustà alle idee degli interpreti. Queste borie portano ad un fraintendimento del mondo primitivo, delle origini dell'umanità. Dice il Vico questi fraintendono:

«perocché da' loro tempi illuminati, colti e magnifici, ne' quali cominciarono quelle ad avvertirle, questi a ragionarle, hanno estimato l'origini dell'umanità, le quali dovettero per natura essere picciole, rozze, oscurissime».

C'è una contrapposizione tra i tempi illuminati, colti e magnifici, e i tempi primitivi aventi caratteristiche opposte: piccole, rozze e oscurissime. Gli uomini secondo il Vico prima sentono senza avvertire, poi avvertono con animo perturbato e commosso, infine riflettono con mente pura. C'è un parallelismo con lo sviluppo dell'uomo. Soltanto quando gli uomini in conseguenza del timore di Giove , si cominciano a rimettere in un certo ordine, rinasce la famiglia, rinasce la convivenza civile, e solo in quel momento può svilupparsi la riflessione razionale e non prima. Vico polemizza con Polibio e con autori che intendevano la religione illuministicamente, i quali non ne vedevano una funzione importante se non per il popolo ignorante. Si tratta di un platonismo per il popolo come fu definito anche da Nietzsche. Vico si oppone, polemizza con Polibio, con Bayle, dicendo che senza la religione non possono nascere le repubbliche e neanche la filosofia. Qual è l'atteggiamento comune a queste borie? E' la logica falsificante dell'assimilazione, dell'identificazione dell'ignoto al noto. Questo atteggiamento dice Vico rende "ozioso l'intendimento", perché pretende di sapere ciò che no sa. Dice infatti il Vico:

«E' altra proprietà della mente umana ch'ove gli uomini delle cose lontane e non conosciute non possono fare niuna idea, le stimano dalle cose loro conosciute e presenti».

Quando noi cerchiamo di comprendere cerchiamo sempre di assimilare il nuovo con il noto. Ci può essere un atteggiamento corretto e scorretto è una questione di misura. Vico denuncia una degenerazione della corretta tendenza assimilatrice del comprendere. Si tratta di mettere l'accento su novum, sul diverso che poi significa mettere l'accento della vocazione veritativa della mente. Dice Vico nel De mente heorica DMH 1732 "mens ad verum facta". La mente umana è "indiffinita", è un aspetto importante dell'antropologia della SN, vale a dire non prigioniera della determinatezza e della particolarità, ma aperta alla ricchezza polivoca del reale, quindi all'universale; è un conoscere (nosse) aperto all'infinito. La mente indiffinita è anche la radice della libertà. Questa mente è anche soggetta alla verità, non è arbitra, questa mente può rovesciarsi nell'ignoranza, ossia può tradire la vocazione originaria che è rappresentata dalla verità. Questo rovesciarsi si manifesta nel momento in cui il soggetto, anziché riconoscere le cose per quelle che sono, pretende di farsi arbitro di esse. Si tratta di uno scambio del reale con il prodotto delle proprie escogitazioni. "Gli uomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per cose simili, danno alle cose la loro propria natura, come il volgo, per esemplo, dice che la calamita esser innamorata del ferro". C'è un passo di Horkheimer che tende ad assimilare la posizione vichiana sulla religione a quella di Feuerbach ma l'interpretazione non è delle più corrette. Cerchiamo di trattare il tema delle ignoranze. Vanno distinte due tipologie di ignoranza per capire la natura dell'intelligere e quindi della comprensione storica: "l'uomo per indiffinita natura della mente umana, ove questa si rovesci nell'ignoranza, egli fa sé regola dell'universo". Invece di essere attento a scoprire la realtà l'uomo pretende di essere il soggetto regola dell'universo. Questo per Vico è negativo. Mentre parla anche di "naturale curiosità" che nasce dall'ignoranza e che genera la scienza. L'ignoranza quindi può anche suscitare una naturevole curiosità. L'ignoranza a seconda della scelta dell'uomo può assumere quindi due significati: c'è quella positiva che genera la curiosità e la meraviglia e apre la mente dell'uomo.

«La curiosità, proprietà connaturale dell'uomo, figliuola dell'ignoranza, che partorisce la scienza, all'aprire che fa della nostra mente la meraviglia, porta questo costume: ch'ove osserva straordinario effetto in natura, come cometa, parelio o stella di mezzodì, subito domanda che tal cosa voglia dire o significare».

Ma c'è una "ignorantia veri" che è la "scaturigo omnis hamanae infelicitatis" cioè che scaturisce l'origine di ogni umana infelicità. Questa ignoranza in senso negativo è la causa, il risultato di una chiusura mortificante del desiderio di scoprire. E' il rifiuto di riconoscere le cose e le loro naturali cagioni, la pretesa arrogante (boria) con cui la mente vuole imporre ad esse i propri criteri. C'è un passo della SN in cui Vico sta parlando della mitopoiesi dell'uomo primitivo, cioè la creazione dei miti, delle favole; questo nasce nell'uomo ignorante che si fa regola dell'universo, e prosegue: "come la metafisica ragionata insegna che homo intelligendo fit omnia, così questa metafisica fantasticata dimostra che homo non intelligendo fit omnia. L'uomo con l'intendere spiega la sua mente e comprende esse cose, ma col non intendere egli di sé fa esse cose, e col transformandosi lo diventa". La radice della prima frase è scolastica che deriva dal De Anima di Aristotele dove si legge: L'anima, in quanto da essa scaturisce l'atto intellettivo, "è in certo modo, gli enti stessi". Vale a dire: poiché l'intelletto è aperto alla conoscenza della totalità del reale, ha la potenzialità di divenire, in certo modo, cioè intenzionalmente, conoscitivamente, tutte le cose; nel senso che nell'atto conoscitivo si realizza il manifestarsi in lui di ciò che gli è estraneo. Per quanto riguarda la seconda frase, l'uomo quasi si reifica. Per il Vico il soggetto del conoscere non è la res cogitans ma è un intelligenza incarnata. L'uomo in quanto individuo tende ad esprimere e proiettare il particolare, in quanto intelligente invece è apertura alla totalità del reale, è capacità universale. Dunque la pretesa assimilatrice ed identificatrice del soggetto, come quella di dettare legge alla realtà e quindi anche gli eventi della storia, fa fallire la comprensione e reifica l'intelligenza dell'interprete. Perciò quando il Vico avverte che, per la comprensione storica ci vuole la "fatica tanto spiacente, molesta e grave" di spogliare la nostra natura per entrare in quella dei primi uomini", non bisogna credere che queste ed altre impressioni simili, siano il frutto di una ingenuità che ignora le condizioni soggettive del comprendere. Dunque, "spogliare la nostra natura" significa che, per comprendere, si richiede un impegno non facile per far sì che non prevalgano le proiezioni della situazione dell'interprete o l'arbitrio del soggetto, per poter scoprire la natura dei primi uomini. Dice Vico:

«L'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine delle cose», e prosegue: «l'ordine delle cose umane procedette in questo modo: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l'accademie».

Se si vuol comprendere la storia e in particolare la storia delle origini dell'incivilimento umano, bisogna procedere seguendo l'ordine del suo sviluppo, non secondo l'ordine che vuole imporre la boria dell'interprete. Il metodo non può essere imposto aprioristicamente, ma dipende dalle realtà indagate.


Theorèin - Ottobre 2005