LA TEOLOGIA CRISTIANA

A cura di: Vito Sibilio
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PENTATEUCHUS LIBER

Brevissima introduzione al Pentateuco

CHE COS’E’ IL PENTATEUCO

Il Pentateuco (lett. Pentateuchus Liber, essendo l’aggettivo latino riferito originariamente alla custodia dei cinque libri) comprende appunto i primi cinque libri della Bibbia che costituiscono il cardine del canone ebraico e che già gli Ebrei stessi consideravano un tutt’uno e chiamavano - e tutt’ora lo fanno – Torah, ossia Legge o Insegnamento, inteso in senso antonomastico perché promulgato da Dio stesso mediante Mosè. Tali libri sono appunto la Genesi, l’Esodo, il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio. Il Pentateuco è dunque ad un tempo un testo storico e legale, perché narra le vicende del mondo dalla Creazione al Diluvio, da questo ad Abramo; la storia del Popolo eletto da Abramo alla morte di Mosè; espone altresì le norme legali, cultuali, morali date da Dio per il Popolo stesso nel Deserto e da seguire poi quando fosse diventato stanziale; racconta infine, come al suo centro, la stipulazione storica dell’alleanza giuridica tra Dio stesso e il Popolo, che diede inizio alla religione ebraica vera e propria, la cosiddetta Vecchia (o Antica) Alleanza o Vecchio (o Antico) Testamento.

L’AUTORE

L’autore non è indicato in alcuna epigrafe, ma sia la Tradizione giudaica che la cristiana hanno sempre indicato in Mosè colui che ha scritto il Pentateuco, facendo di lui il primo della serie dei Profeti che, dopo i Patriarchi, costituiscono la seconda tappa della Rivelazione storica del Vero Dio. Questa attestazione è suffragata da quei passi in cui Mosè è esplicitamente chiamato in causa come autore (Es 17,14; Nm 33,2; Es 24,4; 34,37), oltre che dal Deuteronomio, che esplicitamente gli assegna quasi integralmente il proprio contenuto (4,44-31,9) e indirettamente quelle parti dei libri precedenti che ad esso sono precipuamente collegate. I libri biblici preesilici hanno riferimenti alla Legge di Mosè o al Libro scritto da Mosè, attestando l’antichità della convinzione che il Gran Condottiero sia stato anche scrittore della Torah (Gs 1,7,9; 8,30-32; 23,6; 24,26). Anche a Mosè è attribuito il Libro della Legge ritrovato nel Tempio durante i restauri del 622 a.C. sotto Giosia (640-609), e che molto probabilmente è il Deuteronomio soltanto (2 Re 22; 2 Cron 34). I libri profetici hanno riferimenti alla paternità mosaica dei precetti del Pentateuco (Am 2,9-10; 4,11; Os 8,12; Is 1,11-14; Ger 7, 22-23; Bar 2, 27-28 ecc.). Sia il Signore Gesù Cristo che gli Apostoli attribuiscono a Mosè l’intero Pentateuco o parti di esso, sia legali che profetiche (Lc 24, 27-44; Mc 12, 26; At 28, 23; Eb 9, 19; Mt 8,4; Mc 1,44; 7,10; 10, 3-5; Lc 5,14; Gv 7,22; 8,5; Rm 10,5; 1 Cor 9,9; Eb 7,14; Gv 1,45; 5,45-47; At 3,22; Rm 10,19). Il magistero della Chiesa ha confermato l’insegnamento biblico come vincolante, e il 27 giugno 1906 la Pontificia Commissione Biblica richiamava l’attenzione dei critici sulla sostanziale autenticità mosaica del Pentateuco, pur nella considerazione di fonti preesistenti sia orali che scritte e delle aggiunte e delle modifiche posteriori. Ancora più chiaramente il medesimo dicastero scrisse il 16 giugno del 1948 che era lecito ammettere l’aumento progressivo delle leggi mosaiche, dovuto alle condizioni sociali e religiose di tempi posteriori, nonché il medesimo aumento per le tradizioni storiche e le loro narrazioni.

LA COMPOSIZIONE

Proprio la considerazione di questo sostrato e di queste trasformazioni del testo ci inducono a considerare il problema della composizione del Pentateuco sia da un punto di vista filologico, sia da un punto di vista storico. Nel corso della Torah abbiamo differenze stilistiche, ripetizioni e disordini apparenti nei racconti, che lasciano dedurre che vi fu si una sola mano autrice, ma più redattrici. Anticamente – e di nuovo in tempi recenti ma con una impostazione diversa – si riteneva plausibile l’origine del Pentateuco secondo l’ipotesi dei frammenti, di origine diversa, messi insieme essenzialmente da Mosè e poi da chi ne continuò l’opera (Giosuè, Samuele ecc.). Questa ipotesi tuttavia non sembra spiegare i legami tra i vari episodi storici narrati e tra essi e il codice normativo del testo. Non a caso la filologia indulge maggiormente a considerare l’origine del Pentateuco alla luce di una ipotesi detta dei complementi. Ossia che alla base del testo c’era un racconto continuo completato da altre narrazioni che rappresentano ulteriori tradizioni sul medesimo argomento. Il testo base e i suoi complementi più antichi avrebbero dunque Mosè come autore. Una lettura complementarista più approfondita tuttavia rivela l’esistenza di più filoni narrativi. La teoria più diffusa e condivisa sulla formazione del Pentateuco suppone dunque che esso sia la risultante di quattro documenti o fonti, come ipotizzarono per primi in modo organico nel XIX sec. Karl Heinrich Graf (1815-1869) e Julius Wellhausen (1844-1918). Tali documenti avrebbero verosimilmente alle spalle un unico testo di cui sono la diversificazione, e il cui autore evidentemente sarebbe Mosè. I primi due documenti sarebbero narrativi, l’uno detto Jahwista e indicato con la sigla J, perché in esso Dio è chiamato sin dall’inizio col Nome rivelato a Mosè; l’altro detto Elohista e indicato con la sigla E, in cui Dio è chiamato con il sostantivo comune Elohim, che significa appunto “Dio”. Il documento J sarebbe stato messo per iscritto tra il X e il IX sec. in Giuda, quello E un po’ dopo in Israele, tra il IX e l’VIII sec. Dopo la Caduta di Samaria i due testi – evidentemente versione settentrionale e meridionale della tradizione mosaica – sarebbero stati fusi in uno, denominato JE. Ai tempi del re Giosia sarebbe stato aggiunto il Deuteronomio, rinvenuto e debitamente ammodernato linguisticamente nel 622, come dicevamo, nel Tempio gerosolimitano. Sarebbe nato dunque così il testo JED. Dopo l’Esilio sarebbe stato redatto nella sua forma definitiva il Codice Sacerdotale o Priestercodex, contenente parti narrative e soprattutto le norme cultuali nella loro evoluzione stratificata, dall’età nomadica a quella stanziale multitemplare a quella dell’accentramento cultuale in Sion all’età templare salomonica, sino alle aggiunte della restaurazione postesilica. Tale documento, detto P, sarebbe stato l’ultimo aggiunto creando così il testo JEDP, ossia il Pentateuco, in cui finalmente il Deuteronomio diviene l’ultimo dei Libri in questione.

Questa teoria si basa su una concezione evoluzionistica della religione ebraica e regge solo su constatazioni testuali e linguistiche, per cui oggi appare invecchiata, se non è corroborata dai confronti coi dati dell’archeologia e della storia sociale e culturale; in tale prospettiva si mosse per primo Hermann Gunkel (1862-1932). Peraltro, tra gli autori che l’accettano nessuno concorda perfettamente nella ripartizione dei testi tra i quattro documenti, specie narrativi. Si accetta ormai che le parti dei singoli documenti siano spesso di molto più antiche, siano state trasmesse in forma orale o scritta specie attorno ai santuari presalomonici e che le combinazioni furono molteplici nel tempo fino alla canonizzazione avvenuta nei momenti sopra elencati. La pluralità di tradizioni sembra evincersi dai doppioni, dalle ripetizioni, dalle discordanze: due racconti della Creazione, due genealogie di Caino, due racconti combinati del Diluvio; due alleanze con Abramo; due espulsioni di Agar; tre racconti aventi come oggetto la disavventura di un Patriarca e sua moglie in un Paese straniero; due storie combinate di Giuseppe; due racconti della vocazione di Mosè; due miracoli dell’acqua a Meriba; due testi del Decalogo e quattro calendari liturgici. E questi sono solo alcuni esempi. I testi, combinantisi per lingua, modo, concetti e simili, formano quattro tradizioni che tendono a sovrapporsi e ad inglobare i documenti citati in precedenza. La formulazione ormai classica della teoria si deve a Gerhard von Rad (1901-1971).

Della tradizione detta jahwista, che si espliciterebbe nel documento J, vanno rilevati lo stile vivo e colorito, la forma figurata, la ricchezza narrativa, gli antropomorfismi, la profondità di pensiero e di spiritualità; inizia con la Creazione e la storia di Adamo ed Eva; almeno nell’essenziale è stata scritta già ai tempi di Salomone (971-931); al suo interno si scorge una sottocorrente, con le medesime origini ma con concezioni a volte diverse e più arcaiche, designata come J1 o Jahwista primitiva, ma anche come L (laica) e N (nomadica): essa potrebbe essere stata o indipendente o integrata dal redattore jahwista nel rispetto delle sue peculiarità. Essa arriva sino alla morte di Mosè.

Della tradizione elohista, fissata nel documento E, evidenziamo lo stile sobrio, la morale esigente, la sottolineatura della distanza tra uomo e Dio; la sua narrazione inizia con Abramo; è considerata più recente della tradizione J e la si collega alle tribù del Nord; alcuni ne fanno una revisione della tradizione J o un insieme di complementi ad essa, ma la maggioranza dei critici vede particolarità stilistiche e dottrinali, differenze di ambienti e continuità di paralleli tali da avvalorare, assieme alle divergenze, la tesi di una tradizione e redazione indipendente. Rad ne colloca la formazione tra l’850 e il 750.

Va a tale proposito sottolineato che le due tradizioni, essendo concernenti la medesima storia dei Patriarchi e dell’Esodo, hanno evidentemente origine comune, esattamente come i documenti della teoria classica; tale tradizione ancestrale doveva essere già costituita in età premonarchica, forse anche per iscritto, essendo quella l’epoca in cui Israele nacque come popolo. Le due tradizioni contengono poche leggi, tra cui il Decalogo e il Codice dell’Alleanza. Proprio l’archetipo delle due tradizioni, nella sua forma più ancestrale, dovette uscire dalla penna di Mosè.

La tradizione sacerdotale, rappresasi nel documento P, contiene soprattutto norme legali e cultuali, sul Santuario, sui sacrifici, sulle feste, sul sacerdozio, unite a parti narrative atte ad esplicitare il senso e il valore delle norme registrate; ha uno stile astratto, ridondante; una ricca erudizione; un vocabolario particolare; è stata conservata dal clero gerosolimitano, ha conservato elementi antichi risalenti sino ad Aronne, fratello di Mosè, ma si è definitivamente costituita solo durante l’Esilio per essere codificata alla sua fine (per il Rad nel 550). Non è peregrina l’ipotesi che non sia mai stata indipendente e si sia costituita allacciando i suoi elementi alle tradizioni J e E, in edizioni sempre rinnovate in conformità alle trasformazioni del culto (nomadico, stanziale in svariati santuari, stanziale accentrato, templare, templare riformato, esilico e postesilico).

Nella Genesi le tre tradizioni si discernono facilmente; quella sacerdotale si evidenzia poi alla fine dell’Esodo, nel Levitico e in grandi sezioni dei Numeri; il resto è più difficile da sezionare.

Dopo i Numeri e fino ai capp. 31-34 del Deuteronomio, compare esclusivamente la tradizione che porta il suo nome e che fonda il documento D. Ha uno stile ampio, oratorio, che adopera spesso le medesime formule ben forgiate, che afferma coerentemente la stessa dottrina di elezione gratuita, da parte di Dio, di un Popolo che deve adorarlo nella fedeltà alla Legge e all’unico Santuario. E’ una tradizione che è legata a quella elohista e al profetismo, già presente in testi abbastanza antichi. Il nucleo deuteronomista potrebbe essere costituito da costumi del Nord portati a Gerusalemme dai leviti scampati alla distruzione di Samaria. Per il Rad si strutturò tra il 750 e il 620. Questa legge, inquadrata in un discorso di Mosè – che dunque anche qui appare come autore fontale – fu deposta nel Tempio, ritrovata in esso da Giosia, promulgata per la riforma religiosa di quel Re e poi rieditata dopo l’Esilio.

I critici sostengono che le tradizioni J e E sono state combinate in Giuda sotto Ezechia (715-687). Prima della fine dell’Esilio il Deuteronomio fu inserito dopo i Numeri e prima dell’investitura di Giosuè. La fonte sacerdotale completa dovette essere unita a tale corpo poco dopo . Così Esdra potè promulgare al Popolo la Legge del Signore (458).

ELEMENTI EXTRATESTUALI PER LA DATAZIONE DEL PENTATEUCO: ETA’ PATRIARCALE

La presenza tuttavia di elementi storici molto antichi, accanto ad anacronismi attestanti revisioni più recenti, ha messo in crisi la teoria dei quattro documenti e tradizioni, riportando in auge una sorta di nuova teoria dei frammenti, che però è ancora alla ricerca di una formulazione organica e paradigmatica, che dia corpo e collocazione a tutte le nuove acquisizioni critiche salvaguardando il massimo possibile della tradizione.

Dò una carrellata di elementi storici che, specialmente quelli più antichi, attestano per forza di cose una redazione di molto più antica di parti cospicue del Pentateuco, nonché una sua più complessa preistoria.

Anzitutto, molti elementi delle saghe patriarcali e della cosmologia biblica rimandano all’epoca della III Dinastia di Ur (2060-1950), città dalla quale partì Abramo – anche se anacronisticamente la Genesi la definisce “dei Caldei”, con una espressione dell’XI sec. Rapporti strutturati c’erano tra Ur e Harran, giustificando i movimenti di Abramo, che sarebbero accaduti al crollo della III Dinastia di Ur.

Le caratteristiche della Palestina patriarcale sono aderenti a quelle del periodo storico di passaggio tra l’Età del Bronzo Antico e quella del Bronzo Medio (2300-2200); gruppi semiti sono attestati in Mesopotamia sin dal Bronzo Antico; in genere oggi i Patriarchi sono collocati grosso modo nel Tardo Bronzo (XV-XIII sec.) seguendo i riscontri delle Tavolette di Nuzi (XVI-XV sec.) e Amarna (XIV sec.), mentre un tempo erano collocati nell’Antico (XX-XVI), tesi che trova nuovi riscontri da quello che abbiamo detto e diremo.

I clan patriarcali sono messi in connessione con gli Amorrei, i quali invasero nel 2200 la Mesopotamia nordoccidentale e dopo l’intero Impero di Ur; il loro nome, Amurru, indica infatti il Paese d’Occidente, e in sumerico è Martu. I modi di vita seminomadici dei clan patriarcali sono identici a quelli attestati nelle Tavolette cuneiformi di Kaltapa, in cui è descritta la società delle colonie assire sull’Alto Tigri. Le relazioni sia pure occasionali tra Patriarchi ed Egitto sono riconducibili alla dominazione di questo Paese in Palestina nel XIX sec. a. C., mentre la frammentazione politica della regione corrisponde a quanto ne sappiamo della situazione nel 1800 ca., in corrispondenza dell’invasione degli Hyksos in Egitto. Questa invasione è poi sempre considerata l’occasione stessa in cui i Patriarchi coi loro clan scesero in quel Paese, essendo le loro stirpi imparentate. Va peraltro rilevato che il Faraone che compare nella Storia di Giuseppe sembra essere ancora un egiziano autentico, con una Corte piena di pregiudizi verso i semiti, per cui i fatti sarebbero ambientati in un’epoca ancora più antica. Ancora, l’onomastica patriarcale corrisponde a quella delle Tavolette di Mari (XVIII sec.), degli Hyksos, della Lista di Thutmosis III (XVIII sec.), dei Testi babilonesi del XVI sec., dei Testi di esecrazione egizi, a quella delle città di Harran in Alta Mesopotamia (XVIII sec.), di testi assiri posteriori, di toponimi mesopotamici, di testi di Ugarit e di Ebla (2400-2200 a.C.), in genere del Medio Impero Egiziano (XXI-XVIII). Sono nomi come Giacobbe, Abramo, Nahor, Terah, Serug, Peleg, Beniamino, Zabulon, Issacar, Levi, Ismaele, Agar, Nimrod, Saul, Adamo, Eva, Chetura e persino Mosè. Essi restringono il lasso di composizione di quei testi che costituiscono il Genesi ai secc. XXV –XVIII a.C.

Gli usi dell’età patriarcale corrispondono all’impianto giuridico dei Testi di Nuzi (XVI-XV sec.), hurriti (ossia dell’Alta Mesopotamia), che furono trasmessi agli Amorrei: ad esempio l’adozione degli schiavi con riserva in attesa di erede (come Eliezer con Abramo), la sostituzione della moglie con la schiava per avere prole (come Agar con Sara, Bala e Zilpa con Lia e Rachele), il divieto di respingere schiava e figlio (come nella storia di Agar e Ismaele), l’adozione in una famiglia con l’obbligo di prendere moglie in essa (come Giacobbe in quella di Labano), il sequestro dei Lari come titolo esigitivo di eredità (come Rachele con quelli del padre). L’acquisto di Macpela fatto da Abramo avviene in modi che si ritrovano nel diritto hittita, come codificato ad Hattusas nel XIV sec., evidentemente in età successiva .

L’organizzazione tribale rimanda, col suo seminomadismo, non al mondo beduino ma a quello dei nomadi su asini, come attestato a Mari (XVIII sec.); i volti e gli abiti corrispondono a quelli raffigurati sulla tomba del faraone Khnum-Hotep III a Beni-Hassan nel 1890 a.C.

Anche il quadro geografico è conforme a quello descritto dai Testi di Mari e di esecrazione egizi, con qualche anacronismo. In aggiunta, qualora fosse possibile identificare il re di Sennaar della Genesi, Amraphel, con Hammurabi (1728-1686), allora Abramo sarebbe vissuto in quel periodo, ma verosimilmente è anche più antico. Se Amraphel fosse Sargon I di Agade (2340-2284) allora saremmo intorno al 2300 . Se invece Ebron fu costruita sette anni prima di Tanis, ci troveremmo prima del 1700, quando gli Hyksos costruirono appunto la città. In ogni caso i cinque Re che accompagnano Amraphel in Palestina in guerra hanno nomi plausibili. Dal punto di vista sociale, le Tavolette citate di Nuzi e Amarna informano della presenza di Habiru, parola da cui viene presumibilmente il termine Ebrei, che indicano persone ai margini della società stanziale di eterogenea formazione ed origine, senza diritti né classi e nomadi o seminomadi. Il termine è usato sin dai tempi della III Dinastia di Ur e nei Testi della Cappadocia (XIX sec.), in quelli di Mari e negli egizi dei secc. XV-XII, in cui sono considerati dei ribelli. Il termine sembra indicare il contesto di riferimento dei clan patriarcali.

La Torah ha affinità con i codici mesopotamici del Nord (Eshnunna, Lipit-Ishtar, Hammurabi) e non con quelli cananei; analogie vi sono anche tra i miti protologici biblici e mesopotamici, nella loro forma più arcaica, accadica e sumera (XXI sec.) . Inoltre sono individuabili nella Bibbia relazioni tra i Patriarchi e gli Aramei, a cui Abramo viene ascritto. Il nome Aram c’è già nei Testi di Mari e della III Dinastia di Ur, nonché di Naram-Sin (2270-2230) degli Accadi (XXIII sec.); esso indica anche un ceppo linguistico. E’ questa la lingua originaria dei Patriarchi, prima ancora del cananeo.

La religione dei Patriarchi è simile a quella semitica del Nord Ovest. Ogni Patriarca amorreo era infatti legato al suo Dio (come dimostrano i Testi di Cappadocia del XIX sec. e altri simili) da un rapporto parafeudale e ogni clan è alleato, sia pure con un foedus iniquus, del suo Dio (come attesta ad esempio il Documento di Qatria nel XV sec.) . Molti poi sono i teonimi che indicano Dio come proprio di un parente fino al X sec. (lo stesso nome Hammurabi rientra in questa categoria), sia nella fede patriarcale che nelle religioni semitiche con cui la stiamo comparando. Lo stesso nome Elohim ha la medesima radice di El, il termine che indica il Dio padre degli altri Dèi in Canaan, e che fu adottato anche nell’onomastica biblica. Possiamo dunque parlare di un monoteismo – o meglio, di una monolatria – patriarcale perfettamente contestualizzabile nell’ambiente culturale semitico nordorientale a cavallo tra il terzo e il secondo millennio prima di Cristo. Ha stele e altari come le religioni palestinesi; come esse non ha clero, ma non conosce il culto orgiastico. Ha inoltre un riscontro forte nell’enoteismo di Ebla. Anzi, proprio in eblaita è stata composta la storia di Giuseppe, che quindi risale ai secc. XXI –XVII a. C. (Ebla approssimativamente fu distrutta nel 2300, ricostruita nel 2200 ca. e distrutta nuovamente nel 2000 ca., riedificata poco dopo e definitivamente rasa al suolo nel 1600) ; da quella lingua sono mutuati termini del lessico teologico (presenti anche nel Libro di Giobbe, il cui protagonista è infatti di epoca patriarcale) e nelle Tavolette di Ebla (2350-2300), il cui contenuto è estremamente circoscritto cronologicamente, troviamo non solo i nomi propri biblici citati in precedenza ma anche quelli delle due città di Sodoma e Gomorra, coi rispettivi Re ricordati nella Genesi. L’eblaita è dunque la lingua dotta e franca della letteratura nomadica biblica più antica e le sue fonti sono indispensabili per la contestualizzazione e la datazione di quella che è chiamata la fonte Nomadica. Questi dati, uniti alle scoperte archeologiche che collocano la distruzione di Sodoma e Gomorra nel 2350 a. C. – l’unico evento noto di storia profana presente nelle saghe patriarcali – ci permettono di formulare una cronologia dell’Età dei Patriarchi, tenendo conto degli anni di vita attribuiti dalla Genesi a ciascuno di essi : 2450-Nascita di Abramo 2375-Ingresso di Abramo in Canaan 2350-Distruzione di Sodoma e Gomorra 2349-Nascita di Isacco 2315-Morte di Terach 2275-Morte di Abramo 2290-Nascita di Giacobbe 2222-2202-Giacobbe in Paddan-Aram 2202-Nascita di Giuseppe e Ritorno di Giacobbe in Canaan 2185-Giuseppe venduto dai fratelli 2170-Morte di Isacco e discesa di Giacobbe in Egitto 2153-Morte di Giacobbe 2092-Morte di Giuseppe

Questa cronologia tiene conto di tutti i dati e ambienta gli eventi nell’epoca più remota possibile, facendo trasferire gli Ebrei in Egitto prima dell’Invasione degli Hyksos (1650), addirittura nel Primo Periodo Intermedio (2190-2052) dell’Antico Regno (2850-2032). Quella più comunemente seguita tiene invece conto soprattutto della possibile concomitanza tra l’Invasione Hyksos e la Discesa in Egitto degli Ebrei, mentre considera la Distruzione di Sodoma e Gomorra un elemento estrinseco alla storia patriarcale, inserita in essa a posteriori, o la considera accaduta in tempi più recenti. Essa dunque è così fatta: 1920-Nascita di Abramo 1850-Abramo in Canaan 1819-Nascita di Isacco 1750-Morte di Terach 1760-Nascita di Giacobbe 1750-Morte di Abramo 1700-1680-Giacobbe in Paddan-Aram 1680-Nascita di Giuseppe 1663-Giuseppe in Egitto 1640-Morte di Isacco e Giacobbe in Egitto 1623- Morte di Giacobbe 1570- Morte di Giuseppe.

Al netto delle geneaologie mitiche della Genesi, gli storici cronologizzano anche più genericamente, mettendo l’ingresso di Abramo in Canaan nel 1850 e la discesa di Giacobbe in Egitto nel 1700.

ELEMENTI EXTRATESTUALI PER LA DATAZIONE DEL PENTATEUCO: ETA’ MOSAICA

Altri elementi servono a datare il Pentateuco e sono relativi all’evento cardine che esso narra, ossia l’Esodo. Datato convenzionalmente al 1250 a.C., risale ad un’epoca che in ogni caso ha lasciato traccia di sé nella composizione del testo, e che anzi potrebbe essere di molto più antica. Prendendo in considerazione la data standard, troviamo che il Pentateuco riflette la situazione dei tempi dell’Esodo più che di quella in cui sarebbe stato anche solo iniziato secondo la teoria dei quattro documenti o delle quattro tradizioni. Sin dal periodo paleobabilonese (XX-XIX secc.) nei regni di Isin e Larsa esiste una norma di remissione dei debiti, che i Re emanano per ordine di un dio, e che è il modello della norma del Giubileo mosaico poi entrata nel Pentateuco, non oltre il XVIII sec., perché a quell’epoca i debiti non sono più condonati. Sempre in quest’epoca sono in uso tariffari nei codici legislativi – come sarà nel Levitico – e sono molto importanti le genealogie regie, presenti, in forma gentilizia, nel Pentateuco. Dal Tardo Bronzo sono attestate innovazioni tecniche in varie discipline che hanno largo posto nel Pentateuco: la battaglia coi carri, l’uso della porpora, la lavorazione dei preziosi, le regole di guerra tra Stati sovrani – a volte violate dai seminomadi come gli Ebrei. Già Sesostri III (1878-1842) combattè in Palestina e vi estese la sua dominazione, in un’epoca di grandissimo splendore culturale per l’Egitto. E’ questa l’epoca dei Testi di Esecrazione, ma anche della Distruzione dell’Umanità, del Racconto di Iside e Ra, di quello di Horo e Seth, nonché di moltissimi testi romanzeschi, sapienziali, filosofici, teologici e scientifici. Dal 1785 al 1560 gli Hyksos entrano, dominano e perdono l’Egitto nel Secondo Periodo Intermedio, creando i presupposti per la discesa degli Ebrei nel paese nell’ambito della cronologia bassa di cui abbiamo detto nel paragrafo precedente. Nel 1720 gli Hyksos conquistarono Avaris, la futura Pi-Ramses, ingrandendola. Già quando gli Hyksos sono espulsi, alcuni elementi amorrei venuti al loro seguito si spostano in Palestina. Nel Nuovo Regno Thuthmosis I (1506-1493) raggiunge l’Eufrate creando quell’Impero Egiziano sulla Siria Palestina che è il contesto politico dell’Esodo; sotto Thuthmosis II (1493-1478) in Palestina sono attestati gli Shosu, nomadi nei quali alcuni riconoscono gli Ebrei; la conquista della Palestina è suggellata dalla vittoria di Kadesh di Thuthmosis III (1479-1425), che fermò l’espansione dei Mitanni. Anch’egli combatte gli Shosu, ma sotto di lui compaiono in Egitto gli Habiru (traslitterando dall’egizio Apiru, mentre il termine adoperato è semitico, ossia la denominazione originaria), il tipo sociale dei seminomadi ai quali si possono ascrivere, più appropriatamente e distinguendoli dagli Shosu, gli Ebrei (il cui nome ne è una possibile derivazione), come vignaioli presso le tombe del secondo profeta di Amon Puiemra e dell’araldo Antef. Fino a quel momento gli Habiru erano stati attestati, come dicevamo, nel XIX sec. in Cappadocia, nel XVIII a Mari (dove si parla dei Maru Yamina, seminomadi amorrei la cui intitolatura può tradursi letteralmente “Figli della Destra”, ossia Beniamino, come l’eponimo dell’ultima tribu’ di Israele) e poi ad Alakah. Mercenari o servi di cui si parla anche nella Presa di Joppe, sono seminomadi integrati, in questo periodo, nelle società ai cui margini si muovono. Sotto Amenhotep II (1425-1401) altri Habiru sono fatti prigionieri in Palestina durante la guerra contro Retenu. L’Egitto mostra una sensibilità enoteistica sin dal regno di Akhenathon (1352-1338), che potrebbe aver influenzato il raffinamento della religione ebraica. Nelle Tavolette di Amarna, dei tempi di Akhenathon, si parla dei Sa.gaz, ossia gli Habiru, come presenti in Palestina. Non sono necessariamente gli Ebrei in quanto tali. Se fossero loro, sarebbe da prendere alla lettera l’indicazione del Primo Libro dei Re, che data al 1428 l’Esodo, ossia quattrocentottanta anni prima del quarto anno del regno di Salomone (958). In ogni caso, essi sono molto irrequieti e fomentati da Shuppiluliumah, re degli Hittiti (1375-1340), contro i Re cananei, vassalli del Faraone. Sethi I (1309-1290) soggioga la Palestina del Nord, combatte gli Habiru e nella sua Stele (1289) enumera tra i popoli assoggettati la tribu’ di Abu Rahm (Abramo). Ramses II (1290-1224) vinse nuovamente gli Hittiti a Kadesh nel 1285 e ricostruì Avaris come Pi-Ramses, utilizzando la manodopera degli Habiru, come suggerisce il Libro dell’Esodo; sempre in conformità al racconto biblico, essi erano anche fabbricanti di mattoni, oltre che addetti all’harem faraonico nel Fayum. Non sono attestate ribellioni da parte loro – coerentemente al loro atteggiamento imbelle descritto nell’Esodo. Sono documentate le relazioni tra questi Habiru e altri di essi – intesi come gruppo sociale – viventi in Madian, dove anche Mosè si recò in esilio, e dove esisteva un luogo di culto, il tempio di Hathor ad Eilath, in cui evidentemente poteva officiare Ietro, suocero di Mosè e sacerdote madianita. L’influenza cultuale, etnica e linguistica in Canaan da parte dell’Egitto, che regge un Impero con poche centinaia di guerrieri e qualche decina di esattori, lasciando ampia libertà alle città stato della Palestina, della Fenicia e della Siria, è al culmine. Allo stesso Ramses II si deve un frammento alla base di una colonna in cui sono citati diversi popoli palestinesi e forse anche Israele, che quindi sotto di lui sarebbero già in quel Paese. Tale testo ricopierebbe una lista più antica risalente ai tempi del summenzionato Amenothep II. Sempre Ramses II combatte in Palestina contro gli Shosu, i Moabiti, gli Edomiti e gli Hittiti. Merneptah (1224-1210) combatte in Palestina e nella sua Stele del 1220 rammenta la guerra contro Israele, a sua volta nemico di Gezer, ossia Canaan, suo vassallo. Sotto di lui i Popoli del Mare (1220) invadono la Palestina e minacciano l’Egitto stesso, il cui dominio nella zona viene meno. Ma come si vede a questa data gli Ebrei sono in Palestina. La loro presenza in Egitto è attestata nell’uso di nomi anche egizi tra i loro figli più illustri (Mosè, secondo un’altra etimologia non eblaita; Saphnat-Pateah, Putifar, Sefora, Pua (XVIII-XIV secc.); dai riferimenti biblici a titoli, regole, usi, costumi e parole egizie nel periodo del soggiorno in quel Paese e dell’Esodo ; dai riferimenti a testi letterari egizi (come la Storia dei Due Fratelli echeggiata in quella di Giuseppe e della lussuriosa, nonostante la sua stesura in eblaita); dalla somiglianza del Codice dell’Alleanza con le Leggi di Horemheb (1323) ; nei lavori forzati degli Habiru a Pi-Ramses e a Piton (Papiro 348 Lerdon e Hanis I). Pi-Ramses rimase come nome della nuova Avaris fino all’XI sec., il che implica una redazione dell’Esodo entro quella data; posteriormente, la si sarebbe assimilata a Tanis. Le stesse Piaghe d’Egitto appaiono come forme parossistiche e straordinarie di flagelli comuni o possibili in quel Paese, mentre il passaggio del Mar Rosso, che stando alla lettera dell’ebraico è del Mare delle Canne, richiama la terminologia geografica di un Papiro della XXI Dinastia (1065-935). La collocazione quindi dell’Esodo e anche di un suo resoconto letterario tra il 1300 e il 1250 appare d’obbligo, per la concordanza di tanti indizi, considerando che solo dal XII sec. sono attestati Edom e Moab. Perciò Seti I sarebbe il primo faraone oppressore e sotto Ramses II sarebbe accaduto l’Esodo, avendo peraltro questi perduto il suo primogenito; ma potrebbe essere accaduto anche sotto il successore Merneptah, che secondo Bucaille sarebbe morto inseguendo gli Ebrei. Ancora schiavi Habiru sono attestati sotto Ramses IV (1154-1148). Per conciliare tutti i dati, qualcuno ha proposto tre diversi Esodi: uno dell’epoca di Amarna, anteriore a Akhenathon, comprendente le tribu’ di Giuda, Simeone, Levi, Gad e Ruben, entrate in Palestina da sud; uno ai tempi di Ramses II o di Merneptah e guidato da Mosè, anch’esso entrato in Palestina da sud; uno successivo, guidato da Giosuè, compiuto da Manasse ed Efraim e le altre tribù di Rachele, entrato da est, all’inizio del XIII sec. Ciò darebbe ragione delle due diverse tradizioni della Conquista, da sud e da est. Altri ancora sottolineano che alcuni gruppi ebrei sarebbero rimasti in Palestina sin dai tempi di Giuseppe e che quindi sarebbero stati assimilati con l’arrivo dei loro fratelli. L’Esodo principale è stato ricostruito da Cazelles: Mosè fu istruito a corte per rappresentare il suo popolo innanzi al Faraone; ai tempi di Seti I tornò tra i suoi, quando iniziarono importanti lavori pubblici ai quali gli Ebrei parteciparono. Nei primi anni di Ramses II si collocano l’assassinio del sorvegliante egiziano, la fuga a Madian, il matrimonio, l’audizione del Roveto Ardente e il ritorno in Egitto. Ramses II si oppose alla partenza degli Ebrei verso il Deserto per l’insicurezza ai confini che contraddistinse specie due suoi anni di governo, il secondo e l’ottavo, e in genere molti altri. La collocazione della capitale – Pi –Ramses appunto – e la citata morte del primogenito favoriscono l’identificazione di Ramses II con il Faraone dell’Esodo, come quasi tutti gli studiosi credono.

Avremmo dunque questa cronologia: 1330-Nascita di Mosè 1250-Esodo mosaico 1210-Morte di Mosè e ingresso in Canaan.

L’invasione di Canaan corrisponderebbe ad una età di radicali distruzioni, in concomitanza dell’arrivo anche dei Popoli del Mare.

Per completezza però va evidenziato che questa cronologia fa il paio con quella bassa dei Patriarchi attualmente in uso. Se la si associasse a quella alta, il tempo di permanenza degli Ebrei in Egitto sarebbe superiore quasi del doppio ai quattrocentotrent’anni dell’Esodo. Pur associandola a quella bassa, il numero di anni che separerebbero l’Esodo dalla discesa di Giacobbe in Egitto sarebbe inferiore ai quattrocentotrenta, attestandosi a trecentoventi. Vi è invece un’altra cronologia, che rispetta alla lettera i computi genealogici biblici, partendo dalla Distruzione di Sodoma e arrivando sino al regno di David (1010-971), che è datato con certezza. Tale cronologia è la seguente: 1742-Nascita di Mosè 1662-Esodo. 1622-Morte di Mosè e ingresso in Canaan.

Essa si basa sui seguenti presupposti: che gli Ebrei lavorassero all’edificazione di Avaris, chiamata con un anacronismo Pi-Ramses in una successiva redazione dell’Esodo (ma non di Pitom, inserito per dittologia geografica); il faraone dell’Esodo sarebbe il primo sovrano della dinastia degli Hyksos, Salitis, o forse Yaqub-Har, le cui date non ci sono note con precisione (il primo inizia a regnare dal 1674 su tutto l’Egitto); le attestazioni successive di Habiru in Palestina sarebbero prove dell’insediamento degli Ebrei e in tal senso andrebbe letta anche la Stele di Sethi I con il riferimento ad Abramo; la presenza di Habiru in seguito in Egitto sarebbe da mettere in connessione con schiavitù occasionali legate alle guerre o alla mobilità dei popoli (ce ne furono fino a Ramses XI); la presenza di Habiru in Cappadocia e a Marna tra i secc. XIX-XVIII, supponendo la loro emigrazione dalla Palestina, implicherebbe una relativa mobilità di questi seminomadi e ridimensionerebbe la loro condizione servile, sempre che tutti gli Habiru siano considerabili Ebrei; i modelli letterari egizi in grado di influire sul Pentateuco sarebbero quelli dell’età classica di Sesostri III; le distruzioni di Canaan in seguito all’invasione ebrea sarebbero attestate da una remota devastazione di Gerico nella prima metà del XVI sec. (in realtà i centri urbani palestinesi subiscono una radicale distruzione, ma nella seconda metà del XVI sec., ma siccome la conquista di Giosuè andrebbe, con questa cronologia, dal 1622 al 1557, grosso modo i dati coinciderebbero, anche con quelli della contrazione insediativa e agricola della Palestina del periodo, che però non tutti legano a forme di distruzione bellica). In ogni caso, abbiamo pochissime epigrafi per questi secoli in Siria Palestina, tanto che si parla spesso di Medioevo palestinese, per cui potremmo addurre un argumentum in silentia per la distruzione parziale delle città cananee. Quand’anche poi si fossero avuti altri esodi, sarebbero evidentemente stati successivi a questo, che proprio perché mosaico sarebbe stato anche il più antico. Uno potrebbe collocarsi sotto Thuthmosis III, come attestato dal I Libro dei Re, al seguito delle numerose campagne palestinesi di questo Faraone. Un altro sotto Akhenhaton, forse benevolo con gli Ebrei perché monoteisti (ma mi sembra assai improbabile); un quarto anche sotto Ramses II; forse solo al primo si oppose un Faraone. Si tratta tuttavia di una ipotesi personale.

IPOTESI OLISTICA SULL’ORIGINE DEL PENTATEUCO

Alla luce di questi dati, fornisco questa teoria sulla formazione del Pentateuco. Vi è anzitutto una preistoria del testo strutturato: i racconti delle saghe patriarcali furono scritti – perché Abramo veniva da Ur, città ampiamente alfabetizzate – nella lingua etnica della Siria Palestina dell’epoca, l’eblaita, per poi essere tradotti o completati nella lingua amorrea. L’epopea protologica da Adamo al Diluvio, anteriori ad Abramo e da lui stesso appresa dagli antenati con diverse varianti, ebbero originali sumerici che intorno al 2000 a.C. erano stati tradotti in accadico . I Patriarchi li tramandarono in eblaita . L’autore letterario di questa sezione così antica, che possiamo identificare grosso modo con la tradizione e il documento elohista fu, per forza di cose, Giuseppe , che scrisse o fece scrivere la storia di famiglia e il suo epos in una lingua dotta, l’eblaita appunto, che marcasse l’origine semitica del clan, il quale non si assimilò mai, infatti, agli Egiziani .

Mosè tradusse la fonte E dalla lingua eblaita all’egiziano e compilò in questa lingua ex novo la fonte J, usando per indicare Dio il Nome rivelatogli sul Sinai; suo è il nucleo legislativo del documento P, sempre in egiziano, e suoi sono i discorsi, stenografati secondo le tecniche scribali egizie, che costituirono il documento D . In conseguenza di ciò le varianti elohiste di Esodo e Numeri, quando non ascrivibili ai secoli successivi, data anche la loro difficile individuazione testuale, sarebbero solo una differenziazione stilistica della fonte J. Questa stesura della Torah è collocabile tra il XVII e il XIII sec. a. C. Mosè non aveva altra lingua oltre l’egizio per scrivere letterariamente . Ai suoi tempi vi erano già presumibilmente più versioni dell’epica patriarcale .

Giosuè fece tradurre l’opera mosaica in protoisraelita, con un alfabeto simile a quello che i Cananei avevano importato dall’Egitto, e nello stesso modo compose il Libro che porta il suo nome, nei secc. XVI-XII a. C. Introduce nella Torah particolari postumi alla morte di Mosè e norme cultuali stanziali .

Samuele riscrisse in paleoebraico sia la Torah che il Libro di Giosuè, componendo il Libro dei Giudici e il Primo Libro di Samuele nella stessa lingua (XI-X sec.) .

David e Salomone riscrissero la Torah in ebraico letterario dei loro tempi (X sec.), ad esclusione del Deuteronomio , e fanno lo stesso con i Libri di Giosuè, dei Giudici e il Primo di Samuele, facendo redigere il Secondo che porta il suo nome .

Giosia fece tradurre il Deuteronomio dal paleoebraico all’ebraico dei tempi suoi e lo aggregò alla Torah davidico-salomonica .

Dopo l’Esilio la Torah è ritradotta in ebraico corrente e letta da Neemìa (VI-V secc.).

L’ipotesi ha alcuni pregi: innanzitutto dà un ruolo preciso a Mosè nella stesura del Pentateuco, pur salvaguardando la preesistenza letteraria delle Fonti nomadiche; si lega bene alle fasi storiche della lingua ebraica; sposta la questione filologica del Pentateuco dalla lingua ebraica classica alle sue forme più arcaiche e addirittura alle lingue letterarie ad essa anteriori e di cui gli Ebrei dovettero servirsi nei tempi più remoti; supera la teoria quadridocumentaria e integra il frammentismo col complementarismo, coprendoli entrambi con l’autorità di Mosè; giustifica le diverse unità sempre più ampie dei libri storici della Bibbia– Pentateuco, Esateuco, Eptateuco, Ottateuco, storiografia deuteronomistica- facendone l’incontro di ogni revisione della Torah con la redazione di altrettanti nuovi libri storici. Ha bisogno tuttavia di alcuni riscontri documentari, che possono essere le retroversioni: la Torah dall’ebraico postesilico a quello preesilico, a quello dell’età salomonica, al paleoebraico e al protoebraico, sino all’egiziano letterario; mentre la Genesi andrebbe retroversa in eblaita, arameo e – per i primi capitoli – sumerico. Se dalle retroversioni uscissero testi letterari, la teoria sarebbe senz’altro provata.

STORICITA’ DEL PENTATEUCO

La narrazione storica del Pentateuco non va considerata ne’ alla stregua della precisione moderna né come una sorta di leggenda o mito. I primi capitoli della Genesi descrivono l’origine del mondo e dell’umanità secondo i canoni della letteratura cosmogonica e mitologica sumero-accadica, per cui la storicità di quanto raccontano va considerata alla luce di quella della mitologia di quei popoli: contiene delle verità che però vanno demitizzate e contestualizzate, pur nel rispetto dei dogmi della Fede. La storia patriarcale è una saga familiare, gentilizia: riscontrata nei suoi contenuti documentari – come abbiamo visto- e nelle sue ambientazioni, con vaghi agganci alla macrostoria, con una tradizione e una redazione solo ricostruibili, ha il gusto dell’aneddoto, del pittoresco, del racconto eziologico e ha ovviamente lo scopo di dimostrare che Dio ha scelto Abramo, poi Isacco e indi Giacobbe, facendone un popolo di XII Tribù e assegnandogli la Terra di Canaan. Ha dunque un intento patriottico e religioso insieme. Dopo una grande lacuna relativa al soggiorno degli Ebrei in Egitto, segue la narrazione dell’Esodo, le cui tappe principali – nascita e morte di Mosè, Esodo propriamente detto, soggiorno nella Penisola del Sinai e sosta al Gebel Mousa, viaggio verso Kadesh, deviazione verso la Transgiordania e invasione della Palestina – devono essere accadute per forza, non comprendendosi diversamente non solo la nascita di Israele come popolo, ma nemmeno l’elaborazione di simili racconti. Essi sono descritti come un pellegrinaggio in armi, inquadrati in una liturgia – la pasquale – ed esaltati come una epopea. Rivelano quindi una complessa elaborazione formale e una polivalenza letteraria. Anche di tali eventi abbiamo visto ampi riscontri in relazione ai contenuti documentari. Sulla ricostruzione cronologica abbiamo già detto, essendo funzionale all’esposizione della composizione del testo e di una teoria di insieme.

NATURA GIURIDICA DEL PENTATEUCO

La Torah non è solo la Legislazione ma anche la narrazione che la contestualizza. E’ la presenza stessa di Dio nella storia dell’umanità e del Popolo. Inoltre le Leggi religiose e morali sono legate strettamente a quelle civili e penali, avendo Dio stesso come artefice. Vi è quindi una compenetrazione delle sfere, una fondazione dell’identità nazionale su quella religiosa e del diritto sul Volere Divino che, per la sua profondità, non ha eguali nel Vicino Oriente, dove pure la legge scaturisce dalla volontà degli Dei. Naturalmente ciò non impedisce alla legislazione mosaica di essere debitrice a quelle mesopotamica, hittita, assira nelle forme che abbiamo anche parzialmente descritto, né si deve considerare ogni aspetto di tale legislazione come funzionale alla Rivelazione, in quanto non mancano concessioni alla mentalità dei tempi, inevitabili per una religione storica e rivelata; analogamente, alla luce di problematiche nuove, diversi aspetti del diritto furono ampliati e integrati, in corrispondenza alle fasi redazionali individuate in precedenza. Lo stesso contatto coi Cananei implicò una influenza di questi, più evoluti, sulle forme espressive delle leggi e del culto, ferme restanti le peculiarità ebraiche. Il Decalogo, dato due volte (Es 20, 2-17 e Dt 5, 6-18), è il cuore della Legge ed è riconosciuto come mosaico anche dai più accaniti critici laicisti e razionalisti. Il Codice dell’Alleanza, convenzionalmente considerato della fonte E (Es 20, 22-23, 33), è funzionale ad una società sedentaria e pastorale, fortemente polemica contro la civiltà cananea; a volte casuistico e a volte apodittico, è asistematico e ha avuto una esistenza indipendente dal Decalogo; inserito dopo di esso nel quadro dei racconti del Sinai, può essere considerato di età mosaica, in quanto gli Israeliti erano seminomadi solo temporaneamente, a dispetto di chi lo considera per forza successivo allo stanziamento in Palestina; peraltro la conoscenza dei codici mesopotamici, che esso suppone, autorizza l’ipotesi di una origine antica, mentre la mancanza di riferimenti alla monarchia rende lecito quanto meno di datarlo all’epoca dei Giudici; di certo la sua inserzione nel testo è anteriore alla definitiva redazione del Deuteronomio; la polemica antipagana, di venatura jahwista, suppone l’intervento mosaico su leggi che in parte potevano risalire già alla società patriarcale. Può essere quindi stato elaborato in tre fasi: patriarcale, mosaica, dei Giudici. Il Codice deuteronomista (Dt 12, 1-26. 15) è il centro del Deuteronomio; riprende le leggi dell’altro Codice, ma le adatta alla situazione della monarchia davidica, che ha centralizzato il culto in Gerusalemme; non mancano norme sue proprie molto arcaiche, di matrice mosaica, attente alla protezione dei deboli e alla signoria di Dio sulla terra. Le norme sul culto templare, se non furono profetiche, potrebbero essere state inserite già dai tempi di David ma rese evidenti solo dal restauro linguistico di Giosia. Le norme cultuali del Levitico sono palesemente antiche, a dispetto di chi crede che il Libro sia stato redatto nella sua struttura attuale solo dopo l’Esilio: le proibizioni alimentari e le regole di purità sono senz’altro mosaiche; il rituale dell’Espiazione è ritenuto recente per la sua elaborata concezione del peccato, ma di certo si è sovrapposto a un rito più antico; la Legge di Santità (17-26) dovette esistere separatamente in precedenza e raggruppa elementi nomadici poi ampliati nella fase preesilica e anche dopo. Di certo era conosciuta da Ezechiele e questo, a fronte delle teorie tradizionali sulla composizione tardiva del Pentateuco, è considerato indizio di una sua esistenza codificata e separata poco prima dell’Esilio, ma nulla vieta che sia molto più antica, ossia mosaica. La somiglianza sarebbe solo letteraria e teologica, per la revisione testuale avvenuta ai tempi di Giosia. La teoria dominante suppone che la Legge di Santità sia stata editata nel corso dell’Esilio e poi unita al resto del Pentateuco dai redattori della Fonte P, ma facendo di Mosè – come dicevamo – l’autore di quest’ultima non vi è necessità di abbassare di tanto la composizione, ferma restante la revisione linguistica esilica.

RELIGIOSITA’ DEL PENTATEUCO

Il Pentateuco è senz’altro il fondamento della religione ebraica intesa come storica e rivelata. Contiene le risposte che ogni pio Israelita cercava per le sue domande, in relazione all’origine del mondo, dell’uomo, del suo popolo, dei suoi diritti sulla Terra e sui suoi rapporti privilegiati con Dio. Egli mostra verso Israele il Suo amore gratuito, fedele e generoso. Questo amore si concretizza nelle Alleanze: con Adamo, con Noè, con Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè. Sono alleanze via via più ristrette, sempre valide a dispetto della colpa umana, fondate sull’iniziativa divina e ovviamente tra diseguali, essendo Dio vincolato solo dalla Sua Parola, mentre l’uomo è tenuto alla fedeltà, a cui però manca continuamente. L’uomo deve regolarsi secondo le norme divine, ma Dio può perdonare la mancanza, come fa sempre. La promessa, l’elezione e l’alleanza sono i fili rossi del Pentateuco, che però non descrive l’adempimento della prima, narrata in Giosuè. Questa fidente attesa rimane come modello in tutta la storia biblica; alimenta la speranza del ritorno dopo l’Esilio; ha un significato spirituale e profetico che trova in Cristo il suo compimento, in quanto in Lui si apre la Terra promessa del Cielo e si abbandona l’Egitto del Peccato, realizzando un culto realmente perfetto ed espiativo di cui i riti antichi erano figura e dando una norma autenticamente morale che supera il legalismo precettistico della Legge e adempiendo nel Redentore la profezia mosaica dell’avvento di un Nuovo Condottiero e Legislatore. In ragione di ciò ogni norma morale, ogni esempio religioso, ogni insegnamento spirituale del Pentateuco sono validi per il cristiano; la Rivelazione in esso contenuta è realmente storica anche per il battezzato; solo le norme giuridiche decadono e sono sostituite da quelle neotestamentarie. La lettura del Pentateuco avviene quindi nella prospettiva del Redentore sin dalla Creazione e decodifica, con l’allegoria, anche quelle norme cultuali, quei dati storici e quegli esempi che nella Nuova Alleanza non hanno scopo alcuno.

VALORE DOTTRINALE DEL PENTATEUCO

L’importanza religiosa del Pentateuco è eccezionale. Esso è il primo testo che è stato redatto per ispirazione dello Spirito Santo e che raccoglie per iscritto tutte le Rivelazioni orali date da Dio ai Patriarchi da Adamo a Noè e da Abramo a Giuseppe, oltre a quelle ricevute da Mosè stesso. Il testo è precipuamente teocratico, in quanto tutto nella legge, nella storia e ovviamente nella religione viene da Dio; Egli ha scelto, formato e guidato il Popolo, la Sua parte scelta, correggendolo, ammonendolo, educandolo e premiandolo, dalla vocazione di Abramo alla Conquista di Canaan. Solo in Dio dunque deve porre il suo sostegno e la sua fiducia. Il Pentateuco è dunque, sia pure nella sua incompletezza, un testo sufficiente a fondare sia il monoteismo rivelato universale sia la religione ebraica. Ma le verità che esso rivela sono il presupposto del cuore della Rivelazione cristiana, anche se bisognose di essere lette alla sua luce: la Creazione del mondo da parte di Dio, la creazione dell’uomo a Sua immagine e somiglianza – con anima immortale e corpo- e la sua costituzione in uno stato originario di Grazia, la Caduta originale e la sua ereditarietà con la corruzione del genere umano e della sua stessa natura, il bisogno e la promessa del Redentore; in relazione a Lui, il Pentateuco formula diverse profezie in parole, simboli e figure. Essendo poi la Rivelazione intimamente ed essenzialmente storica, anche il Pentateuco è storia, sia pure nelle forme che abbiamo descritto: non è indifferente per la Fede affermare la storicità degli eventi cardine in esso raccontati e dei suoi personaggi principali: attraverso essi Dio si è reso presente nella storia dell’uomo sin dai suoi albori. Il testo del Pentateuco è senz’altro, dopo il Vangelo, quello basilare della Bibbia, perché tutto l’AT ne fa da commento e da esplicazione più o meno diretta e il suo spirito aleggia anche sugli scritti del NT.


1. Alcuni studiosi sostengono che la Fonte E sia stata unita a quella P direttamente, e che la fonte J non sia mai esistita, ossia che la storia dei Patriarchi e quella di Mosè sia stata unita con la redazione del Priestercodex. Lo sostengono Römer e De Pury. In questo caso, Mose’ sarebbe l’autore della Fonte P intesa in senso lato e del nuovo testo unificato.

2. Se ne deduce che i testi originali risalgono al XXI-XX secc. a.C., ma che subirono ammodernamenti linguistici fino all’età premonarchica.

3. Queste attestazioni giuridiche ovviamente non impediscono di affermare che le norme fossero di molto più antiche.

4. E’ più logico immaginare una campagna accadica in Palestina – Sargon distrusse Ebla e bagnò le sue armi nel Mediterraneo – che una babilonese, di cui non si hanno prove.

5. I codici di riferimento possono essere, in quanto più strutturati, più recenti. I miti biblici, più semplici, sarebbero dunque più antichi di quelli letterari mesopotamici. L’Enuma Elish è senz’altro un possibile modello ed è dell’età di Hammurrabi, ma esso stesso aveva dei modelli più antichi a cui l’epica della Genesi potrebbe essersi ispirata.

6. Questo vassallaggio teocratico è anteriore a qualsiasi vassallaggio politico a cui, secondo certi critici, si sarebbe ispirato il Pentateuco nell’impostare i rapporti tra Dio e popolo, trasferendo sul Primo le prerogative del Gran Re persiano. Tali prerogative, che esistevano sin dai tempi dell’Impero Accadico, sono in ogni caso tipiche della società nomadica e afferenti alla dimensione religiosa, e quindi ancora più antiche e senz’altro indipendenti se non concorrenziali.

7. Le date danno lo spettro storico in cui collocare una stesura della vita di Giuseppe partendo dalla datazione più alta possibile della vita del Patriarca. Essa è la più credibile, anche perché l’eblaita utilizzato nella stesura originale del testo prebiblico è quello del primo periodo della città, attestato dalle Tavolette, nel 2400-2300 a.C.

8. Quegli antichi siti furono studiati da Albright nel 1924, Lapp negli anni Sessanta del XX sec., Rast e Schaub dal 1973. Rast pone la data che io faccio mia, mentre Schaub la poneva al 2300. A partire dal 2350 tuttavia è possibile costruire una cronologia che segue perfettamente le indicazioni della Bibbia sino al regno di David.

9. L’Onnipotenza divina può far vivere molto a lungo i suoi prediletti e di sicuro la Bibbia non ha finzioni letterarie quando attribuisce l’età ai Patriarchi. In ogni caso anche se non diamo retta ai racconti biblici che attribuiscono ad Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe molta longevità, non possiamo prescindere dal fatto che nelle epiche mesopotamiche gli eroi culturali ed eponimi vivono moltissimo, e che le date si possono riferire alla storia dei clan. Perciò i centosettantacinque anni di Abramo, i centottanta di Isacco, i centotrentasette di Giacobbe e i centodieci di Giuseppe non possono essere ignorati dalla cronologia della preistoria di Israele anche se non sappiamo a chi attribuirli.

10. Alcune parole e alcuni nomi della storia di Giuseppe possono essere sia eblaiti che egizi. Ma a margine dei commerci tra eblaiti ed egizi possono essere agevolmente avvenuti scambi linguistici.

11. Il Trattato di Alleanza tra Dio e il Popolo echeggia anche il Trattato di Subordinazione di tipo hittita, attestato dai tempi di Shuppiluliumah I (1370-1342) ma presubilmente più antico, che in Egitto poteva essere conosciuto per le ricche e conflittuali relazioni tra i due popoli.

12. Nella mitologia mesopotamica del periodo detto protodinastico – ossia dell’Antico Bronzo – vi è di solito un Dio antico, non più attivo nel Pantheon attuale, che crea o organizza il mondo. Al suo culto e alle sue gesta subentrano quelle di dei settoriali, evidentemente espulsi dalla versione enoteistica della cosmologia abramitica. Tale credenza sopravvive fino alla religiosità del Tardo Bronzo palestinese, nella quale il dio antico era El. Seguivano poi, come nella Bibbia, genealogie di eroi – e di semidei nei testi pagani – che regnavano e dettavano regole fondamentali. Nella seconda urbanizzazione della Mesopotamia del Nord si trova l’ambiente storico-sociale più consono ai Patriarchi postdiluviani preabramitici, peraltro spesso eponimi di città attestate nei Testi di Mari, a dimostrazione del fatto che questi Patriarchi non erano sempre nomadi ed estranei ai circuiti della civiltà e della cultura urbana.

13. Nel Bronzo Antico esisteva già un multilinguismo scribale che il clan di Abramo, legato originariamente alla dotta Ur, potè conoscere; esso si basava su cinque lingue: accadico, sumerico, elamico, subareo e amorreo. Di queste almeno quattro poterono essere usati per quella che diventò la Genesi. Ad Ebla sono attestate le usanze scribali di Kish e testi bilingui sumerico-accadici.

14. La cui vicenda presuppone dei commerci egiziano-palestinesi nell’Antico Bronzo, realmente esistiti. Peraltro la storia di Giuseppe ha qualche parallelismo letterario con quella di Sargon di Agade.

15. De Pury parla di una tradizione di Giacobbe, che sarebbe da sostituire alla Fonte E.

16. In questo contesto, non vi è sostanziale differenza tra la Fonte J e la P, almeno nella sua parte più antica. E nemmeno con quella D.

17. Tuttavia Mosè inserisce l’epica mesopotamica e non quella egizia nel suo Pentateuco. Oltre alla fedeltà alle fonti patriarcali, una ragione forte che giustifichi la consapevolezza identitaria di questa scelta sta nel fatto che, se collochiamo il Condottiero nel Tardo Bronzo, egli poteva agevolmente conoscere il babilonese, universalmente usato nelle relazioni diplomatiche in Palestina e in Egitto, e tramite esso la letteratura in questione.

18. L’opera letteraria di Mosè crea dunque il Pentateuco come opera letteraria unitaria, fatta salva l’originaria autonomia della Fonte N, a cui vanno ascritti, evidentemente, i racconti della Creazione, e non alla Fonte P.

19. L’esistenza di questo alfabeto in Palestina è certa nel Tardo Bronzo, ossia nei secc. XII-XI. Ma come dicevamo già Sesostri III esercitò una forte influenza politica sulla Palestina, quindi l’esistenza di quell’alfabeto potrebbe essere di molto più antica, considerando che l’influenza egizia sui popoli vicini fu fortissima sin da tutto il Medio Regno se non da prima ancora. Il menzionato Thutmosis III come abbiamo visto restaurò il dominio egizio sulla Palestina dopo la convulsa fine degli Hyksos. Tra Medio e Tardo Bronzo in Palestina vi è una situazione scribale favorevole all’ipotesi: si usa ancora l’accadico, specie a nord, col cuneiforme sillabico; sono diffusi i miti babilonesi di Ghilgamesh, Sargon e del Diluvio; esistono vocabolari plurilingui (sumero, accadico, hurrita e cananaico); sono diffusi tipi scrittori diversi (geroglifici e cuneiformi hittiti, geroglifici egiziani) e linguistici molto variegati; nasce in questo periodo la scrittura alfabetica, basata sui segni monoconsonantici egiziani, che si concretizza nel protosinaitico, nel protocananaico e nell’ugaritico; queste scritture alfabetiche sono marginalizzate tra i ceti più bassi dalle scuole scribali di impronta babilonese (e quindi anche tra i seminomadi). Annotazione a margine, ancora sino a quest’epoca i re cananei sono detti Refain, con un termine attestato nel Pentateuco.

20. L’opera letteraria di Giosuè crea dunque una nuova uniformità letteraria, tra il Pentateuco e il Libro che porta il suo nome, giustificando la nascita del cosiddetto Esateuco, ossia di un continuum narrativo dei primi sei libri biblici, che però non corrispondono al progetto letterario originale ma ne sono la continuazione.

21. L’opera letteraria di Samuele crea, a sua volta, l’uniformità letteraria tra l’Esateuco e il Libro dei Giudici, creando l’Eptateuco, per cui valgano le annotazioni di cui alla nota precedente per l’Esateuco. Se consideriamo poi anche il Primo Libro di Samuele come parte del progetto letterario di quest’ultimo, e lo fu, possiamo parlare di Ottateuco.

22. Il Deuteronomio insiste molto sul monoteismo. E’ probabile che Salomone, che alla fine della sua vita si avvicinò al politeismo, abbia voluto sacrificare questo testo, preferendo rifarsi all’enoteismo dei Patriarchi e alla monolatria mosaica.

23. E’ così che i primi otto libri della Bibbia sono uniformati letterariamente e hanno una continuazione nel Secondo Libro di Samuele.

24. Ciò giustifica lo stile più curato del Deuteronomio. La revisione stilistica inaugurata nella Reggia dà ragione dell’opinione dell’esistenza di una storiografia deuteronomistica, intesa come ultima riunificazione letteraria delle


Theorèin - Dicembre 2013